Lo scorso 19 febbraio c’è stato il decimo anniversario della morte di Umberto Eco, una delle maggiori personalità nel contesto culturale e intellettuale italiano e internazionale. Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932 e, tra le rive del Tanaro e del Bormida, frequentò l’oratorio della chiesa di San Francesco, si diplomò al Liceo Classico, che oggi porta il suo stesso nome, per poi lasciare la propria città e trasferirsi a Torino dove andò a studiare filosofia all’Università, sotto la guida di Luigi Pareyson, uno dei maggiori filosofi italiani del ‘900. Il primo libro Umberto Eco lo scrisse all’età di 24 anni, riprendendo la tematica della tesi di laurea, ottenendo nel ’54 lode e massimo dei voti, su San Tommaso e l’estetica. Ad un certo punto della propria vita, Eco dovette decidere se tornare nella propria provincia natale, oppure rimanere nel capoluogo sabaudo. Tra le due scelte optò per una terza, andando a Milano. In terra meneghina, bazzicando tra il “Giamaica” di via Brera e il “Blu Bar” di Piazza Meda, si vantava di essere un provinciale della “periferia” meridionale del Piemonte. Ben presto si accorse che nella metropoli, “capitale morale” d’Italia, l’atteggiarsi troppo da “contadino” che ce l’ha fatta a diventare un raffinato intellettuale, alla lunga non paga; così nelle chiacchierate a base di scotch whisky o Martini Dry, con il filosofo Enzo Paci, il pittore Enrico Baj, piuttosto che con il musicista Luciano Berio, Eco si affrettò a vestire i panni di chi è abituato a destreggiarsi nei salotti delle grandi città, parlando più dei propri vissuti torinesi che delle origini alessandrine.
Da giovane era iscritto all’ Azione Cattolica, poi divenne un riferimento per la sinistra; in principio fu estimatore di San Tommaso d’Aquino, successivamente passò all’ateismo più convinto. Umberto Eco non smise mai i panni di colui che si forma e si trasforma, in un dinamismo a cavallo tra l’ingenuità di un provinciale e la furbizia dell’intellettuale.
Nel 1954 entrò alla Rai, come cronista ma, avendo l’incarico di creare una televisione in grado di offrire un prodotto innovativo e moderno, fece parte del team che studiava e pensava i programmi da offrire ad un’Italia in ricostruzione.
A Milano Umberto Eco prese casa in via Luigi Canonica, il suo alloggio era spesso adibito a eventi mondani e all’intrattenimento goliardico. Nel capoluogo meneghino entrò in contatto con Valentino Bompiani, che lo assunse nella omonima casa editrice; Eco ne diventerà anche condirettore editoriale e ci lavorerà per circa vent’anni. Fu il periodo in cui diventò uno dei maggiori rappresentati dell’avanguardia letteraria e artistica. Grazie a lui venne aperto il Dams a Bologna: era il 1971 e sentire parlare di “discipline della arti, della musica e dello spettacolo” in una università, apparve rivoluzionario. Come innovativa fu l’introduzione, sempre grazie ad Eco, del corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Fu giornalista (L’Espresso, Il Giorno, La Stampa, Il Corriere della Sera…), scrittore (“Il nome della rosa”, “Il pendolo di Foucault”, “Il cimitero di Praga”, “Baudolino”…), intellettuale capace di offrire un contributo prezioso nelle tematiche politiche di almeno mezzo secolo. Nel 1980 partì la pubblicazione delle prime 30 mila copie del romanzo “Il nome della rosa”, che a distanza di un po’ di anni arrivò alla vendita di 50 milioni in tutto il mondo, tradotto in quaranta lingue. Quaranta, come le lauree honoris causa assegnate ad Eco da università europee e americane. Esperto di estetica e semiotica, considerava quest’ultima “la riflessione più profonda sull’essere umano come animale che interpreta il mondo…l’animale umano ha la capacità di pensare e comunicare l’assenza”. Umberto Eco morì a Milano nel 2016, il 19 febbraio, la città che lui adottò come il luogo più adatto alla propria dimensione.
E in tutto questo, che rapporto aveva con la sua Alessandria? Qui nacque, studiò fino ai 19 anni, in una scuola che ora è dedicata proprio a lui, ma quanta fatica per far accettare agli alessandrini di cambiare il nome del liceo, da “Giovanni Plana” a “Umberto Eco”. Nelle poche volte in cui tornava nella terra natia, era seguito da un codazzo di politici e giornalisti che gli dispensavano cortigiane adulazioni, ridendo servilmente alle sue annoiate e stanche battute sui suoi antichi ricordi goliardici; ma gli alessandrini, in generale, Eco non lo hanno mai particolarmente amato. Un po’ come un altro alessandrino, adottato da Milano: Gianni Rivera.
Dieci anni fa l’addio a Umberto Eco, un “mandrogn” troppo milanese
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