
Questa volta non ci sono luci che pulsano a tempo di BPM, né il sudore della folla che ti si appiccica addosso tra una transenna e l’altra. Vi scrivo immerso in un silenzio che ho cercato con una fame quasi disperata. Sono nel mio spazio creativo, circondato dai miei corpi macchina a riposo, mentre cerco di dare un senso a questo inizio d’anno che sembra aver deciso di viaggiare su una frequenza tutta sua. Sapete che non amo stare fermo, ma c’è un momento preciso, nella carriera di chi vive di immagini, in cui continuare a correre significa solo rischiare di perdere la messa a fuoco.
I primi due mesi dell’anno, storicamente, sono i più aridi per chi fa il mio mestiere, ma stavolta ho scelto io di staccare la spina. Sentivo il bisogno di fermarmi, di ricalibrare i sensi e, soprattutto, di capire. Quando la musica diventa solo rumore bianco di fondo e i concerti si trasformano in una sequenza meccanica di scatti senza anima, è il momento di tirare il freno. Il mondo della musica ultimamente mi stava stretto: troppo caos mediatico, troppa frenesia priva di contenuto. Cercavo quella musica che non ti giudica se decidi di scomparire per un po’, quella che ti cura i dubbi invece di alimentarti l’ansia da prestazione.
In queste serate di isolamento, ho passato ore a far scorrere il mio archivio digitale. Non cercavo la nostalgia di chissà quali epoche passate, cercavo di rileggere il mio percorso recente attraverso la luce. Guardare i propri scatti è come sottoporsi a un’autopsia professionale: vedi dove hai rischiato, dove sei stato pigro, dove hai saputo rubare l’anima a un artista. È un treno di ricordi che viaggia veloce, accompagnato da un ronzio nelle orecchie che mi ricorda, ogni giorno, quanto ho preteso dal mio udito in questi anni di “pit” sotto le casse.
E mentre scorrevo questi file, in sottofondo risuonava “Sound of Silence” di Simon & Garfunkel.
Un pezzo che oggi sento mio come non mai. Non è solo una canzone, è una condizione mentale. La capacità di ascoltare il vuoto per capire con cosa riempirlo.
Guardare Sanremo, da questa prospettiva distaccata, è stato strano. Vedevo sfilare sul sensore della TV artisti che ho fotografato decine di volte e altri che, onestamente, mi sono sempre rifiutato di inquadrare nel mio mirino perché non mi trasmettevano nulla. Eppure, non provavo niente. Solo un senso di vuoto pneumatico. Mi sono chiesto se fosse colpa del mercato discografico o se fossi io a essere diventato un filtro troppo denso per lasciar passare l’emozione.
Forse è la maledizione di chi vive di adrenalina e sport estremi — e credetemi, stare in una fossa tra diecimila persone con un 70-200 in mano è uno sport estremo. Quando quell’adrenalina viene a mancare, tutto sembra piatto, privo di contrasto. Diventa tutto un grigio medio che nessun software di editing può correggere.
Dal punto di vista tecnico, questo vuoto mi ha spinto a riflettere sulla purezza dell’immagine. Se non c’è l’emozione a guidare l’indice sul pulsante di scatto, cosa resta? Resta la tecnica, la ricerca della perfezione ottica, lo studio della latitudine di posa. Ma senza la “scintilla”, anche il file più nitido del mondo rimane una scatola vuota. Ero alla ricerca di un segnale, di un picco di frequenza che scuotesse questa quiete troppo piatta.
Poi, improvvisamente, la vibrazione è arrivata. Ho rimesso su la discografia di un gigante: Hans Zimmer.
Lo conoscete, vero? È il compositore che ha dato voce alle immagini più potenti del cinema moderno. Ho assistito a uno dei suoi concerti ed è stata una delle esperienze visive e sonore più potenti e schiaccianti della mia vita. Quelle colonne sonore oggi le sento vibrare dentro le pareti dello studio. Zimmer non compone musica, costruisce mondi. E in quei mondi ho ritrovato la voglia di guardare di nuovo oltre l’obiettivo.
Perché vi dico questo? Perché proprio mentre ero immerso nelle trame sonore di Zimmer, è arrivato quel messaggio. Uno di quelli che ti fa saltare i battiti e ti resetta le priorità. “William, vorremmo che fossi tu il fotografo ufficiale per…”
Ecco, qui mi fermo. Non vi svelo il nome, non ancora. E non perché ci siano di mezzo contratti di riservatezza o segreti di Stato, ma semplicemente perché voglio lasciarvi lì, esattamente dove sono io adesso: sulle spine. Posso solo dirvi che stiamo parlando della cantante più importante e iconica che abbiamo in Italia. Un’artista che non si fotografa, si celebra.
In un attimo, il bambino che è in me è tornato davanti a quel trampolino altissimo. Avete presente quella sensazione? Il cuore che spinge contro lo sterno, il respiro corto, il metallo freddo sotto i piedi e quell’immensa distesa d’acqua che ti aspetta giù in basso. È adrenalina pura che torna a scorrere, prepotente, cancellando mesi di silenzio.
Ovviamente ho accettato. È la sfida che aspettavo per rimettere alla prova la mia tecnica e, soprattutto, la mia capacità di emozionarmi ancora. Sarà un lavoro duro: gestione della luce in condizioni estreme, scelta maniacale delle ottiche per catturare non solo la performance, ma l’essenza stessa di un’icona, notti insonni per consegnare le foto entro il mattino. Un grande respiro, si chiudono gli occhi per un istante e poi… ci si lancia.
Non vi mostrerò scatti questo mese, e non vi racconterò aneddoti di camerino. Questo è il tempo della preparazione, del rigore professionale, dello studio del set. È il momento in cui il fotografo sparisce per lasciare spazio alla visione. Ma vi prometto che nel prossimo appuntamento vi porterò con me, dentro il salto, nel cuore della luce. E allora sì, vi dirò tutto.
Vi lascio con un pezzo che è un augurio di rinascita e di forza esplosiva.
“The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd.
Perché alla fine, dopo tanto silenzio, c’è sempre un urlo che aspetta di essere liberato.
William Bruto
La frequenza del silenzio e il salto nel vuoto
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