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domenica, Aprile 19, 2026

    La tragedia del popolo istriano-giuliano-dalmata. Un giorno per ricordare davvero

    Trieste piazza unità d’Italia

    Una legge istituita il 30 marzo 2004, la n. 92 recita: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”
    La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di Parigi, che sanciva come un pezzo di Gorizia e poi Monfalcone rimanessero italiane, e al contempo creava il Territorio Libero di Trieste e si stabiliva che alla Jugoslavia andassero i territori dell’Istria, del Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell’Italia.
    Un giorno per ricordare uno dei tanti periodi tristi della nostra storia: un giorno per rendere giustizia e memoria a nostri connazionali traditi e dimenticati dalla patria.
    E pazienza se questo giorno, invocato e ignorato per troppo tempo, giustamente preteso dalle comunità istriano-giuliano-dalmate per evitare che il loro strazio fosse confinato nell’oblio, sia stato sventolato dalla solita bagarre tifosa che ama la contrapposizione, per affermare come anche “dall’altra parte” crimini e nefandezze siano state perpetrati nel clima resistenziale.
    Troppo spesso facciamo fatica a non speculare su immani tragedie, nello stolido tentativo di dare luce a qualche antro dei nostri lati più oscuri.
    Per capire cosa sia successo, bisogna riavvolgere il nastro della storia.
    Una delle nostre zone più complesse da comprendere è sicuramente quella che si estende nell’estremo Nord-Est, quella che ancora sui sussidiari degli Anni ’50 veniva connotata come la terra delle tre Venezie: Tridentina, Euganea e Giulia. Terra dettata, da che era venuta meno la supremazia della Serenissima, con l’egemonia della Repubblica dei Dogi, da una sovrapposizione di dominazioni, dal desiderio dell’uomo di tracciare col righello confini e demarcazioni che non hanno fatto che alterare, prevaricare, mortificare ciò che non doveva, non poteva essere separato o racchiuso in confini stupidi e artificiali. Nel periodo più florido, connotabile con quello dell’ “Austria felix” di Cecco Beppe, pur con tutti i limiti del caso imposti da una polveriera come quella che da sempre cova in seno ai Balcani e zone limitrofe, tra Trieste e l’Istria, pur serbando desideri di irredenti nazionalismi, vivevano in tregua e comprensione reciproca italiani, sloveni, serbo-croati vari impiantatisi col tempo, figli di enclave dove convivevano anche minoranze linguistiche come, brezani, brkini, savrini, morlacchi e uscocchi. La longa manu del potere espresso dall’ “Aquila a due teste” di Vienna fece sì che la tolleranza calmierasse e calmasse velleità.
    Certo, c’erano già differenze e mica da poco. Trieste era il porto dell’Impero Austroungarico e viveva una condizione di ricchezza e internazionalità senza pari; l’Istria e le isole del Quarnaro vivevano di ricca marineria e impianti austriaci, mentre Fiume era governata dalla corona magiara e trovavasi passi indietro.
    Tutto cambiò quando ci fu il “ Ribalton de l’Austria”, quando dopo la Grande Guerra avvenne la dissoluzione dell’Impero Austroungarico e nacquero tante piccole patrie. L’Italia della “ vittoria mutilata” pretese l’italianizzazione pesante delle terre restituite alla Corona dei Savoia, e così iniziarono i guai. La convivenza cedette il passo all’oppressione e alla non volontà di comprendere la legittimità dell’esistenza altrui, e quando poi avvenne la fascistizzazione spietata con un’italianità imposta a viva forza su madrelingua tedeschi e sloveni, con repressione violenta e feroce, si crearono i prodromi per il disastro che di lì a poco si sarebbe compiuto. Con la distruzione del nostro già deprecabilissimo impianto statale, che ha un preciso riferimento a partire da quel fatale collasso datato 8 settembre ’43, iniziò un’inversione tragica che ebbe nella vendetta il suo paradigma. Il generale Mario Roatta, quello della famigerata Circolare 3C, che mostrava l’altro lato degli “italiani brava gente”, aveva brutalizzato, incendiato, fucilato e deportato tutto ciò che ai suoi occhi sapeva di slavo, creando a Gonars, Udine, e sull’isola di Arbe (oggi Rab) tremendi campi di concentramento, facendo morire migliaia e migliaia di internati, dopo averli sottoposti a condizioni di vita disumanizzanti. A Rab valeva il comando del generale Gambara: “ internato ammalato uguale internato tranquillo” e, in un racconto nascosto di stenti mai narrati, ne facemmo fuori a grappoli. La reazione consequenziale fu beluina.
    Il peggio però doveva ancora arrivare e giunse, tremendo, con l’occupazione progressiva da parte delle truppe di Tito. Tutto ciò che dalla Dalmazia, da Zara, fino al Friuli sapeva di italiano venne ucciso, stuprato e spesso “ infoibato”, buttato, vivo o morto che fosse, nelle foibe, nelle cavità carsiche, perché non ne restasse traccia.
    I superstiti furono obbligati all’esodo, a lasciare per sempre le loro case e la loro terra, perché la nuova federazione jugoslava principiò la colonizzazione e l’espropriazione totale di tutta l’Istria, di buona parte della Venezia Giulia, obbligando Trieste a vivere per 45 giorni l’incubo delle scorrerie e delle proscrizioni titine e poi la divisione in Zona A e Zona B, confinata in un limbo senza futuro.
    L’esodo forzato del popolo istriano-giuliano-dalmata è stato una della pagine più tristi e vergognose della nostra storia: scacciati e senza più patria finirono in un’Italia che non sapeva che farsene e non sapeva dove mettere ‘sti sfollati, che pretendevano pure d’essere equiparati a chi qui già ci viveva.
    Dopo essersi imbarcati sul “Toscana” o aver compiuto viaggi più da deportati che da passeggeri, gli “slavi”, come carinamente prendemmo a chiamarli, vennero smistati in vari campi, in Puglia, in Sardegna, a Fertilia, dove ritrovarono il mare e una terra che un po’ assomigliava alla loro. A Torino finirono in un lembo di Borgo San Paolo, alle Casermette di Via Veglia, al famigerato Centro Raccolta Profughi, ai quali si unirono altri baraccamenti in Corso Polonia, a Venaria-Altessano e a Rivoli.
    Furono anni durissimi per gli esuli, spesso incompresi nel loro dolore, spesso maltrattati perché considerati intrusi, ineluttabilmente costretti a inventarsi una nuova patria e una nuova vita, sapendo che le loro “amate sponde” non le avrebbero mai più riviste, tanto meno le loro case, sciacquate ora da un sole diverso e straniero.
    Anche a Caselle si conserva l’eco di tanto dolore e di susseguente desiderio d’affrancamento da uno stato imposto da uno Stato che non sapeva più essere tale: ai Clemencic, ai Cralich, ai Covacci ( già Kovacic), ai Moscarda un abbraccio composto e tardivo in un giorno dedicato al ricordo di una delle pagine buie del nostro passato, giorno nel quale ci si deve inchinare di fronte alla fierezza di un popolo come quello istriano-giuliano-dalmata costretto dalla miseria della storia tracciata dagli uomini a perdere, a tranciare ciò che dà linfa all’albero della vita: le radici.

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    Elis Calegari
    Elis Calegari
    Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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