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domenica, Aprile 19, 2026

    L’avventurosa vita di David Livingstone

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    David Livingstone nasce a Blantyre in Scozia nel 1813 in una famiglia di umili condizioni. Fin da giovanissimo lavora in fabbrica per aiutare economicamente i genitori e a dieci anni inizia a frequentare una scuola serale nonostante le dieci o dodici ore al giorno di lavoro. Legge molto e crescendo con l’età decide di iscriversi all’Università di Glasgow dove si laurea in medicina. L’incontro che gli cambiò la vita avvenne nel 1839 quando conobbe il missionario Robert Moffet. Livingstone ebbe un’educazione spiccatamente religiosa e ciò lo predispose a una profonda sensibilità verso i valori cristiani tale da spingerlo a diventare missionario e a portare la parola di Dio ai confini del mondo. Moffet lo destina in Africa, a Kuruman, in una missione fondata da lui a oltre mille chilometri a nord di Città del Capo.
    Livingstone giunge alla missione nel 1841 e dimostra fin da subito tre qualità umane che lo renderanno un esploratore unico: un senso pratico fuori dal comune che gli permetterà di far fronte ai problemi logistici e agli incidenti comuni delle spedizioni; una naturale predisposizione a trasmettere tranquillità alle popolazioni autoctone; la fiducia nei propri mezzi e una forte determinazione. Nei due anni successivi al suo arrivo in Africa, Livingstone esplora centinaia e centinaia di chilometri di territorio e nel 1843 ottiene l’autorizzazione a fondare un insediamento cristiano nella valle Mabotsa, abitata dalla tribù Bakatia. È qui che attorno al fuoco racconta la vita di Gesù ai nativi ed è sempre qui che ha il suo incidente più grave. Mentre si trova in esplorazione viene attaccato da un leone, con il suo fucile riesce a sparargli un colpo e mentre cerca di ricaricarlo, la belva lo aggredisce colpendolo alla spalla. Livingstone sopravviverà ma la ferita lo limiterà per sempre.
    Si sposa con la figlia di Robert Moffet e dopo aver trascorso alcuni anni di vita coniugale, decide che era giunta l’ora di dar vita a una grande spedizione. Il progetto nasce dall’obiettivo di trovare nuovi spazi da dedicare alle missioni cristiane, il più lontani possibile dai territori amministrati dai boeri, contrari alla conversione della popolazione indigena, e dai portoghesi, interessati solo allo creazione di nuove tratte commerciali e al loro traffico di schiavi. Diventerà poi, passo dopo passo, la prima vera esplorazione del continente africano da una costa all’altra. È il 1853 quando comincia un viaggio terribile, durato più di sei mesi, e nel quale Livingstone e i suoi uomini patiscono la fame, la sete, la stanchezza, la malaria, gli attacchi di popolazioni ostili attraverso chilometri e chilometri di giungla. Giunto a Luanda, città sulla costa dell’attuale Angola, Livingstone dà prova della sua lealtà quando, nonostante gli venisse offerto un comodo viaggio in nave verso l’Inghilterra, egli decide di non abbandonare i suoi compagni d’avventura e rimane con loro per ricondurli ai piedi della giungla. Perciò nel 1855 affronta il durissimo viaggio di ritorno che, seppur segnato da febbri reumatiche e dal rischio di perdere un occhio a causa di un ramo, lo porta alla scoperta delle cascate che le tribù locali chiamavano Mosi-oa-Tunya (Fumo tonante) e che lui ribattezza cascate Vittoria.
    Nel maggio 1856 salpa per l’Inghilterra e al suo arrivo viene accolto in pompa magna, invitato in numerosi ricevimenti. La Royal Geographical Society di Londra gli conferisce la medaglia d’oro e le università di Cambridge, Oxford e della sua Glasgow fanno gara per concedergli lauree ad honorem.
    Ritorna in Africa due anni più tardi, uscito nel frattempo dalla London Missionary Society per divergenze sull’utilità e gli scopi delle esplorazioni, Livingstone dispone di cospicui finanziamenti e di una nave, la Roberts Ma, per la navigazione lungo il fiume Zambesi. La missione, durata fino al 1865, si rivelerà un fallimento. Poche scoperte, altissimi costi, sua moglie si ammalerà e morirà e a causa proprio della spedizione, le missioni insediate nell’Africa interna verranno decimate dalle malattie. Il governo britannico lo richiama ma lui prosegue il suo viaggio e dall’isola di Zanzibar si mette alla testa di una nuova spedizione, l’ultima, alla ricerca delle sorgenti del Nilo, ricerca che desta molta curiosità nei salotti europei e che Livingstone vede come un’ottima pubblicità al tema che più gli sta a cuore ovvero l’abolizione della schiavitù. Non le troverà mai, però. Scoprirà altro, per esempio l’estremità meridionale del lago Tanganica nel 1867 e l’anno successivo i laghi Moero e Bangweolo.
    Ormai però Livingstone è diventato un uomo stanco, malato e del quale in Europa non si hanno più notizie da anni. È un giornale americano, il New York Herald a finanziare e ad inviare Henry Morton Stanley alla sua ricerca. Dopo una lunga caccia, lo scova a Ujiji il 10 novembre 1871, il giorno in cui avviene lo storico incontro tra i due soli uomini bianchi nel giro di centinaia di chilometri. Passa alla storia la celebre frase (sulla cui autenticità vi è incertezza poiché lo stesso Stanley strappò la pagina del suo diario nella quale l’aveva scritta), pronunciata dal giornalista una volta riconosciuto l’esploratore scozzese “Il dottor Livingstone, suppongo”, simbolo dell’asciutto cerimoniale britannico. Stanley cerca di convincere Livingstone a tornare in Inghilterra ma questi non vuole saperne. Ottiene, anzi, la promessa di ricevere altri uomini per una nuova spedizione.
    Muore il primo maggio 1873 e, dopo che i suoi uomini avevano seppellito il suo cuore ai piedi di un grande albero, imbalsamano il corpo, lo avvolgono in un corteccia e si incamminano per nove mesi alla volta di Zanzibar. Da qui, una nave trasporta la salma di Livingstone in Inghilterra, dove viene celebrato il funerale nell’abbazia di Westminster. È il 18 aprile 1874 e tra il pubblico vi è, ormai anziano, Robert Moffet: con lui tutto era cominciato, con lui tutto finisce.
    Livingstone scoprì tanti luoghi, laghi, cascate, fiumi che lo fecero diventare famoso e apprezzato non solo in madrepatria ma nel mondo intero e nonostante ciò il suo più grande desiderio di scoperta, le sorgenti del Nilo, non lo esaudì mai.

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