C’è un dato che colpisce più di qualsiasi previsione tecnologica, e riguarda molto più da vicino il nostro futuro di quanto siamo abituati a pensare. L’Europa sta diventando il continente più anziano del mondo e l’Italia è tra i paesi che stanno vivendo questo cambiamento con maggiore rapidità. Oggi oltre un quinto della popolazione ha più di 65 anni e le proiezioni indicano che, entro pochi decenni, gli anziani saranno quasi un terzo dei cittadini europei. Non si tratta soltanto di una trasformazione demografica, ma di un cambiamento profondo che riguarda il modo in cui vivremo, il modo in cui saremo assistiti e perfino il modo in cui immagineremo la vecchiaia. Vivremo più a lungo, ma sempre più spesso vivremo da soli; avremo bisogno di più cure, ma ci saranno meno persone disponibili a fornirle; e mentre la medicina continua ad allungare l’aspettativa di vita, la società fatica a organizzarsi per accompagnare questa nuova longevità.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale entra inevitabilmente nella discussione, non come soluzione miracolosa ma come una delle poche tecnologie in grado di adattarsi alle persone invece di costringere le persone ad adattarsi alla tecnologia. Fino a pochi anni fa, il problema principale per molti anziani era imparare a usare strumenti progettati per utenti giovani, veloci, abituati al digitale. Oggi la prospettiva si sta rovesciando, perché i sistemi più avanzati sono sempre più capaci di comprendere il linguaggio naturale, di semplificare le interazioni e di modellarsi sulle esigenze dell’utente. Questo cambiamento, che può sembrare solo tecnico, ha in realtà implicazioni sociali enormi, perché rende possibile immaginare un futuro in cui la tecnologia diventa un supporto quotidiano anche per chi non ha familiarità con computer e smartphone.
Il punto di partenza, però, non è la tecnologia ma il problema che dobbiamo affrontare. L’invecchiamento della popolazione produce infatti almeno tre emergenze che sono già visibili in tutta Europa e che nei prossimi anni diventeranno ancora più evidenti. La prima è la solitudine. Sempre più anziani vivono da soli, spesso lontani dai figli, in famiglie sempre più piccole e frammentate. La solitudine cronica non è soltanto una condizione emotiva difficile, ma è anche un fattore di rischio per la salute, perché diversi studi la collegano a effetti paragonabili a quelli del fumo, della sedentarietà o di una cattiva alimentazione. La seconda emergenza riguarda la carenza di caregiver. I sistemi sanitari europei prevedono che nei prossimi decenni serviranno molti più infermieri, operatori socio-sanitari e assistenti domiciliari di quanti il mercato del lavoro sarà in grado di offrire, e questo squilibrio è destinato ad aumentare proprio perché la popolazione attiva diminuirà mentre quella anziana continuerà a crescere. La terza emergenza è il divario digitale, che non significa soltanto difficoltà a usare le nuove tecnologie, ma anche esclusione da servizi che ormai esistono quasi solo online, dalle prenotazioni sanitarie alle comunicazioni con la pubblica amministrazione, con il risultato che chi resta indietro diventa più fragile, più isolato e anche più esposto a truffe e disinformazione.
È in questo contesto che l’intelligenza artificiale comincia a essere considerata non come un lusso tecnologico ma come una possibile infrastruttura di supporto, capace di affiancare l’essere umano dove le risorse non bastano più. Naturalmente parlare di IA e anziani senza parlare dei rischi sarebbe ingenuo, perché le stesse tecnologie che permettono conversazioni naturali e realistiche possono essere usate anche per creare truffe sempre più sofisticate, messaggi falsi difficili da riconoscere, telefonate con voci artificiali che imitano perfettamente quelle reali. Le persone più fragili, soprattutto quando iniziano a perdere sicurezza nell’uso degli strumenti digitali, sono anche quelle più esposte a questi pericoli. A questo si aggiunge un rischio meno evidente ma altrettanto reale, cioè quello della dipendenza affettiva. I sistemi conversazionali moderni sono progettati per essere empatici, rassicuranti, coinvolgenti, e se vengono usati senza regole possono trasformarsi in un interlocutore che sostituisce, invece di integrare, le relazioni umane. In alcuni casi si teme perfino che la tecnologia, invece di ridurre l’isolamento, possa finire per rafforzarlo, se diventa l’unico punto di contatto quotidiano.
Eppure sarebbe sbagliato fermarsi a questa lettura, perché negli ultimi anni sono nati molti progetti, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, che mostrano come l’intelligenza artificiale possa avere effetti positivi quando viene progettata con obiettivi chiari e sotto la supervisione di professionisti. In alcune sperimentazioni condotte negli Stati Uniti, per esempio, assistenti digitali installati nelle abitazioni di persone anziane interagiscono ogni giorno con gli utenti, ricordano appuntamenti e terapie, suggeriscono attività, stimolano la memoria e, soprattutto, incoraggiano il contatto con familiari, amici o operatori sanitari. I risultati preliminari indicano una riduzione significativa della solitudine percepita e un miglioramento della qualità della vita, non perché la macchina sostituisca le persone, ma perché facilita le occasioni di relazione. In diversi paesi europei, inoltre, sono in corso programmi finanziati con fondi pubblici per sviluppare sistemi capaci di monitorare parametri di salute, segnalare situazioni di rischio e supportare il lavoro di medici e caregiver, con l’obiettivo di permettere agli anziani di restare autonomi più a lungo senza rinunciare alla sicurezza.
Questi esempi aiutano a capire che la differenza non sta nell’intelligenza artificiale in sé, ma nel modo in cui viene costruita e utilizzata. Un assistente generico può rispondere a qualsiasi domanda attingendo a informazioni molto diverse tra loro, con il rischio di imprecisioni, errori o contenuti inadatti. Un sistema progettato per l’ambito sanitario o per persone fragili, invece, viene limitato a fonti controllate e validate, in modo che le risposte siano sempre basate su informazioni affidabili e aggiornate. Questo tipo di progettazione, che può sembrare un dettaglio tecnico, è in realtà ciò che distingue uno strumento potenzialmente pericoloso da uno realmente utile, perché stabilisce confini chiari entro i quali la tecnologia può operare senza creare confusione o dipendenza. Quando l’IA è vincolata a contenuti verificati, è trasparente sulla propria natura artificiale ed è inserita in un contesto supervisionato, può diventare uno strumento di inclusione e di cura, non di manipolazione.
Guardando al futuro, il punto più importante è forse un altro, e riguarda tutti noi più di quanto pensiamo. L’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno che riguarda soltanto gli anziani di oggi, ma anche quelli di domani, cioè la generazione che oggi è nel pieno della vita lavorativa e che tra qualche decennio si troverà a vivere in una società molto diversa da quella in cui è cresciuta. Avremo meno figli, famiglie più piccole, sistemi sanitari sotto pressione e una domanda di assistenza sempre più difficile da soddisfare con le sole risorse umane. In questo scenario è probabile che la tecnologia diventi una presenza stabile nella vita quotidiana, non per sostituire le relazioni ma per renderle possibili quando altrimenti non lo sarebbero.
Per questo la domanda più interessante non è se parleremo con una macchina quando saremo anziani, ma chi avrà progettato quella macchina, con quale scopo e con quali regole. Se sarà costruita per trattenere l’utente il più a lungo possibile, rischierà di creare dipendenza e isolamento. Se invece sarà pensata per sostenere l’autonomia, stimolare la mente e facilitare i rapporti con le persone reali, potrà diventare uno degli strumenti che ci permetteranno di affrontare senza paura una società sempre più longeva. Non è una scelta tecnologica, ma una scelta culturale, e proprio per questo riguarda tutti noi molto più di quanto immaginiamo.
Sempre più longevi, sempre più soli?
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