Un altro 25 aprile è passato. Con la Filarmonica abbiamo suonato per le vie di San Maurizio ricordando i partigiani caduti, li abbiamo onorati al cimitero e ricordati nella messa in suffragio nella bellissima Chiesa Plebana. Passando anche presso le “Persun di Partigian” e sotto la clinica psichiatrica Villa Turina dove il professor Carlo Angela, padre di Piero e nonno di Alberto ha salvato tanti innocenti perseguitati da nazisti e fascisti.
Abbiamo fatto risuonare più volte il canto partigiano per eccellenza, “Bella Ciao”, sotto ogni lapide. Festa divisiva, canto divisivo si è detto. “Non è vero che era il loro inno”, si è detto. Questa canzonetta è una costruzione artificiale successiva, tratta da canti popolari poco conosciuti, presentata per la prima volta nel Festival di Spoleto del 1962.
Suonarla di nuovo in banda mi ha fatto ricordare una cosa. Ho ritrovato l’interpretazione che ne fece Nicola Piovani il 26 aprile 2020 nel programma “Che Tempo Che Fa”. In piena emergenza Covid, studi televisivi vuoti e riprese da casa, il grande maestro suonò al piano la canzone per dare coraggio agli Italiani in un momento così difficile. Fazio domandò al compositore quale fosse secondo lui la forza di “Bella Ciao” anche dal punto di vista musicale. E Piovani: “Una canzone quasi perfetta, il refrain che qualsiasi compositore avrebbe voluto scrivere. È una piccola sequenza melodica ed armonica che non guasterebbe in nessuna opera. E poi contiene questo fatto di essere un canto in tonalità minore che però canta una liberazione, una vittoria; un simbolo potente”. Il maestro poi aggiunse che questo simbolo sembrava ormai retorico, acquisito insieme ai valori del 25 aprile e sembrava che li saremmo potuti lasciare alle spalle; mai e poi mai ci si sarebbe potuto aspettare che la canzone sarebbe di nuovo diventata utile per non perdere la nostra memoria.
Aggiungo una nota personale: è vero, l’antifascismo ci veniva insegnato a scuola. Uno dei miei insegnanti delle elementari era stato partigiano e amico di scrittori come Fenoglio e Revelli, ci parlava con orgoglio di quei tempi. Più avanti, durante il liceo, andavamo al teatro Alfieri a vedere le repliche dei “Cinegiornali Luce” quei filmini allucinanti e ridicoli che il regime fascista proiettava nei cinema per diffondere la sua propaganda. L’antifascismo sembrava cosa acquisita (parole di Piovani) tanto da appartenere più ai libri che al presente ed insomma anche un po’ noioso come fosse Dante o Manzoni. Evidentemente ci sbagliavamo.
E poi sono passati altri sei anni dall’intervista, il Covid ce lo siamo dimenticato, “Bella Ciao” no. Ancora divisiva e contestata. Ma a noi importa veramente se i partigiani la cantavano già durante la guerra oppure è nata dopo? Ci riempie di orgoglio invece che sia diventata un simbolo universale di libertà apprezzato da tanti popoli del mondo: ce l’hanno chiesta a Budapest non più di un mese e mezzo fa.
Suggerisco infine di ascoltare Bella Ciao nella versione “balcanica” di Goran Bregovic, eseguita in occasione di un Primo Maggio di qualche anno fa. È cantata in un italiano volutamente stentato ed esprime un atto di amore e riconoscenza per il nostro paese che, nonostante tutto, accoglie i rifugiati di tante miserie non così lontane da noi (Italia ti adooooooooro!). Divisivo anche lui, mannaggia.
Bella ciao…
Dalla Filarmonica Cerettese
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