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giovedì, Maggio 21, 2026

    C’è terra e terra

    Se anni addietro ci avessero chiesto di ricordare le cinque giornate più famose della nostra storia dopo un attimo di smarrimento mentale avremmo sicuramente risposto: le cinque giornate di Milano. Se ci rivolgessero oggi la stessa domanda, molti di noi forse risponderebbero: le cinque giornate di Sanremo dove ogni anno, quando l’inverno sta per avviarsi al tramonto, puntualmente si rinnova un fenomeno a cui tutti negano di assistere o partecipare per trovarsi poi a notte fonda, infreddoliti e assonnati, sul vecchio divano del salotto, la coperta sulle gambe e la tisana ormai fredda nel bicchiere, ad ascoltare improbabili gorgheggi pieni di aspettative puntualmente deluse dopo appena qualche giorno. A meno che si tratti, come è successo nell’ultimo festival, dell’impegno canoro di un maturo e onesto mestierante della melodia nazionale, che nella terra dei fiori ha esaltato con una canzonetta abbastanza banale le eterne promesse coniugali, abbinandole a bizzarri movimenti delle mani. Quasi un copione da consegnare ai tanti sedicenti artisti noti tutt’al più a livello locale che da domani si prodigheranno in occasione di nozze, battesimi o altre importanti ricorrenze, a beneficio esclusivo della gente comune, con buona pace di chi senza alcun merito nasce nella parte alta dell’Italia e nonostante la giusta fama di uomo intelligente e ricco di cultura, si avventura maldestramente in giudizi e affermazioni quanto meno frettolosi e irriverenti. A volte il figlio di una terra in cui da parecchi decenni la stessa geniale idea diventa ogni giorno squisita Nutella e un cane addestrato, porta sulla tavola dei più fortunati, magari ancora sporchi di terra, profumi e ricchezze altrove sconosciuti, forse non sa che chi appartiene a certe organizzazioni malavitose ama solennizzare i propri momenti importanti accompagnandoli soltanto con il suono vellutato di un violino che sembra anch’egli commuoversi mentre porge le note struggenti del Padrino.
    C’è terra e terra. Quella dei tartufi e quella “dei fuochi” che, pur non avendo ancora questa triste connotazione, Giovanni e suo fratello Francesco scelsero di abbandonare nell’immediato dopoguerra approdando a Caselle dove li raggiunse poco dopo la propria madre.
    Il mese scorso Giovanni Mariglia, falegname, ha compiuto 99 anni e, come gli succede ormai da tanto tempo, con rassegnata pazienza aspetta già il prossimo compleanno immaginando che quel giorno, nella casa dove abita oggi insieme agli amici che la sorte gli ha messo accanto, gli faranno festa e magari qualcuno vestito bene, sfoggiando una fascia tricolore sistemata di traverso, reciterà le solite banalità davanti a una fetta di torta, servita con inusuale delicatezza nel tentativo di addolcire il sapore amaro degli ultimi suoi anni segnati dall’assenza dolorosa dei migliori affetti e assillati soltanto dalla tormentosa presenza dei ricordi.
    Spero non ti dispiaccia, caro cugino, se mi accingo soltanto oggi a festeggiarti tentando di ricordare uno spicchio della Caselle di quel tempo cominciando da quando insieme, come primo approdo, ci sistemammo da Orla in fondo a Via Torino dove Neta la parrucchiera, che ci ha lasciati da poco anch’essa centenaria, tornava ogni lunedì per tentare e sperimentare, spesso con scarso successo, nuovi assalti alle docili chiome femminili, e il buon Giuanotu Depaoli, già malfermo sulle gambe , sotto la tettoia in fondo al cortile, con il decisivo contributo delle donne di famiglia, tagliava e vendeva legna e carbone.
    Vennero poi le due camere nel vicino vicolo Balchis come auspicio di speranza e di fiducia indotte dalla certezza di un lavoro finalmente non elemosinato tra obblighi e costrizioni altrove pretesi che ebbe per te, a Caselle, i connotati della piccola realtà del neonato mobilificio Musci. Il nuovo, innovativo gas a tre fuochi e la prima radio a valvole che sia la mamma di Renzo Rostagno nel nuovo negozio in Via Carlo Cravero che Emilio Favero in Via Torino ci consentirono di pagare a rate, furono i primi segni di un positivo futuro che sembrò subito appartenerci quando sulla piazza Boschiassi, alzando gli occhi al cielo, ci rassicurò e insieme intimorì l’austera maestosità di quel campanile non ancora tristemente mutilato e raddoppiato.
    Correva, a quel tempo, per tutta la lunghezza del vicolo una pericolosa e scoperta bealera che ci separava dal cortile dei Bottione dove, con la sorella, abitava la giovane e piccola Teresa, che un giorno incrociò lo sguardo di Giovanni e ne diventò presto sua sposa. Si regalarono anni sereni, molti dei quali nella moderna comodità di Viale degli Aceri, insieme alla loro unica figlia. Poi, senza clamori, Teresa molto presto se ne andò e purtroppo quel destino, a cui noi gente del sud crediamo come a una religione, pretese ancora il sacrificio più doloroso che un genitore possa sopportare.
    E oggi, caro Giovanni, mentre colpevolmente in ritardo ricordo il tuo compleanno, l’augurio più affettuoso è che malgrado le tante avversità sempre dignitosamente affrontate, continui a sostenerti la misericordiosa certezza che in fondo la vita non può essere soltanto un pugno di anni perso nel mare sconfinato dell’eternità.

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