Spostare oggetti col pensiero è un tema che non appartiene più soltanto alla fantascienza. Come talvolta accade, il fantastico anticipa la scienza. Ciò che nasce dall’immaginazione può diventare possibilità concreta. Jules Verne aveva prefigurato l’esplorazione degli abissi marini in Ventimila leghe sotto i mari e un viaggio impossibile sulla Luna con un altro celebre romanzo. Arthur C. Clarke aveva raccontato di dispositivi sorprendentemente simili ai nostri attuali tablet nel suo 2001: Odissea nello spazio, chiamandoli newspad.
Poter muovere oggetti con la sola forza del pensiero è stato per decenni un mero contenuto narrativo ma oggi è entrato nella dimensione del possibile. Ovviamente, non si tratta strettamente di telecinesi, ma della capacità di inviare informazioni dal cervello al computer, il quale le interpreta e le trasforma in un’azione desiderata. Per esempio, muovere un braccio meccanico per mangiare, afferrare un oggetto o spostare uno scacco su un monitor durante una partita col PC. Poniamo arbitrariamente un punto di partenza per questa nostra storia, rievocando le ricerche di Hans Berger (1873-1941), lo psichiatra tedesco che nel 1929 rivoluzionò la medicina con l’invenzione dell’elettroencefalogramma (EEG). Berger effettuò la prima registrazione dell’attività elettrica del cervello mediante un elettrocorticogramma il 6 luglio del 1924, durante un intervento neurochirurgico su un ragazzo di 17 anni. Fu prudente e aspettò cinque anni prima di presentare i suoi risultati alla comunità scientifica, che comunque lo derise e ostacolò. Tuttavia, la grande scoperta della misurabilità dell’attività elettrica del cervello non poteva essere né fermata né rallentata e negli anni a seguire Berger ottenne i meritati riconoscimenti. È passato un secolo e, oggi, la capacità di lettura di tale attività si è fatta enormemente più fine e più precisa. Soprattutto negli ultimi anni si è assistito ad una fortissima accelerazione delle ricerche sul tema. E i traguardi finora raggiunti sono stati portati agli onori della cronaca grazie ai progressi di aziende americane come Neuralink; attualmente il volto mediatico di una rivoluzione comunque più ampia. Fondata dal visionario nonché ultramiliardario Elon Musk, Neuralink ha messo a punto un microchip che viene alloggiato direttamente nella calotta cranica di un soggetto. Ben 1.024 elettrodi distribuiti su 64 minuscoli fili, più sottili d’un capello, raccolgono i segnali cerebrali direttamente nella corteccia motoria. Questa innovativa tecnologia ha come fulcro le Brain Computer Interface (BCI, interfacce computer cervello). Si tratta di sistemi che creano una comunicazione diretta tra l’organo del pensiero e il computer. Più nel dettaglio i dispositivi utilizzati sono capaci di captare le intenzioni motorie di un soggetto come aprire o chiudere una mano e di generare una risposta pertinente tramite una periferica: una mano robotica per l’appunto. Oltre all’uomo più ricco del pianeta ci sono altri attori impegnati in questo contesto di ricerca, come le aziende statunitensi Synchron o Paradromics. O ancora il miliardario Brian Johnson, fondatore e Ceo di Kernel, oltre a centri universitari, come quelli di San Francisco e di Stanford. In questo orizzonte di lavoro scienziati ed ingegneri stanno escogitando soluzioni meno invasive, come per esempio quella di sfruttare la via dei vasi sanguigni. Altri invece stanno studiando l’utilizzo di dispositivi simili a caschetti, capaci di monitorare dall’esterno quello che accade nella testa di chi li indossa. Nel complesso, da questo fronte di studio è possibile lanciare lo sguardo a orizzonti ancora più lontani da dove arrivano notizie come poter ridare o dare la vista a chi l’ha persa o non l’ha mai posseduta. Il confine tra immaginazione e realtà si rivela qui molto sottile e forse non riguarda solo la tecnologia, ma la nostra stessa idea di esseri umani.
Muovere oggetti col pensiero
Da Berger a Neuralink, una rivoluzione lunga un secolo
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