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giovedì, Maggio 21, 2026

    Napoleone in Piemonte: la battaglia di Marengo

    La battaglia di Marengo, combattuta il 14 giugno del 1800, si ascrive nella Seconda campagna d’Italia e ne rappresenta il suo ultimo atto, determinando l’esito finale della guerra. Vide contrapporsi le forze repubblicane del generale francese e Primo console (titolo assunto il 9 novembre del 1799) Napoleone Bonaparte e l’esercito imperiale comandato dal generale austriaco Michael von Melas.

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    La Francia era esaurita dalle guerre rivoluzionarie e ferita per l’infelice andamento di quell’anno di guerra, durante il quale le nazioni riunite nella Seconda coalizione (Russia, Inghilterra, Austria, Portogallo, Napoli, Papato e Impero ottomano) le avevano strappato tutte le conquiste portate dalle vittorie fulminee di Napoleone degli anni precedenti, a eccezione di Svizzera e parte della Liguria, che restavano francesi. Napoleone provò a offrire la pace agli avversari ma ottenne un rifiuto. I dissapori interni alla coalizione avevano però portato a una vittoria incompleta e insoddisfacente e causato anche la defezione della Russia. Fra le potenze rimaste si era consolidata la convinzione che si fosse persa un’occasione per eliminare la minaccia su tutta l’Europa del generale francese, e si aspettava solo il momento per coglierne una nuova.

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    A Napoleone non restava che prepararsi a un’altra guerra. La guerra civile con i monarchici della Vandea si era finalmente conclusa con una prudente amnistia, rendendo disponibile un gran numero di uomini che Bonaparte riunì a Digione come nucleo iniziale di una nuova formazione, l’Armata di riserva, per la quale prevedeva un ruolo da protagonista nel nuovo imminente conflitto.

    Il suo principale avversario, l’Impero asburgico, era pronto a riprendere le ostilità sia dalla Foresta nera, con i centomila uomini al comando del generale Kray, sia dal Piemonte, con gli ottantacinquemila uomini dell’anziano generale Melas. Kray e Melas erano però separati dalla Svizzera e il genio di Napoleone aveva colto l’opportunità di sfruttare questo cuneo geografico a proprio vantaggio insinuandovi la Riserva, per poi guidarla con una rapida marcia aggirante da sud, alle spalle dell’armata di Kray. Questa idea di manovra dovette però essere abbandonata per l’opposizione del generale Moreau, che prediligeva un comportamento più cauto. Per cui Moreau avrebbe attaccato la Germania, mentre i suoi sessantamila uomini della Riserva, attraversata la Svizzera, sarebbero calati in Italia transitando dai valichi alpini alle spalle di Melas. Il ruolo di diversivo sarebbe spettato al generale Massena, con i suoi quarantamila uomini dell’Armata d’Italia che occupavano la Liguria.

    Nel frattempo, a Vienna, il Consiglio aulico imperiale aveva deciso di riprendere lo scontro sull’unico fronte nel quale avrebbe potuto contare sull’appoggio britannico: la Liguria. Il 6 aprile i reggimenti austriaci penetrarono nella regione italiana da più punti, sorprendendo le forze di Massena e dividendole in tronconi isolati. Dopo due settimane di operazioni, il generale francese era stretto d’assedio nelle fortificazioni di Genova, con meno di diecimila uomini, bombardato dal mare dalle navi britanniche e da terra dai ventimila uomini del generale austriaco Ott. Anche Napoleone fu colto di sorpresa e costretto ad anticipare la partenza. Nonostante gli sforzi, però, la Riserva raggiunse i passi alpini solo a metà maggio, quando la situazione a Genova era ormai disperata. Napoleone fece giungere a Massena la richiesta di resistere almeno fino a inizio giugno, ma la sua intenzione non era quella di accorrere in suo soccorso, bensì di guadagnare il tempo necessario per completare la manovra di aggiramento.

    La maggior parte dell’armata francese transitò per il passo del Gran San Bernardo, mentre Moncenisio e Piccolo San Bernardo furono utilizzati da forze minori, per confondere i piani degli austriaci. L’unico vero contrattempo fu incontrato il 19 maggio al forte di Bard, che dovette essere scavalcato alla spicciolata, rallentando notevolmente la tabella di marcia e soprattutto impedendo il passaggio di gran parte dei cannoni, i quali divennero disponibili solo due giorni prima della battaglia.

    Melas si era convinto che l’obiettivo di Napoleone fosse Genova e decise, perciò, di attenderlo a Torino. Ma sul capoluogo piemontese puntava solo la forza diversiva proveniente dal Moncenisio, il grosso dei francesi faceva tappa a Milano, via Ivrea e Vercelli. Il 2 giugno Napoleone entrò a Milano e in quello stesso giorno cadde anche il forte di Bard, aprendo il passaggio ai suoi cannoni. Nel frattempo, la situazione a Genova era precipitata e per il vecchio Melas, ormai a rischio accerchiamento, non restava che aprirsi una via di fuga a est, passando per Alessandria. A questo punto fu ordinato a tutte le forze austriache di concentrarsi verso questa destinazione. Napoleone venne a sapere della caduta di Genova e soprattutto del fatto che gli austriaci non erano più bloccati dall’assedio e che perciò avrebbe dovuto andarli a cercare, costringerli alla battaglia. Appena giunto a Marengo, comune a tre chilometri da Alessandria, Napoleone distaccò cinquemila soldati a sud per essere sicuro di bloccare ogni via di fuga agli austriaci. Altri tremila e cinquecento uomini furono disposti a nord. Con Napoleone, in posizione centrale, sarebbero rimasti appena ventiquattromila soldati. Gli austriaci non si erano resi conto che le truppe napoleoniche fossero così vicine, ma ritenevano che si trovassero più a nord, intenzionate a tagliare loro la strada verso Milano.

    Così, all’alba del 14 giugno, i trentaquattromila uomini dell’esercito asburgico iniziarono l’attraversamento della Bormida con una certa tranquillità, venendo però subito fermati dalla resistenza degli avamposti francesi. Le colonne austriache si aprirono subito a ventaglio iniziando a premere sullo schieramento francese. Dopo due ore di combattimenti Napoleone comprese che quella non rappresentava solo una schermaglia di retroguardia, ma di una vera e propria battaglia decisiva e per questo diede disposizioni di richiamare i contingenti che aveva distaccato. Anche se nelle prime ore del pomeriggio lo scontro poteva dirsi perso, le forze francesi non erano in rotta, ma si ritiravano a est con la forza ancora di combattere. Il comandante francese Desaix, attirato dai colpi di cannoni, ritornò sui suoi passi e con la sua divisione in testa, nel tardo pomeriggio, attaccò di nuovo il nemico. Gli austriaci erano ora guidati dal generale Zach, perché Melas era già tornato ad Alessandria, convinto della vittoria acquisita. La sorpresa fu totale e amplificata dall’esplosione di un carro di munizioni che scompaginò il centro della colonna austriaca proprio mentre veniva caricata da un reggimento di cavalleria. Il panico fu incontrollabile e l’intero esercito austriaco si diede alla fuga.

    Con l’inattesa vittoria francese, il 16 giugno il governo asburgico fu costretto a firmare la Convenzione di Alessandria, patto che assegnava ai francesi la riviera di Genova e il bacino del Po, dal fiume Chiese fino a Forte Urbano, presso Mantova. Agli austriaci veniva invece permesso di ritirarsi al di là del fiume Mincio.

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