






Spero che abbiate preso un bel respiro dopo l’ultimo pezzo, perché io, onestamente, non ho ancora ricominciato a respirare regolarmente. Vi avevo lasciato con il telefono in mano, il cuore che batteva contro le costole come un batterista punk e una proposta che, diciamocelo, è di quelle che ti cambiano la prospettiva, la carriera e forse pure il modo di guardare dentro l’obiettivo. Se non avete letto il capitolo precedente, fatevi un favore e andate a recuperarlo, altrimenti è come entrare al concerto quando stanno già smontando il palco per l’ultima data.
Oggi niente playlist in sottofondo, niente “clic” sul tasto play per accompagnare la lettura. Il ritmo oggi lo dettiamo noi, con i battiti che accelerano a ogni riga. Ve lo dico subito, senza giri di parole, perché la gioia è troppa per tenerla sotto chiave e voglio che sentiate questa carica elettrica fin dalla prima parola: il nome che non potevo svelarvi è quello di Giorgia. Sì, proprio lei. La Voce con la “V” maiuscola. Quella che quando sale di un’ottava ti spettina l’anima, ti rimescola i ricordi e ti ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, perché abbiamo scelto di vivere mangiando pane e musica.
Siamo a Torino, all’Inalpi Arena, ed è venerdì 13 marzo 2026. Per molti una data da segnare sul calendario con il segno meno, una giornata da passare sotto le coperte per scaramanzia. Per me, invece, il venerdì 13 è da sempre un talismano, un giorno che mi ha sempre portato una fortuna sfacciata. E questa volta non ha fatto eccezione, anzi, è stata la consacrazione di un sogno che inseguivo da tempo.
Era la prima data del tour. Per un fotografo, la “data zero” o la “prima” assoluta è un territorio inesplorato, affascinante quanto terrificante. Non ci sono reference, non ci sono foto dei colleghi da studiare compulsivamente su Instagram per capire da dove arriva quel particolare taglio di luce, se c’è un controluce che ti frega o se quel fumo scenico ti trasformerà le foto in un ammasso di grigio informe. Nulla. È un foglio bianco, anzi, è un calcio di rigore al novantesimo sotto la pioggia: sei tu, i tuoi obiettivi e lei. Se segni, resti impresso nella memoria visiva di tutto il tour; se sbagli, non c’è post-produzione o filtro magico che possa salvarti la pelle.
Ve lo dico con la massima sincerità, come se fossimo qui seduti a un tavolino in un angolo tranquillo, con un calice di rosso in mano a raccontarcela tra amici: avevo l’agitazione addosso. Una di quelle che ti chiude un po’ lo stomaco e ti fa controllare lo zaino dieci volte anche se sai che è tutto in ordine. Non importa quanti palchi hai calpestato, quante superstar mondiali hai messo a fuoco o se questo non è tecnicamente il tuo primo incarico da “ufficiale”. Sono un essere umano, dopotutto. E quando sai che la tua responsabilità è restituire l’immagine ufficiale della più grande cantante italiana vivente, senti il peso di ogni millimetro di vetro delle tue ottiche. Senti la pressione di dover essere all’altezza di quel dono immenso che è la sua voce.
Poi, però, succede quella magia che noi “malati” di concerti conosciamo bene. Ho varcato la soglia dell’Inalpi Arena, ho sentito l’odore inconfondibile del fumo artificiale misto all’elettricità che precede l’inizio, quel brusio del pubblico che sale come una marea. Ho impugnato le mie macchine, ho stretto le cinghie, ho impostato i primi parametri e… pouf. Svanito tutto. L’ansia si è polverizzata, lasciando spazio a un’adrenalina pura, una concentrazione quasi ferina. In quel momento non sei più William Bruto l’uomo con i suoi dubbi; sei l’occhio, sei un’estensione della macchina fotografica che deve fermare il tempo e trasformare l’energia in pixel.
Non chiedetemi quanti chilometri ho macinato tra quelle mura. Avrò fatto migliaia di passi, correndo su e giù dal pit, arrampicandomi in posti impensabili, scivolando tra il pubblico con il passo di un gatto per non disturbare nessuno, cercando angolazioni che raccontassero non solo la musica, ma l’evento nella sua interezza. Ho sudato, e tanto. Ma è quel sudore buono, quello che senti addosso alla fine di una giornata epica e che ti fa sentire maledettamente vivo, come se avessi corso una maratona ma senza la fatica, solo con la gloria.
Ma c’è una cosa che mi ha colpito dritto al cuore, più delle luci stroboscopiche e della scenografia imponente: l’umanità. Prima che lo show iniziasse, un membro dell’entourage mi ha avvicinato per darmi un messaggio preciso da parte di Giorgia, una richiesta che da sola spiega perché lei sia nell’Olimpo: “William, mi raccomando: fai le foto a tutti i musicisti, uno per uno. Lei ci tiene a loro più che alle proprie foto”. Capite lo spessore? In un settore spesso dominato da ego smisurati e prime donne, la Stella si preoccupa che la sua “famiglia” sul palco riceva la stessa luce e lo stesso rispetto che spettano a lei. E che talenti, ragazzi! I musicisti erano di un livello stellare, dei chirurghi del suono, e i vocalist… beh, i cantanti che la accompagnavano avevano più tecnica, cuore e anima della stragrande maggioranza di quelli che sentite passare oggi in radio o nelle piazze. Un muro di armonie che ti entrava dentro e ti spostava gli organi interni.
Lo spettacolo è stato un crescendo incredibile, un meccanismo perfetto di suoni e visioni. Ma c’è stato un momento che ha toccato vette poetiche difficili da descrivere a parole. Sul palco è salita una bambina, una creatura meravigliosa con gli occhi pieni di stupore, di nome Mia. Giorgia l’ha accolta con una dolcezza materna e insieme hanno iniziato a cantare “La cura per me”.
La delicatezza di quell’istante era disarmante. Io ero lì, stavo lavorando, catturando ogni sfumatura di quel duetto magico, cercando di fermare l’espressione di Mia che guardava il suo idolo e quella di Giorgia che la proteggeva con la voce. Ma a un certo punto, ho sentito il bisogno di fare un gesto che per noi fotografi è quasi contro natura: ho tirato giù la macchina. Solo per pochissimi secondi, sia chiaro.
Le schede erano già piene di scatti perfetti, il lavoro era al sicuro, ma in quel frammento di tempo volevo che l’immagine non passasse solo attraverso la lente e il sensore. Volevo imprimerla direttamente nella mia testa, nella mia memoria privata, senza filtri digitali. Volevo sentire quella purezza sulla mia pelle, vedere con i miei occhi – e non attraverso un mirino – quanto possa essere potente la musica quando diventa condivisione pura. Ho guardato Mia, ho guardato Giorgia, ho respirato quell’emozione e poi, in un battito di ciglia, la reflex è tornata su, pronta a immortalare l’abbraccio finale. È stato un istante rubato per me, per poter dire a me stesso, un giorno: “William, io quel momento l’ho vissuto davvero”.
La serata si è chiusa tra gli applausi scroscianti e le lacrime di un’Inalpi Arena completamente rapita. Sono uscito dall’arena con le gambe che tremavano un po’ per la stanchezza, la schiena provata, ma con una carica vitale che non provavo da anni.
Lavorare come fotografo ufficiale per un’artista di questo calibro, specialmente in una “prima” così carica di aspettative, significa entrare nel suo tempio, rispettarne il silenzio e celebrarne il grido. Giorgia non è solo una voce, è un’emozione che cammina e che ti travolge. E io, con le mie macchine ancora calde e le schede cariche di bellezza, mi sento l’uomo più fortunato del mondo. Ho cercato di trasformare quei suoni e quell’umanità in immagini, sperando di restituire a chi guarderà queste foto anche solo una piccola parte della pelle d’oca che ho provato io tra un click e l’altro.
La musica è così: ti sfida, ti mette alla prova, ti fa sudare l’anima, ma alla fine ti regala sempre la “cura”. E a Torino, quel venerdì 13, siamo guariti tutti un po’.
Ci vediamo al prossimo scatto, amici. E tenete gli occhi aperti: la bellezza è ovunque, basta saperla mettere a fuoco.
William Bruto







