C’è un dettaglio che, a rileggerlo oggi, dice più di mille dichiarazioni d’intenti e aiuta a capire la fase che stiamo attraversando molto più di complesse analisi tecniche. In Vaticano, lo sappiamo, la semantica non è mai neutra. Quando il cardinale Robert Francis Prevost, subito dopo l’elezione al soglio pontificio, si è affacciato alla loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro e ha dettato il suo primo comunicato, non ha compiuto un semplice atto di rito. Ha piantato una bandiera. Spiegando poi al Collegio cardinalizio, il 10 maggio 2025, la decisione di assumere il nome di Leone XIV, ha tracciato una linea di continuità ideale, esplicita e diretta con il suo predecessore, Leone XIII.
Richiamare il Pontefice che nel 1891 affrontò i tumulti della prima rivoluzione industriale significa annunciare, senza troppi preamboli, che la Chiesa considera l’intelligenza artificiale una questione sociale della medesima portata. Non un tema fra i tanti da spuntare in agenda, ma un vero e proprio crinale di civiltà. Se alla fine dell’Ottocento la Chiesa si interrogava sulle condizioni del lavoro umano, scendendo in campo per difendere l’uomo dalla macchina industriale, oggi torna a farlo davanti a una tecnologia che non si limita più a sostituire la forza fisica, ma entra nei gangli vitali dei processi decisionali, cognitivi e relazionali. L’obiettivo, oggi, è difendere l’uomo dalla “macchina intellettuale”. È una sfida enorme, che condivide la medesima statura storica della Rerum Novarum, ma con una differenza temporale che si fa spietata: Leone XIII ebbe davanti a sé cento anni per essere ascoltato; Leone XIV, per incidere realmente sulle regole del gioco, ne ha a disposizione forse soltanto cinque.
Da qualche tempo, e con una progressiva accelerazione, il Vaticano ha smesso di limitarsi a commentare l’innovazione tecnologica dal divano della morale post-factum e ha scelto di scendere in campo per essere “della partita” mentre il dibattito si forma, non a cose fatte. È una differenza sostanziale di postura. Papa Francesco aveva già aperto questa pista portando il tema dell’intelligenza artificiale ai massimi vertici internazionali, dal G7 di Borgo Egnazia fino alla promozione della Rome Call for AI Ethics, ma con l’elezione di Leone XIV si percepisce una volontà ancora più strutturale. Non si tratta di discettare di tecnologia in senso stretto, ma di governare una trasformazione che ridefinisce il modo in cui pensiamo, lavoriamo e, in ultima istanza, il modo in cui stabiliamo cosa significhi essere umani.
Chi ha avuto modo di seguire da vicino questo fermento lo ha colto chiaramente. In una recente conferenza, Don Luca Peyron – giurista, teologo e coordinatore del Servizio per l’Apostolato Digitale, nonché membro del Comitato Buone Pratiche dell’Istituto Italiano per l’IA (AI4I) – ha insistito su un punto che spiega l’urgenza ecclesiale: l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnico, ma un vero e proprio riassetto antropologico, una nuova postura esistenziale. Non cambia soltanto l’efficienza di ciò che facciamo, altera la nostra facoltà di giudizio e il modo in cui ci rapportiamo alla realtà. Diventa dunque ovvio perché un’istituzione come la Chiesa, che per statuto si occupa di senso, relazioni e comunità, senta l’imperativo di non restare a guardare.
Il contesto, d’altra parte, è quello di una mutazione che ha pochi precedenti per pervasività. L’intelligenza artificiale si presenta come la panacea per un’ipercomplessità che noi stessi abbiamo generato, promettendo di semplificare e ottimizzare. Ma nel farlo introduce un paradosso sottile e insidioso: più deleghiamo alla macchina la capacità tecnica di gestire informazioni, più si atrofizza la nostra capacità di pensiero critico. Peyron, citando Kahneman, lo descrive parlando di un “Sistema 3” cognitivo: un ibrido che agisce con la rapidità dell’intuizione (Sistema 1) ma simula la profondità del ragionamento logico (Sistema 2), apparendo “senza costo” in termini di fatica intellettuale e inducendoci, di fatto, ad appaltare all’IA il pensiero autonomo.
Dentro questo scenario, la strategia vaticana si muove come una macchina curiale ben oliata, snodata su più fronti. C’è l’impalcatura dottrinale, inaugurata da documenti massicci come Antiqua et Nova, per fissare i paletti. C’è una regia istituzionale di alto profilo, incarnata da figure come Padre Paolo Benanti, ponte intellettuale chiamato a tradurre i valori in “algoretica” nei tavoli dell’ONU e dei governi. E c’è, infine, una trincea pastorale, animata da figure come Peyron, che prova a calare questa vertigine nel linguaggio quotidiano di parrocchie, università e famiglie.
Il nucleo di questa operazione ruota attorno a un principio all’apparenza banale, ma oggi fieramente controcorrente: la macchina non è una persona. Può sembrare un’ovvietà, eppure cessa di esserlo quando intere generazioni iniziano a trattare i chatbot come confidenti e surrogati affettivi. In un mondo in cui più del 40% degli adolescenti dichiara di cercare conforto psicologico e affettivo in un’intelligenza artificiale in momenti di solitudine o ansia, ribadire che la tecnologia “non ha corpo, non è stata redenta” e non restituisce vera relazione è un atto di igiene mentale, prima ancora che teologica.
È qui che si consuma la tensione più affascinante. Da un lato, la Chiesa non cede al luddismo: riconosce l’IA, come si legge nel documento Antiqua et Nova, come uno “strumento complementare all’intelligenza umana” che non va divinizzato né può sostituire le relazioni umane. Dall’altro, svela il socio occulto di questa comodità: una dipendenza funzionale strisciante, in cui la “sdraiatezza” esistenziale viene incoraggiata da macchine progettate per azzerare l’attrito e compiacere l’utente. È il difficile tentativo di tenere insieme l’innovazione e il senso profondo dell’umano.
In questo funambolismo si inserisce il nodo cruciale del potere. Le infrastrutture digitali non sono piazze pubbliche neutre. Quando la potenza computazionale del pianeta è proprietà di pochissime aziende al mondo, stiamo parlando di monopoli geopolitici, non di libero mercato. Cedere a questi sistemi i nostri dati e la fatica delle nostre decisioni significa, inevitabilmente, cedere una parte del nostro potere.
Da questo punto di vista, il Vaticano occupa una casella atipica nello scacchiere. Non stampa microchip, non addestra modelli linguistici, ma possiede un capitale di convocazione e un’antropologia fondata che poche altre cancellerie mondiali possono vantare. Può parlare la stessa lingua a Washington e a Nairobi, proponendo un’idea di persona non negoziabile, al riparo dalle isterie del panico regolatorio europeo e dalle ingenuità del tecno-ottimismo californiano.
Tutto questo, beninteso, non garantisce la vittoria. Le crepe nell’edificio sono macroscopiche. L’architettura di questi oligopoli si consolida a velocità inarrivabili per i tempi di reazione della normazione e dell’etica. E soprattutto, come avverte lo stesso Benanti, se oggi “il codice sta sostituendo la legge”, non basta firmare appelli benintenzionati; occorre trovare il modo di ingegnerizzare la dignità umana dentro i parametri matematici, convincendo i programmatori prima ancora dei fedeli.
Se l’intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole del gioco, non possiamo limitarci a chiederci cosa ci permetterà di fare, ma dobbiamo decidere cosa vogliamo diventare. È il medesimo snodo critico che definisce i confini di un compiuto umanesimo digitale. Ne ho scritto nel libro “Verso l’Umanesimo Digitale”: emerge l’urgenza di “plasmare le tecnologie in accordo con i valori e i bisogni umani, invece di permettere alle tecnologie di plasmare gli esseri umani”. Il tentativo ecclesiale di ancorare il dibattito a un “pregiudizio umanista” non è dunque un anacronismo difensivo, ma l’unica vera mossa d’attacco rimasta.
Non si tratta di guardare nello specchietto retrovisore. La sfida non è stabilire se convivere con l’algoritmo, questo è pacifico ed è un dato di fatto, ma impedire che l’algoritmo diventi l’unico metro di misura del reale. Forse è proprio su questo confine che si deciderà l’eredità di questa epoca: non nella potenza dei sistemi che sapremo accendere, ma nella ostinata volontà di proteggere, coltivare e rivendicare tutto ciò che, dell’essere umano, rimane orgogliosamente incalcolabile.
L’anima e l’algoritmo: la vera partita del Vaticano sull’IA
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