La terza ondata della pandemia di coronavirus ha riacceso ansie e preoccupazioni. I continui “apri e chiudi” della didattica in presenza, cominciano a pesare e, infatti, ecco ripartire le proteste dei genitori e studenti che a gran voce chiedono il rientro a scuola.
Scuole e asili nido chiudono e i disagi in famiglia aumentano, soprattutto quando ci sono bambini piccoli. Molti paesi europei hanno capito che il futuro dipende dalla formazione scolastica; investire sulla scuola è fondamentale per la ripresa economica e hanno limitato al massimo le chiusure.
In Italia dal 14 marzo scorso, dalla ripresa della DAD, si sono susseguite una serie di manifestazioni – a partire da Torino in Piazza Castello – che come un’onda ha investito gran parte del territorio torinese e canavesano.
A Ciriè, Caselle, Mathi e altri paesi della cintura, gruppi di genitori hanno manifestato fuori dalle scuole. Non sono mancate lettere aperte di protesta al presidente Cirio.
Il Comitato “Scuole Aperte” di Caselle, costituito da un gruppo di 40 genitori dell’IC (infanzia elementari e medie), ha organizzato una protesta, un flash mob ordinato e silenzioso, fatto di striscioni, cartelloni e scarpette, immagini visive a rimarcare quanto il bisogno di normalità sia una costante. Ma soprattutto, è il segnale di un disagio sociale preoccupante che riguarda le famiglie, i bambini e gli adolescenti e che i pediatri confermano.  Sono soprattutto le mamme a intercettare i malesseri psicologici, relazionali e formativi dei loro figli e manifestano con #Questacasanonèunascuola per far sentire la loro voce contro la decisione del Governo di chiudere le scuole e proseguire l’insegnamento con la didattica a distanza.
Abbiamo intervistato alcuni manifestanti scesi in Piazza Boschiassi.
– Perché siete qui? –
“Volevamo dare voce ai bambini che non hanno modo di esprimersi, questi cartelloni li abbiamo fatti con loro”, dice Carmen che ha anche scritto una lettera al presidente della Regione Cirio per sensibilizzarlo sulla questione.
Sui cartelloni si legge: “Voglio tornare a scuola! Noi le regole le abbiamo rispettate!”
“Le regole sono state rispettate fin dall’inizio, – continua Carmen – svolgono otto ore di lezione con la mascherina, non si scambiano oggetti personali, né merende e attrezzature scolastiche, niente giochini portati da casa; i bambini hanno capito e hanno accettato tutto, sono stati più diligenti di molti adulti nel rispettare le regole pur di continuare ad andare a scuola. Ora, si chiedono come mai la scuola è chiusa. Abbiamo fatto noi qualcosa di sbagliato?”

Ci parla della sua esperienza Francesca, che lavora come collaboratrice in una scuola materna di San Maurizio e ha una bambina di sei anni: “ I bambini di prima elementare sono stati catapultati in questa nuova esperienza senza neanche fare una visita alla scuola elementare, il percorso di accoglienza previsto negli anni scorsi. Rispettano le regole, portano le mascherine tutto il giorno, igienizzano sempre le mani e poi si ritrovano, loro malgrado, nuovamente due ore al giorno davanti ad un computer, senza la possibilità di essere ascoltati. Scoppiano anche a piangere davanti ad uno schermo, se sono rimasti indietro e non sanno come dirlo alla maestra. Un carico di stress esagerato. Mia figlia mi dice ancor prima di connettersi al mattino: – Mamma questa non è una scuola, è una cosa da grandi!- .”

Le chiediamo se riesce a seguirla durante la sua DAD o se è fuori per lavoro.
“Sono riuscita a concordare dei cambi di turno e un pomeriggio fisso a settimana a casa per seguirla quando fa lezione, devo dire grazie alla disponibilità del mio datore di lavoro.”
Donne multifunzione, impegnate nel lavoro svolto a casa, nelle faccende domestiche e nel supporto dei figli in DAD. Sopportano il peso della gestione familiare senza fare una piega. Se fino a qualche anno fa, arrivavano in soccorso i nonni, da quando è scoppiata la pandemia, gli anziani, categoria più a rischio, non sono più disponibili a dare una mano e le mamme sono state travolte dagli eventi.

Elisa gestisce un bar, inizia alle 9,30 del mattino e finisce alle 4, ha due bambini di 6 e di 2 anni, e racconta: “In questo periodo svolgiamo servizio di asporto e i bambini vengo con me al bar, la più grande è in DAD nel retrobottega, mentre io cerco di lavorare, il piccolino vuole attenzioni e va seguito e io mi divido tra lui, il lavoro e la DAD.”
È uno slalom, che Elisa gestisce adeguando alla meglio gli orari del bar alle sue esigenze personali.
Estelle ha due bimbe, una alla materna e una all’asilo nido, è separata e ha chiesto di lavorare part time per seguire le bambine.
– Estelle, sei quindi in prima linea… Durante il precedente lock down ha utilizzato tutta la maternità facoltativa e i congedi retribuiti al 50%?
“Ho preso tutti i permessi e ferie che avevo. Le mie bambine sono piccole, per fortuna non abbiamo la DAD da seguire, tuttavia con le bambine così piccole non è facile, non ho un aiuto in famiglia, perché i miei genitori lavorano.”

Qual è la maggiore difficoltà che stai riscontrando ?
“Il disagio psicologico. Ho due bambine che a livello caratteriale sono molto diverse, la più grande è molto introversa e in questa circostanza si sta chiudendo ancora di più. La piccola soffre la chiusura in casa e la mancanza di socialità, questa chiusura fra quattro mura domestiche è molto frustante.”

Quindi, sia i bambini che gli adolescenti subiscono effetti indiretti degli eventi sul piano psicologico, relazionale e formativo, in particolare quelli più fragili.
Abbiamo chiesto il parere di un esperto, il Dott. Renato Turra, pediatra di famiglia componente del Collegio di Direzione ASL TO4 Piemonte. Il dottore negli anni ha svolto ruoli importanti e partecipato a molte Commissioni, Comitati Scientifici, Tavoli Tecnici e Gruppi di lavoro in ambito istituzionale e scientifico
“Esiste effettivamente una grossa preoccupazione dal nostro punto di vista di noi pediatri per tutto quello che è legato alla sfera psicologica ed emotiva di questi bambini, e parliamo dalla materna fino alle scuole del grado primario e secondario. Con espressioni diverse, notiamo situazioni molto diffuse di disagio e siamo molto preoccupati per come stanno evolvendo le cose. Quello che hanno riferito le mamme è assolutamente corretto. La didattica a distanza; il fatto di vivere comunque molto più isolati di come si era più abituati in passato; la difficoltà nell’avere rapporti interpersonali uguali a quelli precedenti, parlo soprattutto dei ragazzini più grandi, ha dato un riscontro negativo dal punto di vista della sfera psicologica ed emotiva. Non solo disturbi del sonno, ma anche disturbi del comportamento che possono essere di grado lieve o, in alcune situazioni, anche gravi.”

Quali sono le criticità che ha riscontrato in questo anno di pandemia? Disturbi fisici creati da una situazione psicologica difficile? 
“ Si tratta di un aumento veramente esponenziale di somatizzazioni e disturbi psicosomatici legati allo stress, anche negli adulti. Abbiamo avuto un aumento veramente notevole di disturbi del sonno, di disturbi legati all’apparato gastrointestinale con dolori addominali, mal di testa, quindi, cefalee, disturbi riferiti dell’equilibrio, dell’emotività. Bambini o ragazzini, che a seconda del loro habitus caratteriale, si chiudono in sé stessi, altri che invece diventano più nervosi, irritabili e aggressivi. Casi che si ripetono e che è necessario indagare e bisogna fare attenzione a non minimizzare, affinché si escluda qualsiasi patologia diversa. Tachicardie e difficoltà respiratorie, che sono senza causa apparente, ma affliggono i bambini dagli ultimi anni delle elementari a quelli delle scuole medie. Ovviamente, parlo di situazioni che poi vengono escluse come patologia da tutta una serie di controlli. Controlli che devono attivarsi con una certa rapidità e nella maggior parte dei casi, a causa del Covid, non possono avvenire in strutture pubbliche convenzionate ed è necessario spesso ricorrere a strutture private, con un conseguente impegno economico da parte delle famiglie. “
Il discorso della didattica a distanza, per minimizzare i contagi, può essere una strada, tuttavia il costo che stiamo pagando è alto. Siamo sicuri che il problema risieda proprio fra i banchi scolastici?

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