Li Cunti di VittorioFrancesco arrivò sulla banchina, da dove sarebbe partito il treno, con oltre un’ora di anticipo.
Era questa una buona abitudine che aveva da tempo. Non era mica la prima volta che viaggiava. Durante il servizio militare aveva fatto un bel po’ di volte su e giù per lo Stivale. La banchina 16 della stazione di Napoli Centrale era ancora vuota. Presto si sarebbe riempita di viaggiatori. Arrivare presto significava avere più possibilità di trovare un posto sul “Treno del Sole”, che dal Sud andava su, su fino a Torino.

Era un treno lunghissimo, praticamente era composto solo da vetture di seconda classe. Qualche volta la stazione in cui nasceva il convoglio era la stessa Napoli, il più delle volte la prima stazione di partenza era Reggio Calabria o Palermo. Arrivava a Napoli già intasato di passeggeri: era il treno dei migranti. 
Francesco Armeno, seduto sulla sua valigia in similpelle già abbastanza logora per i molti viaggi che aveva sul groppone, aspettava paziente l’arrivo del treno. Viaggiava da solo, andava a Torino in cerca di lavoro. Una famiglia di compaesani l’aspettava. Quando aveva telefonato, grazie ai buoni uffici delle sue sorelle amiche delle ragazze di famiglia, per chiedere se poteva venire su a Torino e se gli avrebbero dato una mano a cercare lavoro, avevano risposto: “Vieni, Francesco. Qui il lavoro c’è, non ti preoccupare, ti diamo una mano noi. Se non ci si aiuta tra noi… E poi ci conosciamo da sempre.” Quindi non partiva alla cieca.
Intanto la banchina cominciava ad affollarsi. C’erano molti giovani come lui, con la loro brava valigia: di cartone o come la sua in similpelle. Il più delle volte in prestito. Era evidente che anche gli altri tentavano l’avventura. C’erano anche persone di una certa età con valigia e qualche scatolone: sicuramente andavano a trovare i figli o parenti già di stanza a Torino. Ne approfittavano per portare qualche specialità del paese d’origine. Un modo per respirare aria del paese natio. Difficilmente c’erano viaggiatori vestiti elegantemente. La gente ricca e agiata viaggiava su altri treni:  come il Settebello, un treno che filava a 180 Km all’ora. C’era anche il “belvedere”: il personale addetto ti portava il caffè caldo, il giornale e se ne avevi voglia anche un vassoio con cibi selezionati. Un altro mondo. Inaccessibile per chi viaggiava sul Treno del Sole.

Il Treno del Sole, un nome bellissimo. Evoca mondi ideali, felici e senza problemi. Come l’Arcadia Felix, il luogo mitico dove i pastori che l’abitavano vivevano in perfetta armonia con la natura: un mito, appunto.
Il nome, in realtà, dava un po’ di lustro a quella che nella sostanza era una “tradotta” di antica memoria. Un po’ più comoda, ma tradotta era.
A questo treno, anni dopo, avrebbe dedicato una struggente canzone il cantautore genovese Bruno Lauzi, “La donna del Sud”.
Oramai la banchina era piena di viaggiatori. Mancava poco all’arrivo del treno. La sosta a Napoli sarebbe durata una mezz’ora. Giusto il tempo per far salire i viaggiatori. Bisognava correre, arrampicarsi anche. Spesso qualche spinta era necessaria per accaparrarsi un posto. Nessuno prenotava il posto, si viaggiava alla cieca. Le ferrovie vendevano i biglietti senza preoccuparsi minimamente della capienza dei vagoni.
Una volta, un po’ di tempo prima, aveva conquistato un posto veramente comodo: accanto al finestrino, il migliore perché potevi appoggiare la testa. Il viaggio sarebbe stato lungo. C’era una coppia di anziani in piedi, visibilmente stanchi. Che fai, li fai viaggiare in piedi tutta la notte? Francesco cedette il suo posto, cosa che fece anche un suo amico che viaggiava con lui. Loro erano giovani. Si sarebbero sdraiati per terra. Funzionava così.
“Sta arrivando, sta arrivando”, qualcuno gridò. Subito tutti si voltarono e in lontananza erano apparsi due cerchietti gialli e luminosi: i fari del treno.
Entrò lentamente in stazione, era lunghissimo. L’ultima carrozza sopravanzava il limite estremo della banchina. Man mano che si avvicinava la locomotiva appariva sempre più distinta, nella oramai notte. Era possente, dipinta a strisce bianche e verdi. Come quasi tutte. Sui fianchi c’era dipinto un coccodrillo stilizzato e muscoloso: era forte e possente, come la locomotiva. Trainare un treno così lungo mica era uno scherzo. Non appena il treno si fermò, Francesco come tutti, si affrettò al primo sportello.
Qualcuno era già salito e afferrava le valige anche attraverso i finestrini. Intanto gli addetti delle ferrovie stavano già staccando la locomotiva. La stazione di Napoli era terminale, i treni invertivano lì la direzione di marcia.
Salì trascinando la sua valigia, cominciò a spostarsi lungo lo stretto corridoio alla ricerca di un posto libero. Una caccia che il più delle volte era infruttuosa. Tutti erano alla ricerca della preda, ovvero di in posto. Chi la stanava, zac, doveva scattare come un centometrista. Ma ahimé, prede non ce ne stavano, inutile spostarsi in altri vagoni. Era così ovunque. Si accomodò sul pianerottolo della carrozza, dove c’è la toilette: già impraticabile.
Nei corridoi e nel pianerottolo c’erano dei sedili a scomparsa, non comodissimi ma meglio di niente. La notte sarebbe stata lunga. L’arrivo a Torino era previsto intorno alle otto del giorno dopo.
Tutti avevano la faccia già stanca, lui Francesco era giovane, aveva ventitre anni. Avrebbe sopportato agevolmente la fatica. Era abituato alla vita disagiata e al lavoro duro.

Prima della ferma militare, praticamente un ragazzo, aveva già fatto diversi mestieri come garzone: mugnaio, panettiere, fabbro, falegname, idraulico. Sempre in nero. Soldi? Lasciamo perdere. Quella che abbondava era la fatica e lo sfruttamento.
Ecco cosa lo spingeva ad andare al Nord: un lavoro degno.

Di colpo uno scossone: ecco, il treno in movimento. Partiti in orario. Il convoglio prese velocità, tutti si accinsero a dormire, se era possibile in quelle condizioni.
Francesco si sedette sulla valigia. Il suo pensiero tornava indietro di alcune ore. Era a casa sua, preparava la valigia, sua madre era silenziosa. Lo aiutava a sistemare le cose nella valigia ed intanto dispensava qualche parco consiglio. Sapeva che non c’è n’era bisogno. Francesco era già esperto, sicuramente più di lei che non aveva mai viaggiato. Le sorelle guardavano silenziose. Quel viaggio era una sfida e una scommessa. Era una possibilità anche per loro. Se tutto fosse andato bene anche loro avrebbero intrapreso il viaggio per Torino.
Le luci dei vagoni ora erano spente. Aleggiava un’atmosfera come di sospensione. Come nelle opere di Hopper. Tutti silenziosi. Qualcuno sgranocchiava qualcosa.

Lui era fortunato, il suo paese di origine non era molto lontano da Napoli: una trentina di chilometri. C’era gente che era dovuta partire molto presto da  molto più lontano.
A poco a poco presero a sfilare le stazioni e le fermate: Formia, Latina, Frosinone, Roma, Civitavecchia… e su, sempre più, verso il Nord. Per l’ultima volta  la vista del mare. Poi la grande pianura solcata dal Po.

E quindi l’ingresso in Piemonte. Le luci del mattino fecero capolino attraverso i finestrini. I migranti tutti stanchi e assonnati, ma il più era fatto.
A breve sarebbe apparso il tipico paesaggio della periferia di una grande città: Torino.

Alle otto in punto il treno entrò nella stazione. Sferragliando si fermò. Francesco mise il piede sulla terra della grande città della FIAT. Di “mamma FIAT”. Avrebbe lavorato lì? Chissà, ma non importa.

“Cerea, Monsù”, una nuova vita stava per cominciare.

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