Troppo spesso il telegiornale ci informa di casi di violenza in cui le vittime sono donne. Proprio mentre sto scrivendo questo articolo si sta parlando della ragazza pakistana, a quanto pare uccisa dai famigliari, perché ha rifiutato un matrimonio forzato.

La violenza sulle donne non è solo fatta di aggressioni che sfociano in omicidio, ma anche di comportamenti controllanti, violenze psicologiche, aggressioni verbali presenti nella coppia che rischiano di passare per normali.

Le storie famigliari e i legami di coppia sono cose piuttosto complesse, influenzati dalla cultura, dall’epoca storica, dalla personalità dei protagonisti. Sono molti i fattori che debbono coesistere perché in una famiglia oppure in una coppia venga permessa una situazione di violenza. Quel che è certo, è che gli uomini che commettono questo tipo di reato sono dei violenti, e lo sono da sempre. Un uomo cresciuto in una famiglia patriarcale è portato a credere che la donna deve essere dominata, altrimenti lui potrebbe essere considerato un uomo privo di virilità. Tendenzialmente trova una donna che a sua volta arriva da un ambiente di questo tipo, e che ricerca questo genere di maschio come partner: un uomo che ricordi l’autorità che il padre imponeva.

Gli uomini violenti sono di solito incapaci di esprimere le emozioni, a loro è stato insegnato che sono un segno di debolezza, però non riescono a controllarle. Accumulano frustrazioni, irritazioni, fino ad esplodere quando hanno l’impressione che il partner o i figli li “provochi”. Possono sfogare sui famigliari mortificazioni ricevute altrove, come sul posto di lavoro. Altre volte diventano aggressivi quando temono di perdere la faccia in una discussione. Ci possono essere problemi di autostima da parte dell’uomo, timore che la propria partner abbia più successo di lui, guadagni di più, lo faccia sentire un fallito. Sfogarsi su di lei è l’unica cosa che conoscono per placare la propria insoddisfazione.

Questi uomini arrivando da famiglie in cui sono stati privilegiati dalla loro madre in quanto maschi, si sentono persi senza una donna che possa badare a loro. Sono molto dipendenti dalla loro compagna, la loro felicità o infelicità dipende da lei. Nei femminicidi, in effetti, il movente più ricorrente è il timore di essere lasciati.

Le famiglie di origine giustificano il comportamento di questi uomini, che hanno alle spalle mamme che li proteggono e li difendono all’inverosimile: la mamma tenta di convincere la compagna che è lei a sbagliare, che dovrebbe fare di più per il suo uomo, tranquillizzarlo, accudirlo, non irritarlo. D’altronde, questa suocera probabilmente a suo tempo ha dovuto fare questo per mandare avanti il suo matrimonio, e il figlio probabilmente ha subito anche lui le ire del padre patriarcale. Una volta, un eccesso di aggressività era giustificato con finalità educative: era il bambino che si comportava male e doveva essere “raddrizzato”: il padre faceva solo il suo dovere di padre, poco importava se l’intensità con cui lo faceva era eccessiva e lasciava ferite o ematomi sul corpo di un piccolo.

Per fortuna nel mio lavoro mi capita di aiutare donne che vivono queste situazioni, perché decidono di rivolgersi ad un professionista per essere supportate. Si tratta di donne che arrivano da contesti famigliari di deprivazione emotiva, hanno dovuto crescere in fretta perché a casa loro c’erano tanti problemi. Si sono allontanate da casa giovanissime aggrappandosi ad un partner da cui hanno iniziato a dipendere dal punto di vista affettivo, scambiando questa dipendenza per un amore idealizzato. Per tanto tempo hanno tollerato le violenze, che spesso sono verbali, psicologiche, difficilmente fisiche. Ad un certo punto un fattore esterno le mette in crisi, come un tradimento del partner, oppure innamorarsi di un altro uomo. Solo in quel momento iniziano a sentirsi confuse, vogliono andarsene ma non ne hanno la forza, si sentono in colpa, e chiedono un aiuto terapeutico per capire. Hanno bisogno di essere aiutate a comprendere che quello che hanno sperimentato per anni non è una relazione normale, equilibrata, ma hanno accettato qualcosa di inaccettabile che se avessero avuto una storia differente alle spalle, non avrebbero mai tollerato.

Gli psicologi, gli educatori, gli insegnanti, gli assistenti sociali e qualunque figura professionale che si occupi di educazione e di famiglia, ha ancora un gran lavoro da fare per aiutare tutte quelle persone che sono cresciute in contesti aggressivi a capire che è necessario uscire da questo loop, per non soffrire più e non fare subire questa sofferenza ai figli.

Proprio ieri ho avuto un primo colloquio con una donna che si trova in questa situazione. Per farsi forza e chiedere un primo appuntamento psicologico si è fatta consigliare da un amico e ha detto: “Sono qui per spezzare la catena e cambiare le cose, qualcuno deve farlo nella mia famiglia!”.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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