Da un decennio circa non visitiamo più la Biennale di Venezia. Non per pigrizia, ma per stanchezza. Non conosceremo quindi l’80% di presenze femminili scelte da Cecilia Alemani ( di New York ) per la 59° Esposizione ( aperta sino al 27 novembre, quando il fascino lagunare è al top ); si tratta di 1433 opere esposte, con un solo autore al “Padiglione Italia”, Gian Maria Tosatti. Titolo della mostra? Il latte dei sogni tratto dal libro della Carrington ( + 2011 ).
Si affida la città intera, per la prima volta, a un direttore donna e nessuno si scandalizza; solo qualche sommesso brontolìo maschile.
1950; avevamo diciannove anni, studiavamo Storia dell’arte con Anna Maria Brizio, eravamo a Venezia per visitare in Biennale un padiglione dopo l’altro, sempre più stupiti e straniti; un tramezzino e via. Cosa ricordiamo? Una gran confusione gratificata dall’incontro con Ingrid Bergman ( in abito di pizzo bianco ) e un meditabondo Roberto Rossellini. Il giorno dopo ci saremmo imbarcati per la Grecia alla ricerca delle radici dell’arte.
Nel 1972 collaboravamo con Borsa d’Arte; il direttore, Gilda Chepes, annuncia che dovevamo partire quasi in blocco poichè la nostra rivista dedicata all 36° Biennale sarebbe stata inviata a tutti i giornalisti accreditati: poco più di mille. Era l’anno del Butterfly project con diecimila farfalle che avrebbero dovuto levarsi in volo in piazza San Marco: un flop totale. Superato il rischio di crollare sotto una delle sculture imbullonate di Spagnulo, vorremmo scrivere di tutto e di tutti. Annota e cancella, consegnamo il pezzo alla scadenza estrema. Avevamo scelto le immagini di Mastroianni, Alik Cavaliere e Valeriano Trubbiani.
Da quell’anno abbiamo commentato la Biennale di Venezia sino al 2009 – con una sola interruzione – lavorando per nove testate.
Nel 1976 è ormai scoppiata la rivoluzione studentesca per cui leggiamo qua e là
escuela e patron misma repression !
Conosciamo le opere di Pollok, una giostra cromatica sulla tela, assistiamo al sogno mondiale di una patria libera . Il tema? L’ambiente per una mostra dislocata in otto spazi cittadini. Come oggi, sono circa 4000 le opere esposte.
1982: si aprono i Magazzini del Sale dall’affascinante architettura, si dedica a Luigi Carluccio – più che meritatamente – la Rassegna, non s’ammira la bellezza del segno di Egon Schiele ma ci si stupisce del “carattere pornografico” delle superbe opere esposte. Scegliamo di pubblicare solo la poetica Condizione delle cose di Yoshi Nitayama. Presenze torinesi? Beppe Devalle, con Gastini e Mainolfi.
Nel 1984 si aprono i saloni di palazzo Grassi e di palazzo Sagredo mentre il fiammeggiante arco scenico di Burri accoglie il visitatore.
La presenza di Peter Greenaway richiama un film splendido: I misteri dei giardini di Compton House. Nel padiglione inglese dominano le tele di Hodking rivolte al
silenzio, alla noia, alla pausa, al dolore, alla rabbia…
Rabbia di non avere trovato la Coscia di Giulio Cesare al Rubicone? A contrassegnare positivamente la Biennale è esposto il fregio di Gustav Klimt ispirato alla Nona sinfonia di Beethoven.
Sei le presenze piemontesi: Parmeggiani, Paolini, Pistoletto, Fabro, Salvo, Dragomirescu, oggi titolare in Accademia.
APERTO 90. Superato il 1988 con una Biennale così dolcemente non impegnativa ( Neue Zurcher Zeitung ), che Giovanni Testori così commenta sulle colonne de “Il Corriere della sera”: “Talvolta la bruttezza e l’orrendità indurrebbero a fuggire via”!
Eccoci alla 44° Esposizione di Arti Visive con l’immagine dell’onorevole Cicciolina ( scultura che brutta era e brutta resta ) e altrove il ribadito consiglio di
Usare il preservativo … o battersela,
per giungere al vincitore della sezione Giovani, lo scultore Pulvirenti e alla spettacolare malinconia del padiglione polacco con “scarpe abbandonate, stivali, arredi distrutti, fucili e corpi inanimi”. Ma nel padiglione USA trasformato in lapidario leggiamo:
Los ninos son la esperanza del futur
Accanto, una scia di sangue.
Primeggiano il Sole nero del torinese Mainolfi e le luci di Pl. Perrin.

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