Da un po’ di tempo una domanda si affaccia alla mia mente: che Italia sarebbe oggi se non l’avesse avuta vinta Gianni ma Adriano?
Gianni è Giovanni Agnelli, detto l’Avvocato ( Torino 1921- 2003).
Adriano è Adriano Olivetti, detto l’ingegnere ( Ivrea 1901- Aigle, Svizzera 1960).
Ambedue sono state due grandi figure di industriali.
Questi due uomini operarono in periodi diversi. Adriano nell’immediato dopoguerra. Gianni a partire dagli Anni 60.
Nel dopoguerra alla guida della Fiat c’era il mitico Vittorio Valletta il quale aveva preso il timone dell’azienda dopo Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat e nonno dell’ Avvocato. Gianni prese la guida della Fiat poco prima morte di Valletta. A quella data l’Ingegnere era morto da 6 anni.
Pur avendo operato in periodi diversi questi due personaggi hanno incarnato in modo radicale una certo modo di concepire la fabbrica e la società che gravita intorno a essa. Erano visioni contrapposte.
L’avvocato è stata la figura che più di tutte ha incarnato l’emblema della cultura Fiat e soprattutto di quello che è passato alla storia come il “ modello Fiat.”
In cosa consisteva questa diversità?.Vediamo in sintesi.
Adriano Era figlio di Camillo Olivetti, fondatore della prima fabbrica di macchine da scrivere italiane. Alla morte del padre subentrò alla guida dell’azienda. La sua era una famiglia ebrea. L’ingegner Adriano riteneva che la fabbrica fosse il nucleo centrale di una comunità coesa e che parte del profitto andasse investito nella comunità stessa per migliorarla e fornire servizi essenziali come: mense, scuole, asili, biblioteche ecc.
Chiamò a Ivrea molti intellettuali di grande livello che lo aiutassero a realizzare la sua concezione del lavoro e della società. In ciò seguì la strada già tracciata da suo padre. Quando assumeva dei contadini, si preoccupava affinché ci fosse qualcuno che si occupasse dei campi. Vinse scommesse lungimiranti come la fabbrica di Pozzuoli.
La politica industriale della grande azienda Fiat era impostata su una rigida organizzazione fordista. L’operaio era semplicemente un tassello indispensabile e funzionale nel ciclo produttivo. Il controllo degli addetti era spietato e ogni dissenso e attività sindacale ferocemente repressa.
Tristemente famosi erano i reparti confine comunemente chiamati ”reparti Stella rossa” perché ci finivano soprattutto gli attivisti sindacali di sinistra. Comunisti soprattutto.
Inoltre la Fiat diede vita negli Anni 50, assieme alla Pirelli e all’ENI ( uniti da corposi interessi) al cosiddetto “modello Fiat”. Questo progetto, appoggiato dai governi democristiani, prevedeva che quella che è la spina dorsale di ogni grande società, i trasporti, fosse impostato prevalentemente su gomma. Ciò con tutto quello che significò e tuttora significa nella struttura organizzativa del paese. Il primo risultato tangibile di questa concezione fu la costruzione, a tempi di record, dell’Autosole. Allora le auto erano pochissime. Una conseguenza, tra le tante, segnala il notevole ritardo che c’era, e c’è, nella realizzazione delle metropolitane.
Ovviamente molti costi di questa concezione furono scaricati sullo Stato.
Quando Adriano Olivetti costruiva la fabbrica a Pozzuoli, la Fiat, in meridione, faceva affiggere dei cartelli con su scritto: “Vieni a Torino, la Fiat ti aspetta”.
Sapete quale fu una delle prime decisioni prese dall’Avvocato quando chiamò Cesare Romiti come amministratore delegato? Fu quella di chiudere la prestigiosa scuola Fiat che sfornava raffinati tecnici aggiustatori. Veri virtuosi.
Iniziò l’avventura finanziaria, che continua.
Questo sono stati, in sintesi, i nostri due personaggi.
Porsi di nuovo la domanda non è cosa vana: come sarebbe oggi l’Italia se si fosse imposto il modello Olivetti?
Vittorio Mosca

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