Al gentile lettore che per ipotesi mi avesse seguita fin qui, oggi vorrei parlare di una delle più straordinarie invenzioni della mente umana in campo musicale: il quartetto d’archi.

Coloro che frequentano le stagioni concertistiche, specie se di musica da camera, sanno benissimo cosa sia un “quartetto”; ma quel fatto di trovarselo lì già fatto e finito può far dimenticare la lunga vicenda della sua venuta al mondo.
Piccole formazioni d’archi esistevano già a fine ‘500, però il ruolo dominante era sempre quello del violino, gli altri limitandosi a rinforzare o a fare il basso, uno stato di cose che si trascinò a lungo.
In genere si ritiene che il quartetto sia un prodotto dell’arte tedesca – congettura non errata in quanto fu all’inizio degli anni ’80 del ‘700 che i quartetti di Joseph Haydn modellarono per primi  l’aspetto formale definitivo – però, non per campanilismo, è giusto ricordare che il quartetto nacque in Italia, nel periodo di transizione dal post-barocco allo stile galante, dove musicisti di grande capacità inventiva come il lucchese Luigi Boccherini lo staccarono dal genere “divertimento”, diedero un risalto mai visto alla parte del violoncello e ne impostarono le caratteristiche formali.
Storicamente, il primo “quartetto d’archi” stabile di cui si abbia notizia fu quello con i due violinisti Manfredi e Nardini, Cambini alla viola e Boccherini al violoncello: i nostri “magnifici quattro”!

Dopo di che, dall’incontro dello stile italiano con quello germanico si fissarono le coordinate del genere, che, includendo la forma-sonata, il bitematismo e il dialogo paritario fra i quattro strumenti, acquisì  delle proporzioni sonore perfette.

Alla calda bellezza delle opere di Haydn, Mozart aggiunse il suo estro fantastico, la sua brillantezza, l’uso di parti complesse per i singoli strumentisti; ma fu solo con Beethoven che i nuovi influssi dovuti al cambiamento in senso romantico delle vicende storiche trovarono il vero interprete.
Dopo i sei quartetti dell’op. 18 variamente ispirati allo spirito haydniano, Beethoven insufflò nelle opere successive quella intensità di pensiero e quel senso tragico della vita che era suo proprio.
Toccato un equilibrio eccezionale fra forza ed espressione, approdò infine al miracolo avveniristico degli ultimi cinque quartetti, scritti sul chiudersi della sua parabola umana.
Ridimensionato o abbandonato lo schema ordinario, il compositore di Bonn vi immise una libertà di concezione, una varietà di linguaggio, una profondità di suono, che hanno quasi valenze metafisiche. In effetti, in questi ultimi quartetti  il suono di Beethoven si fa filosofia.
Al punto che si potrebbe dire che dal 1781, l’anno in cui venne fissato lo stile quartettistico haydniano, al 1826, l’anno del quartetto op.131 di Beethoven, la forma del quartetto abbia completato il suo prodigioso sviluppo e raggiunto il suo massimo e non replicabile splendore.

Definito giustamente “una conversazione fra quattro persone educate”, per tutto l’800 – dopo il sorprendente apporto di Schubert, che però deve essere considerato sui generis – invano si cercò di oltrepassare gli esiti beethoveniani, amati ma forse non del tutto capiti: compositori quali Mendelssohn, Schumann, Brahms scrissero opere notevoli nel solco di quell’esempio insuperabile, senza mai superarlo. Dopo di loro, col modificarsi del gusto, il quartetto d’archi acquisì una certa dose di appassionata sfrontatezza e di salutare imbarbarimento.
Il ‘900 ha offerto esempi di quartetti originalissimi scritti con un linguaggio nuovo ed aggiornato, come quelli di Leos Janáček, Béla Bartók, o di Dmitri Schostakovich, veri fari di sapienza oltre che di affettuoso attaccamento al valore storico del genere.

Perché il quartetto è e resta la più difficile ed anche la più elevata forma in musica.
L’omogeneità di timbro delle quattro parti permette di far sentire “in chiaro” tutte le armonie, senza superflui raddoppi.
Il “primo violino”, che si potrebbe credere predominante (di sicuro è la fonte di quasi tutte le spinte tematiche) viene sempre bilanciato dal secondo violino, che lo sostiene, lo sottolinea, e spesso prende l’iniziativa in proprio.
La viola, dal suono velato e malinconico, è un intermedio che può fare da collegamento armonico ma anche spiccare come parte cantante, mentre il violoncello, l’elemento forse più prezioso dell’intera compagine, pur restando la base armonica di tutto l’edificio, non si priva mai della sua capacità di emergere come voce quasi “umana”, vibrante, intensa, appassionata.
Se questa non è perfezione, ditemi cos’è la perfezione!

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