1979: ero in licenza. Quella sera gli amici suonarono al citofono (allora si usava ancora) e mi trascinarono in quello che allora era ancora lo stadio Comunale.
Prendemmo i biglietti e andammo al concerto: era l’anno di Banana Republic, disco e tour; ricordo la folla, le emozioni, la musica e poi loro: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Ron e quelli che poi sarebbero diventati gli Stadio.
Una potenza musicale concentrata su quel palco.
Siamo stati fortunati ad averli visti, soprattutto ad averli visti in quel momento irripetibile, unico.
Siamo cresciuti con musica e testi di giganti: oltre a Dalla e De Gregori, Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Franco Battiato, la PFM, il Banco, e tanti altri che sono e saranno per sempre un riferimento.
Momenti del passato irripetibili e  mi chiedo se i nostri figli e nipoti avranno l’opportunità di vivere qualcosa di simile: parlo di emozioni grandi, quelle che prendono vita da una novità, da qualcosa che prima non c’era.
La musica ha un potere evocativo paragonabile solo ai profumi, agli odori: il ricordo arriva sempre un attimo dopo accompagnato dal batticuore.
È un discorso da vecchio, quale sono, per questo capita mi volti indietro.
Abbiamo assistito ai cambiamenti di un’epoca, quelli grandi tanto da segnare il futuro, tipo internet, ma anche e soprattutto quelle piccole cose con le quali siamo cresciuti e maturati e che oggi non esistono più, perché tutto è fruibile, immediato, basta volerlo, basta un clik, ma tutto dematerializzato come si dice, tutto compresso ormai nel metaverso, anche le nostre vite, saltando esperienze, con crescite e maturazioni pressoché istantanee, come la polenta pronta in due minuti.
Siamo passati da “Giocagiò” e “Chissà chi lo sa” di Febo Conti (quanti se li ricordano?) alla realtà virtuale.
Esisteva un tempo lento, più tranquillo nel quale crescere, comprendere, ognuno col proprio passo.
Prendiamo il sesso: noi ci siamo fatti le ossa (e non solo)su Postalmarket, e conversazioni con i coetanei paragonabili alla carboneria, sul “si dice che…”; l’atto pratico sarebbe poi arrivato più in là, sottobraccio ad ansie e timori.
Oggi passare dalla pubertà alla pornografia è un attimo.
Per le questioni quotidiane ci si confrontava a voce o per telefono (quello appeso in alto, nero) oggi gli opinionisti e i gli influencer ci indicano la via, si seguono i nuovi guru del web, quelli che praticano la verità assoluta e ascoltano Young Signorino.
Si studiava filosofia, adesso la si trova liofilizzata sui social, non occorre aprire un pesantissimo volume dell’Enciclopedia Motta.
A scuola gli esami erano alla fine della seconda e quinta elementare, ed erano gli anni dei Beatles e dei Rollig Stones;  suonavamo David Bowie anche a scuola senza porci il problema dei bagni per i gender fluid, le carriere alias e le circolari in linguaggio inclusivo.
Crescevamo con gli Yes, Genesis, Pink Floyd, Led Zeppelin, gli Area, senza etichettare e classificare tutto e tutti mentre oggi si vive di divisioni e scompartimenti.
Ascoltavamo a volte a casa dell’amico più benestante, sdraiati sulla moquette leggendo i testi e provando a tradurli.
Prova a tradurre un testo di Peter Gabriel, aprendo l’ Hazon anziché trovarlo già confezionato online.
Mai avremmo pensato che dopo cinquant’anni saremmo stati sommersi dagli inglesismi più sciocchi ed inutili, utilizzati a sproposito.
E mai ci saremmo sognati di farci portare a casa la cena per la pigrizia di uscire, da un poveretto extracomunitario sfruttato in bici e sotto la pioggia.
Noi boomer abbiamo fatto un percorso meno affrettato, molto meno tecnologico, ma più “naturale”: ci chinavamo quasi col naso sul Long Playing per azzeccare la puntina con delicatezza sul vinile (avevo montato sul braccio una Ortofon) ed ecco Le Orme, i New Trolls, ed era sempre e comunque una cerimonia, un rito.
Peccato le generazioni Zeta e quella Alpha non abbiano potuto gustare queste sensazioni.
Prendono cose che già esistono e le migliorano, o meglio le rendono inverosimilmente più veloci, insomma, è un continuo aggiornamento, è il nuovo rivisto all’ennesima potenza, il virtuale che diventa reale.
Rallentate cari figli, nipoti: annoiatevi ogni tanto.

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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