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lunedì, Giugno 17, 2024

    L’ 8%

    Ho sperato che dopo il COVID saremmo cambiati: dopo la grande paura una sorta di risveglio morale, un lavarsi di dosso tanti contenziosi, uniti dal timore, dalla paura, con una sorta di preghiera, un “aiutaci” rivolto a qualcuno o a qualcosa giusto per provare a scacciare il terrore che tutto potesse peggiorare.
    Col tempo ho pensato che ne saremmo semplicemente usciti: né meglio né peggio, semmai come prima.
    Era una pia illusione: dopo ciò che l’umanità ha passato è emerso il peggio di noi, con vecchi e nuovi fantasmi a terrorizzarci, in continuo, un qualcosa con cui ormai da anni conviviamo. Un conflitto che parte dalle violenze in famiglia e sulle donne, passa per le risse nei campetti da calcio, si incanala nelle bande di vigliacchi che pestano un anziano fino ai conflitti, le guerre, le invasioni, i nuovi muri dei nostri giorni carichi di dolore. Forse (forse) Greci e Romani avevano comunque una loro certa “morale” quando conquistavano nuovi territori e soggiogavano interi popoli.
    Ma era tempo fa, con una visione della vita completamente diversa, così come le leggi, le società, la democrazia.
    Noi veniamo da lì, non si scappa, e nonostante le migliaia di anni siamo rimasti alla brutalità. Ci siamo assuefatti.
    Ecco, la Democrazia (maiuscola) dov’è rimasta? La stiamo inesorabilmente perdendo?
    Non è difficile informarsi, cercare statistiche e percentuali in merito: i paesi nei quali vige la Democrazia nel mondo sono solo l’ 8%.
    Forse qualcosa in più ma sulla mappa non sono colorati di un bel verde speranza, bensì da un verde più slavato, come slavati sono i diritti dei cittadini.
    Comunque pochi quei Paesi.
    L’Africa insanguinata da continui colpi di stato e soprattutto l’Oriente sono decisamente colorati in rosso; lì le dittature regnano incontrastate da sempre; centro America un giallino giusto per indicare che pure da quelle parti non sono messi bene a diritti civili.
    Fa impressione quanto poco sia lo spazio nel quale sia possibile esprimere il proprio pensiero, scriverlo, manifestarlo, e di quanto grandi invece siano le zone nelle quali i diritti umani non siano quasi mai esistiti. I Paesi li conosciamo. Ma se andiamo a parlare con un cittadino russo, uno cinese, un turco, ci diranno che si, vivono in una democrazia, perché è sempre stato così e forse non saprebbero che farsene di una libertà assoluta.
    Prima che qualcuno me lo faccia notare: sicuramente anche nel più libero e democratico dei Paesi esistono contraddizioni, vero: nulla di perfetto che accontenti e soddisfi il popolo intero. Detto questo, il restante 92% dell’umanità vive sotto regimi totalitari, dittature dalle quali non possono liberarsi; una buona parte, come detto prima, ha la necessità quasi fisica di un leader forte, spietato, che arringa il popolino con discorsi uguali da centinaia di anni, con una propaganda battente, un indottrinamento che nei secoli è stato capace di far passare quel modo di vivere come la normalità. Chi non è d’accordo sparisce, nei modi più disparati e disperati. Basta poco per essere espulsi dal sistema.
    Ma quello che dovrebbe preoccupare non sono tanto queste dittature che esistono da sempre, con le quali dialoghiamo, abbiamo scambi economici, quanto piuttosto quella lenta (nemmeno troppo) ed inevitabile deriva di quell’ 8% che non ama più la Democrazia, anzi, inizia a desiderare quel regime che “sistema le cose”: insomma il timore è che anche le elezioni europee di quest’anno portino brutte notizie, e si vada verso una direzione dalla quale non si torna più indietro, proprio nella nostra Europa. Il futuro è incerto.
    In un sondaggio inquietante ho letto che nella fascia dai 18 ai 35 anni questo fenomeno è più evidente, e che proprio questi giovani siano orientati verso un regime militare o il leader forte. Parliamo di una parte naturalmente, ma tanti o pochi preoccupa il fatto che siano proprio quei giovani vissuti sempre in regime di libertà, così come i loro genitori, ad essere attratti dal baratro. Forse un fenomeno dovuto alla sfiducia nel domani, alle continue promesse dei politici per loro solo in campagna elettorale, al lavoro che manca, ad una cultura che manca, alle speranze bruciate, ai progetti spezzati.
    Cerchiamo di tenerci stretto quell’8 %.

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    Luciano Simonetti
    Luciano Simonetti
    Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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