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venerdì, Giugno 14, 2024

    L’ influenza

    Negli ultimi tormentati tempi stiamo assistendo ad una frana disordinata: gli “influenzatori” stanno rotolando in basso rei di non aver pagato le tasse, d’aver evaso l’erario, ma soprattutto (e per molti è la pecca maggiore) l’aver perpetrato un inganno, una furbata, raggirando la buona fede dei consumatori, millantando beneficenze.

    Le vicende ormai occupano le prime pagine mettendo in secondo piano conflitti, inondazioni, violenze e carestie.

    Addirittura Sanremo.

    A pensarci bene, questa retata che proseguirà nei prossimi giorni, mostra quanto sprovveduti siano questi “influenzatori”: il continuo mostrare, anzi, ostentare, la ricchezza, ha portato le Fiamme Gialle, e non solo, all’uscio di casa o della villa, fate voi, giusto per capire come si faccia a sperperare 30 mila euro in tre giorni o a concedersi certi tenori di vita lontani mille anni luce dalla massa per poi dichiararsi nullatenenti.

    Ingenui, direi dilettanti, ma allo stesso tempo arroganti: evasori di professione, come alcuni politici e imprenditori, hanno spostato capitali nei paradisi fiscali in mezzo mondo, nascondendo si il denaro, ma con un codazzo di avvocati in politica essi stessi.

    Professionisti insomma. Dell’evasione fiscale, ma pur sempre professionisti.

    Non si curano dell’immagine, non fanno proclami su TikTok, Instagram , e mantengono un profilo meno arrembante, meno vistoso.

    Beh…Berlusconi a parte e i politicanti dell’ultima generazione.

    La Finanza pizzica pure loro certo, ma questi sono già su posizioni inattaccabili: occupano cariche istituzionali, sanno come muoversi e soprattutto sanno quando tirare fuori la frase che va sempre di moda: sono sereno, ed ho fiducia nella magistratura.

    Qualcuno di noi l’ha mai pronunciata di fronte ad una cartella dell’ Agenzia delle Entrate?

    Ma torniamo al punto: è ammirevole (detto con ironia) il modo col quale questi influenzatori si siano arricchiti, perché non offrono un prodotto, un servizio, un bene di consumo, in pratica offrono il nulla, niente che sia reale. Mettono però in moto nelle menti fertili i neuroni specchio e come per incanto ecco moltiplicarsi i seguaci cui proporre consigli.

    Attività molto redditizie, almeno fino a ieri, basate sul nulla, sull’attenzione da parte di ammiratori osannanti che raramente e con grande fatica forse si rendono conto di cosa stiano non solo guardando, ma proprio seguendo, addirittura immedesimandosi nella vita di questi furbacchioni tanto da stare in ansia per le vicissitudini personali: dal raffreddore dei bambini all’ennesimo tatuaggio, dall’espressione un po’ così alla furtiva lacrima.

    Di quest’ultima (la lacrima) c’è una vera inflazione: l’ influenzatore sa benissimo quando farla uscire, magari con un leggero sforzo, insieme alle labbra atteggiate al pianto incipiente.

    Ecco, il vero studio andrebbe fatto proprio su coloro che seguono questi personaggi e li difendono a spada tratta. Ora lasciamo da parte un attimo l’evasione fiscale, che indigna, e pensiamo a chi sente la necessità di mettersi davanti ad uno schermo e “seguire”, quasi fosse una nuova religione.

    Mi tornano alla mente gli imbonitori della mia gioventù, quelli delle emittenti private: Guido Angeli, sempre elegante col suo “provare per credere”, Sergio Baracco che proponeva gioielli e pareva indemoniato, il mitico Roberto Da Crema, con i polmoni sempre al limite dell’esplosione in un attacco d’asma, e poi la regina indiscussa: Wanna Marchi e lo scioglipancia.

    Possiamo dire che almeno questi un qualcosa di tangibile, un prodotto, tarocco o meno, lo offrivano: mobili, gioielli, creme: era teatro pure quello.

    Oggi non lo è più, ed è sempre più complicato comprendere i fenomeni che portano le persone a vivere la vita di altri, a condividerne gioie e dolori ad immedesimarsi in  loro. Una fede. Gli influenzatori invece sono sempre più portati a fare le vittime: in pochissimi non hanno subito violenze, malattie, atti di bullismo, ma non usano questo per divulgare, bensì per guadagnare sulla pelle degli sprovveduti.

    Come non bastasse, una cultura approssimativa se non inesistente, li porta ad essere accolti, e ad esporre, negli atenei del Paese e quello, permettetemelo, è scandaloso, perché non sono un esempio, semmai l’opposto.

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    Luciano Simonetti
    Luciano Simonetti
    Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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