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venerdì, Luglio 19, 2024

    Parla chiaro!

    Non vi sopporto più. Mi state proprio sullo stomaco. Veramente la parte anatomica sulla quale insistete non è esattamente quella, ma ci siamo capiti.
    Per quale maledetto motivo vi farcite la bocca di termini inglesi, storpiandone la pronuncia e nemmeno capendo cosa stiate dicendo, imitando un suono come fece molto tempo fa “il molleggiato” con “Prisencolinensinainciusol”?
    Lui almeno ebbe un’idea folgorante, grandissima ed unica.
    Voi ripetete, ma non lo sapete scrivere; vi fa piacere sotterrare l’interlocutore con termini piazzati ad arte per suscitare ammirazione, attenzione.
    Questo ne capisce: il suo speech è stato interessante. E dire discorso?
    È stato un main event: evento principale non avrebbe fatto presa?
    Ormai sono termini inglobati nella nostra lingua, ma è l’eccesso quello che non reggo, l’uso testardo anche quando si potrebbe parlare in modo semplice, invece puoi trovare in due righe talk, coach, driver, anziché parlare, allenatore e autista.
    Sarebbe già stato sufficiente corner, il calcio d’angolo, pronunciato così com’è scritto, anche perché lo ascolto da quando sono nato: corner per la Juventus, batte Causio, Bettega di testa, rete. Rete, non goal.
    Spesso sono termini ibridi, adattati all’occorrenza. Osservavo stupito un organigramma aziendale: line inspections, production planner, skills matrix management. Quel matrix incute un po’ di timore, specie ai complottisti. Uno controlla la qualità, l’altro il cosa c’è da produrre e l’ultimo ha la gestione degli stampi, solo che detta così fa meno effetto.
    Adoravo il cartello che delimitava la zona della stand up reunion, la riunione in piedi, veloce; ma non si dovrebbe scrivere standing meeting?
    Così il team sa dove ritrovarsi: il team, non la squadra, e si discute in una full immersion della strategy, della mission aziendale, della vision.
    Se spostiamo il discorso sull’informatica è come partire per altri mondi, e lì troviamo advertising, call to action, che nulla ha a che fare con “Call of duty” il celebre gioco, e il digital marketing.
    Un tempo si faceva un periodo di tirocinio, oggi facciamo lo stage. Invece su TIK TOK, la challenge: sarebbe una gara, anche se poi per vincerla qualcuno si fa male o peggio.
    Questa tendenza non molla nemmeno nel tempo libero: ero con amici in centro quando uno lancia l’idea di andare in un rooftop bar, e guardava in alto…
    Semplicemente un bar sul tetto, guardando Torino di notte, ma detta così ti pare Manhattan. Sarebbe bastato anche un lounge bar, per bere un drink, durante una happy hour.
    In politica poi…la roadmap, la task force, l’endorsment, il gap tecnologico da colmare e via così, fino al jobs act, atto di lavoro.
    E il greenwashing? Il place to be?
    Mi hanno esortato a lasciare la mia comfort zone, e perché? Perché non dire zona confortevole?
    Quando vi chiedono di esporre in italiano vi perdete e, soprattutto, sbagliate i congiuntivi ormai desueti, perché è un po’ come togliere la bestemmia ad un veneto: il discorso non scorre più.
    Lo speech insomma si inceppa.
    Così la frase “Può darsi che lei riesca a liberarsi” diventa: “Può darsi che lei riesce a liberarsi”. Lo so, è dura.
    Non sapevo nemmeno esistesse il dissing: l’ho letto nel mezzo di una frase, e non ne comprendevo il significato; così sono andato alla ricerca del concetto: Dissing: prendere in giro, criticare, o addirittura insultare. Tu guarda com’è più chiaro.
    E il meme? Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro, come per gli scimpanzè.
    Abbiate pazienza, ma sono un boomer: lo dico anche io; resta il fatto che ormai difficilmente ritrovo la lingua italiana senza questi termini o priva di parole tronche con accenti a caso tipico della nuova genia dei rapper.
    Non guardiamo più lo spettacolo dei colori autunnali, ma il foliage.
    Quelli che si vestono o truccano come i loro eroi preferiti sono dei cosplayer.
    E le babygang? Così si sentono più importanti: se provassimo con imbecilli delinquenti si offenderebbe qualcuno?
    Chi si riempie la bocca con questi inglesismi per darsi un tono dovrebbe semplicemente riflettere e pensare: sono ridicolo vero?
    Ho parlato di  must – have e sorridono. Come mai?

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    Luciano Simonetti
    Luciano Simonetti
    Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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