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giovedì, Luglio 25, 2024

    Mansplaining

    Intitolo l’articolo di questo mese con un termine inglese, un neologismo, una nuova parola che deriva dalla fusione di man (uomo) e explain (spiegare). Questo termine ha a che fare con la differenza di genere, indica quel fenomeno per cui un uomo spiega ad una donna degli argomenti su cui è meno ferrato di lei, sminuendola.

    L’origine della riflessione sul mansplaining pare da ricondursi alla scrittrice statunitense Rebecca Solnit. La donna racconta l’episodio che ha iniziato a farla ragionare: si trovava ad una festa con una sua amica ed un uomo presente iniziò a spiegarle il contenuto di un libro che la stessa Solnit aveva scritto! L’amica che accompagnava la scrittrice alla festa fece notare all’esuberante invitato che stava chiacchierando proprio con l’autrice del libro, ma egli non si interruppe. Quell’uomo non aveva neppure letto il libro, ma soltanto la recensione su una rivista!

    Il racconto dell’accaduto è stato inserito in un libro dell’autrice uscito nel 2014, intitolato “Gli uomini spiegano le cose”.

    Naturalmente il mansplaining non riguarda universalmente tutto il mondo maschile, sono molti gli uomini che apprezzano le capacità delle donne, ma purtroppo è presente, ed è il segnale di una società ancora maschilista. Probabilmente le donne che stanno leggendo questo articolo hanno presente a cosa alludo, ed ognuna può avere degli esempi accadutile.

    Sono molti i contesti culturali in cui si nega il peso dell’opinione di una donna, anche quando esprime competenza, oppure la questione la riguarda personalmente. Un esempio eclatante riguarda l’ambito medico, dove i sintomi lamentati da una donna sono più facilmente ricondotti a cause psicologiche rispetto agli stessi sintomi lamentati da un uomo. Alcuni studi hanno dimostrato che uno stesso sintomo doloroso poteva essere curato in un uomo con una maggiore dose di antidolorifici, mentre per una donna venivano consigliati degli psicofarmaci.

    Nel mondo professionale è presente il fenomeno del mansplaining. Può infatti capitare che una professionista competente non venga indicata con il titolo di “Dottoressa” ma “Signora”, oppure “Signorina”, cosa invece che non capita ai colleghi maschi, oppure che una donna preparata venga apostrofata come “maestrina” nel momento in cui esprime le proprie conoscenze. Già ai tempi dell’università noi studentesse venivamo avvisate dai docenti che sarebbe stato ancora più difficile per noi fare un lavoro già di per sé parecchio complicato. Sono stata “vittima” molte volte di mansplaining, specie quando ero più giovane, se mi capitava di parlare di psicologia al di fuori del mio studio. Ricordo episodi in cui degli uomini mi spiegavano in cosa consisteva il mio lavoro, o come si curassero le malattie psicologiche. Ad esempio, in palestra un personal trainer, senza alcuna preparazione psicologica, mi spiegava con sicurezza cosa sono i disturbi alimentari e come li curava lui (in effetti dopo pochi mesi la sua palestra ha chiuso). Oppure, un amico che organizzava corsi di difesa personale, che non aveva neppure conseguito un diploma, mi diceva con orgoglio che faceva da psicologo alle donne che gli chiedevano aiuto dopo avere subito violenze. Questo amico mi chiedeva spesso come andava il mio lavoro, i miei affari, e lo paragonava al suo, quasi si sentisse un mio collega in competizione, ma da quel che so la sua attività era in perdita… Per non parlare di chi, apertamente, svaluta la mia professione, convinto di essere molto ferrato nel capire le persone e non credere che i disturbi psicologici siano reali ma piuttosto capricci a cui non dare retta. Non so se ad uno psicologo uomo capitino queste cose…

    È accaduto che i miei pazienti mi chiamassero “signora” e non dottoressa, e alcuni mi consigliassero di leggere i libri che loro avevano letto e mi interrogassero sulle competenze relative ad alcune pratiche di cura di cui loro si sentivano molto competenti. Ovviamente si rifacevano a metodi di cura non scientifici per i quali non sono richiesti anni di studi ma la frequenza di poche giornate che rilasciano dei dubbi certificati di idoneità.

    Negli ultimi anni si sono fatti alcuni studi sul mansplaining, dimostrando che esso è effettivamente presente, e genera nelle donne che lo subiscono rabbia e frustrazione. Si tratta di una forma di presunzione maschile che porta le donne, specie se giovani, a stare zitte, ad ascoltare e a dubitare delle proprie conoscenze. Esso si affianca ad altri comportamenti, sempre presenti negli uomini a discapito delle donne, come il manterrupting, ovvero la tendenza di un uomo ad interrompere una donna competente mentre parla, oppure il manspreading, cioè l’abitudine di un uomo di “allargarsi”, di occupare più spazio a discapito della donna. È ciò che avviene ad esempio nei mezzi pubblici, dove l’uomo si siede con le gambe estremamente larghe costringendo la donna accanto a stare in posizioni scomode: non sembrerebbe giustificato dalle differenze anatomiche tra i due sessi…

    www.psicoborgaro.it

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