Il mondo di NazMi piace consigliare una buona lettura. Considerando tutto quel che viene pubblicato oggi, è sempre più importante il passaparola, se poi hai la fortuna di ascoltare l’autore e di confrontarti sulla storia che ha raccontato e rafforzi la tua convinzione, farlo conoscere diventa quasi una missione. Così è stato dopo l’incontro con Enrico Remmert e il suo libro “La guerra dei Murazzi”. Uscito nel 2017, è il primo libro che riesce a vincere tra il 2018 e il 2019 i tre premi  italiani più importanti dedicati a questo genere letterario: Premio Chiara, Settembrini e Cocito, guadagnandosi il consenso di lettori, colleghi ed esperti.

Si tratta di quattro racconti dallo stile scorrevole e curato, ma sorprendentemente diverso nelle quattro prove. In tutti, la storia  dei protagonisti in qualche maniera ci fa conoscere la Storia in maniera più diretta, più vera e infatti spesso non sarà quella raccontata ufficialmente, ma quella patita sulla pelle e sull’anima da loro. Ho letto con molto interesse il primo racconto che dà il titolo alla raccolta: “La guerra dei Murazzi”, ambientato a Torino e in particolare in una zona che per me è stata sempre off limits. La zona dei Murazzi, costruiti nel corso del XIX secolo per preservare la città dalle piene del fiume, fino agli anni ‘50 del XX, era stata rimessaggio di barche per i pescatori e, come ci aveva raccontato lo scrittore Renzo Rossotti, era ingresso dei grandi sotterranei sotto la piazza destinati a contenere vecchi carretti da mercato e altri cimeli come gli innumerevoli metri di velluto nero del funerale di Carlo Alberto. Abbandonati e degradati, verso il 1975 i Murazzi avevano ripreso nuova vita grazie alle concessioni per l’apertura di locali notturni. In pochi anni si erano trasformati in una zona di movida sempre più concitata: le notizie di cronaca piuttosto negative parlavano solo di droga, risse, violenze e stravizi. Nel 2012 i Murazzi vennero chiusi e in Torino un multicolore e grottesco corteo ne celebrò il funerale.  A raccontare la storia in prima persona, è Manu una ragazza che lavorava in uno dei locali e che la sera vedeva passare una folla di ragazzi variegata per colore, provenienza e cultura. Con il suo linguaggio tipo “fiume in piena”, ricco di digressioni e ricordi, ci racconta la sua storia, ma anche quella dei Murazzi anni ‘90, delle ondate di potere delle varie etnie e delle loro lotte, racconta episodi drammatici, ma anche una storia d’amore e d’amicizia infilata tra mille solitudini. Durante l’incontro con lo scrittore Enrico Remmert mi è piaciuto che emergesse uno degli aspetti che più mi ha toccata in questo racconto: l’ammissione di quanto sia difficile schierarsi, vedere tutto bianco o tutto nero. Di fronte a una verità liquida, troppo difficile da afferrare nelle sue sfumature, concedersi la possibilità di dire:” Non so da che parte sto” o di cambiare idea è più che giusto. Leggendo, ho sentito i miei dubbi prendere voce mentre i protagonisti si lanciavano accuse di razzismo, mentre tentavano di difendersi cercando piccole verità inconfutabili.

Il secondo racconto mi ha sorpresa. Anche qui culture a confronto, giapponese e occidentale e un approccio leggero, come se nelle piccole cose avvenisse la più magica delle intese. Bellissima l’immagine delle ciocche tagliate dal parrucchiere giapponese Hiroshi che salgono legate ai palloncini, immagine leggera per rimandi ben più pesanti come il fungo di Hiroshima. Il terzo racconto mi ha fatto volare a Cuba. I frammenti delle letture, dei racconti, degli studi hanno trovato il loro posto, come in un puzzle. La storia di quest’isola meravigliosa, con le note storiche, la testimonianza diretta della rivolta dei balseros (Enrico era là proprio nel ‘94), la visione fatalista e “santera” dei cubani, l’aria calda e sensuale, la condanna della “banalizzazione” della prostituzione infantile ha costruito un affresco perfetto di Cuba. “Se tu smetti di guardare, questo posto smette di esistere. Cuba smette di esistere. E qualcun altro, qualcuno che non è qui in questo momento, dovrà darsi da fare al posto tuo, registrare, ricordare, raccontare“. Parole importanti, un invito per tutti, ma soprattutto per chi ha scelto di essere scrittore. Anche in questo racconto, storie di persone che sono in viaggio alla ricerca di se stesse e che nel confronto con l’altro pian piano magari perdono delle illusioni, ma trovano la propria identità. E a volte passano accanto all’amore della vita e se lo lasciano sfuggire, come quella  Miranda, talmente bella da essere “la prova che Dio è cubano”!

“L’ultimo racconto- ci dice Enrico Remmert- è forse quello a cui tengo di più. Mi avevano raccontato una storia. E’ rimasta lì per anni; mi avevano parlato di cani, di scommesse e lotte feroci, di un Paese, la Serbia, dove esistevano stadi appositi per i combattimenti (ora proibiti, ma non in altri luoghi simili). Sono andato in Toscana a parlare con un allevatore di bandog, incrocio tra pitbull e mastino napoletano e pian piano la storia è cresciuta e l’ho finalmente scritta, dedicando molta cura allo stile, alla scelta delle parole. Non c’è violenza, ma in tutte le pagine hai la sensazione che stia per succedere qualcosa di tragico. Mi è piaciuto creare il personaggio del ragazzo che attraverso il lavoro fisico, la cura del canile e l’affetto di un cane con cui corre in mezzo ai boschi, si fortifica, esce dallo spaesamento e da un passato che lo tormenta.”

Bravo Enrico Remmert. Non resta che leggere. Io rileggerò.

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