Non lo si può definire tempo di riflessioni o meditazioni, piuttosto tempo di consumi, civetterie convenzionali che durano dall’alba al tramonto, visite a persone di cui a volte nemmeno ci ricordiamo il nome, regali magari riciclati nel nome di una tradizione a cui crediamo sempre meno ma che ci sembra brutto interrompere.
A conclusione di un annus horribilis questi periodi possono rappresentare momenti difficili, ricordi che arrivano come tsunami: devi aspettare che passino e non farti sopraffare. Con una unica certezza: ne seguiranno altri.
Ma così è la vita, ci mette spesso davanti a prove cui non siamo preparati, quando sopravvengono dobbiamo modificare il passo e adattarci alle situazioni.
Non ho mai amato molto le feste comandate; sono un insieme di azioni mirate ad un copione prefigurato, omologato, che obbedisce soprattutto ad aspettative commerciali imponendo tramite la pubblicità ed alcuni percorsi obbligati lo svolgimenti di azioni. Rispondono a ben precise richieste del mercato alle quali è molto difficile sottrarsi, fanno parte del Pil. Creano alcuni presupposti di per sé validi come i ricongiungimenti familiari, soprattutto in questi tempi in cui le famiglie tendono ad allargarsi e ad allontanarsi.
Ultimamente ho cercato per quanto possibile di sottrarmi a certi meccanismi, un po’ forzati, tipo il vedersi per forza, farsi regali per forza, mangiare sempre ed ovunque per forza, programmare maratone di rapporti sociali inesistenti per il resto dell’anno che ad un certo punto di rinsaldano per poi sciogliersi dopo che l’Epifania “tutte le feste si porta via”.
Rimane fondamentale il fatto di ritrovarsi, soprattutto per chi vive lontano: occasione di dialogo che, seppure con l’ausilio di mezzi virtuali, ha un senso se fatto guardandosi in faccia. Affrontare problemi con il tradizionale “piantiamoci le palle degli occhi nella stessa direzione” aggiornarci sul vissuto, magari di mesi, soprattutto in quei periodi in cui il vissuto ha subito dei cambiamenti radicali.
Una delle cose che da anni rifuggo è il cosiddetto cenone di Capodanno, un tour de force che si affronta dopo una settimana e più di libagioni a ciclo continuo, Capodanno è l’apoteosi dell’abbondanza, del rispetto delle tradizioni, del “questo porta bene”, “quello va mangiato”, “a questo non si rinuncia”, poi conto alla rovescia, urlo liberatorio… è fatta! I botti, anche se proibiti si fanno sempre sentire …….e dulcis in fundo un pittoresco trenino.
Ho l’impressione che questo delirio sia un po’ in disgrazia, vuoi perché l’arte dei fornelli non è stata ben recepita dalle giovani generazioni e quelle di prima son sempre meno giovani. Andar per ristoranti è proibitivo oltre che rischioso: prezzi alti e qualità a volte appena sufficiente. Stanno prendendo piede alcune alternative che preferisco, in ambito sociale e solidale ma anche partendo da scelte pratiche. Parto da un presupposto semplice: “perché bisogna sottoporsi a un carosello alimentare in un periodo già di per sé carico e non fare una bella riunione conviviale in famiglia o fra amici in un momento qualsiasi, in un giorno qualsiasi, per una occasione qualsiasi o senza occasione per il semplice piacere di stare insieme, raccontarsi ed ascoltarsi? “
Ho partecipato alla marcia della pace del Sermig, quella che segue la cena del digiuno, momento di preghiera dove si rinuncia alla cena e si devolve l’equivalente per un progetto solidale.
Molto partecipata soprattutto dai giovani, ed è questa la cosa più importante, si è sentita spesso la parola “speranza” di cui abbiamo disperatamente bisogno e soprattutto non dobbiamo mai perderla, seguita dalla messa in Duomo. Ho accettato di parteciparvi con scetticismo e mi sono ritrovata a considerarlo uno dei Capodanni migliori che abbiamo mai trascorso, con il proposito di rifare il “Capodanno” con le persone con le quali avrei dovuto trascorrerlo, in un momento qualsiasi, con un unico motivo conduttore, il piacere di stare insieme, raccontarsi ed ascoltarsi, perché questo dovrebbe essere l’anima dei rapporti umani, no wa, no selfie, no instagram, no facebook. Bussare ad una porta e dire: sono qua, volevo vederti, stare un po’ con te, regalarti un po’ del mio tempo.
Buon Anno, con il proposito di trovare istanti da passare insieme, soprattutto nei momenti difficili.

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.