UnaVocePocoFaGioachino Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini. Questi cinque compositori italiani sono, ovunque, sinonimo di teatro d’opera: secondo accreditate statistiche, circa un terzo delle rappresentazioni d’opera che complessivamente si tengono nel mondo proviene dai cataloghi di questi musicisti. È un dato su cui, probabilmente, in Italia poco si riflette, quando sarebbe invece opportuno tenerne conto per riconsiderare il rispetto e la cura nella quale andrebbe tenuta questa forma d’arte, che ovunque nel mondo viene associata in primo luogo alla nostra Penisola. Ma, tornando ai nostri cinque, è naturale che almeno le loro terre natali si facciano in certo senso tutrici della loro memoria, celebrandoli con rassegne monografiche. Rossini e Puccini sono titolari di due festival estivi, dalla vocazione in realtà assai diversa – tanto raffinato e per intenditori quello rossiniano di Pesaro, quanto turistico e d’effetto quello pucciniano di Torre del Lago –, dei quali si è accennato su queste pagine alcuni mesi fa. La Sicilia orientale da tempo prova a dar vita a un festival belliniano, ma la superficialità dei responsabili e la divisione in consorterie autoreferenziali non ne hanno mai partorito uno duraturo degno di questo nome. Restano Verdi e Donizetti, celebrati, a Parma e a Bergamo, attorno alla data dei rispettivi compleanni (10 ottobre e 29 novembre).

Un festival autunnale presenta caratteri inevitabilmente diversi rispetto alle rassegne estive, perché, non potendo contare sul pubblico genericamente vacanziero, deve creare un forte legame col proprio territorio, onde attirare la popolazione locale; e, al contempo, esprimere un livello artistico eccellente, per richiamare da tutto il mondo gli appassionati intenditori disposti ad affrontare lunghi viaggi per i propri interessi. Spesso la componente internazionale del pubblico risulta maggioritaria. Inoltre, essendo minori le opportunità per svagarsi all’aria aperta, è importante che si affianchino, agli spettacoli principali del cartellone, iniziative musicali satellite o percorsi artistici ed enogastronomici di scoperta del territorio.

L’eccellenza artistica è l’elemento su cui – dopo alcuni anni di gestioni un po’ altalenanti e travagliate – hanno scelto di far perno le rassegne autunnali dedicate a Verdi e a Donizetti; eccellenza raggiunta non solo chiamando i più rinomati interpreti, ma anche scovando giovani promettenti e volenterosi cui si offre, in cambio di un approfondito studio della partitura, la ribalta di un palcoscenico prestigioso.
Il Festival Verdi di Parma quest’anno ha proposto tutte le esecuzioni in forma integrale, evitando ogni taglio più o meno arbitrario con il quale le opere vengono spesso presentate; e questa scelta non può che essere la base di ogni produzione che voglia essere eccellente. Per il resto, per i due spettacoli di maggiore richiamo (titoli peraltro non particolarmente noti del compositore di Busseto: “Jérusalem” e “Stiffelio”) sono state percorse strade diametralmente opposte: tanto “Jérusalem” ha rappresentato la tradizione, con un allestimento sontuoso ed oleografico ma non privo di visionarietà, e con interpreti di chiara fama; quanto “Stiffelio” ha incarnato l’esperimento, con l’ingaggio di validi solisti non ancora entrati nello star system e di un regista, Graham Vick, che ha provato a sconvolgere il concetto stesso di spettacolo d’opera. La performance, infatti, si è svolta nella platea del Teatro Farnese, che fungeva da spazio unico per scena e pubblico, rompendo la barriera del proscenio e trasformando gli spettatori in una componente stessa dello spettacolo. Un esperimento radicale che è stato coraggioso tentare, ma che, al di là della lettura registica in sé (un’attualizzazione assai discutibile della drammaturgia verdiana), non potrà mai compiersi fino in fondo: quale spettatore cosciente, infatti, prenderebbe l’iniziativa di rendersi davvero parte attiva dello spettacolo, se non ne è invitato in maniera esplicita da un attore professionista?

Non ci sarà un allestimento così radicale al festival “Donizetti Opera” di Bergamo (22 novembre-4 dicembre), dove lo studio della drammaturgia, anche nei suoi risvolti attuali, rientra comunque nei programmi del direttore artistico Francesco Micheli. La chiusura per restauri del Teatro Donizetti impone lo spostamento del festival nel più antico Teatro Sociale, piccola bomboniera posta in Città Alta. La programmazione si è così focalizzata sulle opere giovanili, più adatte per essere allestite in questa sede: e quest’anno saranno due titoli rari del compositore bergamasco, “Il borgomastro di Saardam” e “Pigmalione”. Quest’ultimo, prima opera in assoluto composta da Donizetti, sarà abbinato a “Che originali!” di Mayr, e costituirà l’avvio del progetto “Donizetti200”: d’ora in poi, ogni anno il festival metterà in scena un titolo donizettiano che compie 200 anni. Nessuno ha mai ascoltato questi titoli, vero? E allora, perché non programmare un viaggio a Bergamo?


 

QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Unione Musicale: il 14 e 15 novembre, al Conservatorio, il Quartetto Casals propone le prime due tappe dell’esecuzione integrale dei Quartetti di Beethoven. Il 13 dicembre recital della pianista Saskia Giorgini che spazia da Mozart a Liszt e Cajkovskij.
Filarmonica: le prossime due “stanze” della stagione, affidate agli Archi dell’orchestra, sono “Lo studio” (21 novembre al Conservatorio, direttore Cecilia Bacci) e “Il salotto” (5 dicembre, direttore Sergio Lamberto con il soprano Valentina Coladonato).
Accademia Stefano Tempia: inaugurazione il 13 novembre al Conservatorio con il Coro dell’Accademia e l’Orchestra dei Musici di Santa Pelagia, diretti da Dario Tabbia, che presenteranno O sing unto the Lord e l’Ode for St. Cecilia Day di Purcell.
Educatorio della Provvidenza: il 13 novembre rara occasione per ascoltare un’antologia delle pagine più significative di Roméo et Juliette di Gounod.
Orchestra Rai: serata francese il 30 novembre-1 dicembre con Juraj Valcuha che dirige pagine di Debussy, Fauré e Gounod. Il 7-9 dicembre Fabio Luisi propone i poemi sinfonici Don Juan e Vita d’eroe di Richard Strauss, che incorniciano il Concerto K. 466 per pianoforte e orchestra di Mozart (solista Alexander Melnikov).
Concerti Lingotto: il 27 novembre recital del pianista Leif Ove Andsnes. L’11 dicembre è ospite la Camerata Salzburg, con Pinchas Zukerman in veste di violino e direttore, per un programma che comprende Haydn, Mozart e Beethoven.
Teatro Regio: dal 15 al 26 novembre Falstaff di Verdi, con Carlos Alvarez, Tommi Hakala, Francesco Marsiglia, Erika Grimaldi, Valentina Farcas, Sonia Prina e Monica Bacelli, direttore Donato Renzetti, regia di Daniele Abbado.
A dicembre è di scena il balletto: dal 5 al 10 Lo schiaccianoci di Cajkovskij (con il Corpo di ballo Daniele Cipriani Entertainment, coreografia di Amedeo Amodio); dal 13 al 19 Il lago dei cigni di Cajkovskij (con il Balletto del Mariinskij di San Pietroburgo, coreografia di Marius Petipa e Lev Ivanov).

 

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