Carlo Carrà – Autoritratto, 1951

L’esposizione “Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica”, dedicata ai due grandi artisti del Novecento italiano che hanno inventato e consolidato un nuovo linguaggio in pittura e scultura, è visitabile sino al prossimo 3 ottobre a Palazzo Viani Dugnani, in via Ruga 44 a Verbania.
È una mostra che merita di essere visitata – e quindi cancella il piccolo disagio della distanza da Caselle – per alcuni motivi: il primo ovviamente è per la valenza artistica di Carrà e di Martini; l’altro è dato dalla sobria bellezza barocca di palazzo Viani Dugnani che con le sale decorate da stucchi, pitture e soffitti a cassettoni, dal 1914 ospita il “Museo del Paesaggio”, offrendo una pinacoteca e una gipsoteca di ottimo livello artistico. Altro motivo, ma non ultimo, è il fascino misterioso del Lago Maggiore.
In mostra ci sono oltre 90 opere in gran parte di grafica e una serie di sculture realizzate dai due grandi artisti accomunati dalla ricerca della dimensione del mito, ma anche dallo studio di sempre nuove tecniche espressive.
Carlo Carrà (1881-1966) professore all’Accademia di Brera, con Boccioni e Marinetti contribuì alla redazione del manifesto dei futuristi; con De Chirico diede vita alla pittura metafisica; fece parte del gruppo “Valori plastici” e poi del gruppo “Novecento”. Sono esposte le sue prime incisioni (quasi tutte acqueforti) che risalgono al 1922; in questo periodo persegue un “realismo mitico”, una “rappresentazione mitica della natura”, intendendo non figure o episodi della mitologia, ma “figure e cose che nascono da una idea, non da una sensazione visiva, e che escono dalla dimensione del tempo. Il paesaggio, in particolare, non deve imitare meccanicamente la natura, ma diventare un poema pieno di spazio e di sogno” (C.Carrà, La mia vita, Milano 2002, p.221). Nel paesaggio “Case a Belgirate” gli edifici sono severi poliedri che trasmettono un’austera semplicità e i volumi riprendono la lezione di Cézanne e di Giotto, riproponendo un essenziale equilibrio classico. Solo nel 1924, stimolato da Giuseppe Guidi, Carrà si dedica all’incisione anche per rielaborare opere precedenti, attraverso una insaziabile ricerca espressiva, adottando un segno conciso per esprimere un mondo senza tempo, per rappresentare un’umanità arcaica e lontana.
Questa stagione si prolunga sino al 1927-28 quando l’artista aderisce al gruppo del “Selvaggio” (fondato nel 1924 da Angiolo Bencini) che attraverso le sue pagine promuove il rinnovamento e la rinascita dell’arte grafica, in particolare dell’incisione. Carrà espone continuativamente con il gruppo eseguendo litografie e acqueforti dal segno più pittoricistico.
Nel 1944 torna a dedicarsi alla grafica, alla litografia in particolare, sempre però trasmettendo il suo “realismo mitico”. Dal 1949 Carrà ripensa a tutta la sua pittura e ridisegna le opere del periodo futurista, primitivista e metafisico: le maschere, i manichini, le muse nate mezzo secolo prima ritornano con cromatismi leggeri e impalpabili, “quasi come in un album dei ricordi”.
Altro grande protagonista della mostra è Arturo Martini (1889-1947), scultore di fama internazionale, frequentò la Scuola della ceramica di Faenza, studiò scultura a Treviso e a Monaco fu allievo di A. Hildebrand; come Carrà fece parte del gruppo “Valori plastici” (con pensiero antimodernista proiettato verso l’ordine e la tradizione). Sono esposte circa quaranta opere, realizzate nel periodo compreso tra il 1921 e il 1945 che percorre tutta la sua carriera artistica. Alla fine degli anni Trenta inizia a dipingere “perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato” e già il 17 febbraio 1940, la sua prima mostra di pittura, alla Galleria Barbaroux di Milano, riscuote un grande successo: nelle sue tele si univano “il segno approssimativo dell’espressionismo lirico a una solidità da scultore”. In tutta l’opera di Martini emerge l’assoluta padronanza dei vari processi tecnici, un forte senso dello stile e della cultura storica; il ricorre alle figure mitologiche è essenziale per esprimere il suo sentimento poiché “solo il mito esprime il mistero delle cose. E tutte le cose, se sono pensate nel loro mistero, acquistano una dimensione mitica”.

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