Maria Teresa e Arianna, ragazze del Servizio Civile 2020 della Pro Loco di Caselle Torinese

Un’importante connessione fra la morte e il cibo è riscontrabile sin dalla notte dei tempi. Molte antiche civiltà, ad esempio, usavano inserire abbondanti scorte di cibo nel corredo funerario dei defunti. Nell’Antico Egitto il cibo veniva sepolto insieme al cadavere mummificato per sostentarlo in vista del suo viaggio e della sua permanenza nell’aldilà; per la medesima ragione talvolta le immagini dei viveri erano anche raffigurate o incise sui sarcofaghi. Nella Grecia Antica, invece, le offerte sacrificali costituite da alimenti quali miele, latte o acqua venivano sparse sulla terra perché potessero scorrere sino al Regno di Ade e donare nutrimento ai morti. Qualcosa di simile aveva luogo nell’Antica Roma dove i sacerdoti erano soliti versare latte o vino in prossimità dei sepolcri.

Effettuando un balzo temporale di un paio di millenni e giungendo dunque ai giorni nostri vediamo che, in Italia e in molte altre zone del pianeta, continuano a essere molte le usanze che coniugano cibo e defunti. Se ci si reca in una delle chiese ortodosso-romene presenti anche a Torino è usuale assistere dopo la Santa Messa ad una preghiera rivolta ai morti seguita da un’agape fraterna che si consuma direttamente in chiesa o nei locali a essa adiacenti, composta da vivande sia dolci che salate portate dai fedeli. Fra i cristiani ortodossi, un dolce in particolare è connesso alla morte: si tratta della kòlliva, un composto di grano saraceno bollito addolcito con miele e zucchero e guarnito con frutta secca come uvetta, noci e mandorle; esso viene preparato dai parenti del defunto in occasione della prima messa di suffragio (che si tiene esattamente quaranta giorni dopo il funerale) e, dopo averlo fatto benedire dal pope, viene offerto all’intera comunità ecclesiale. Poiché il grano nel momento in cui muore genera frutto e la sua coltivazione prevede un continuo ciclo di vita e morte, la sua simbologia è stata spesso legata al tema della resurrezione. Nella nostra regione si trovano svariate tradizioni culinarie legate alle festività appena trascorse di Ognissanti e della commemorazione dei morti. Tra i dolci annoveriamo ad esempio il pan dei morti e gli os dij mort (ossa dei morti), biscotti consistenti e ben cotti a forma di osso. Ben prima dell’arrivo presso di noi della festa americana di Halloween, infatti, era condivisa la convinzione che in occasione della vigilia di Ognissanti gli spiriti dei defunti facessero visita ai parenti vivi; i dolci venivano dunque preparati in loro onore. Presso talune famiglie piemontesi aleggiava la credenza che nei giorni comuni dopo cena si dovesse sempre sparecchiare la tavola onde evitare che i fantasmi dei congiunti si ritrovassero lì intorno a fare conversazione durante la notte. La sera di Ognissanti, in via eccezionale, la famiglia lasciava la tavola imbandita con un coperto in più per ogni defunto e si dirigeva al camposanto, lasciando agli spiriti l’occasione di ritornare ancora una volta nella loro casa di un tempo e banchettare. Generalmente sul tavolo veniva appoggiato un lumino, che si lasciava acceso per tutta la notte; come vivande, erano invece presenti la supa dij mort (sovente si trattava di una supa ëd coi, in cui si combinavano la carne di maiale e le foglie del cavolo) e alcune castagne bollite. Le campane del paese segnalavano ai morti il rientro dei vivi nelle abitazioni, dando così loro la possibilità di scomparire. La supa dij mort (zuppa dei morti) è un piatto della cucina povera, preparato con un metodo semplice e utilizzando ingredienti non costosi; era diffusa nei secoli scorsi ed è ancor oggi presente in diverse zone del Piemonte, ma si trovano piatti simili anche in altre Regioni italiane (come in Friuli, dove in occasione della Festa dei Morti è consuetudine mangiare la verza con le cicciole, cioè con la pancetta, oppure la jota, zuppa di zucca con fagioli e latte). Per la sua preparazione è sempre previsto l’uso del pane raffermo o dei grissini, così come di brodo animale. La giornata di Ognissanti, infatti, un tempo coincideva col periodo dell’uccisione annuale del maiale e, specialmente quando il frigorifero non esisteva ancora, era fondamentale che le parti più deperibili dell’animale venissero cotte in fretta. Nel corso della nostra ricerca sulle antiche ricette delle vicine Valli di Lanzo, svolta nell’ambito del servizio civile per l’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia (UNPLI), ci siamo imbattute in svariate versioni della supa dij mort, dato che ogni famiglia custodisce gelosamente le proprie ricette ricevute in dono dagli avi nella speranza di riuscire a tramandarle alle nuove generazioni; ne abbiamo selezionate per voi due, una di Rocca Canavese, risalente almeno a fine Ottocento, e l’altra del paese di Corio. Ringraziamo Luisella Lupo per la prima e Sergio Benso (assieme agli altri membri del gruppo Facebook “Sei di Corio se…”) per la seconda.

La zuppa dei morti

Ricetta di Rocca Canavese

Ingredienti (per 8/10 persone): – 300/400 gr di pane casereccio un po’ raffermo, tagliato a fette – 100 gr di formaggio grattugiato. Per il brodo: – 300 gr di foglie di cavolo tagliato a striscioline – 1 litro e mezzo di brodo di carne Per il ragù: – 400 gr di salciccia – 700 gr di conserva di pomodoro – 50 gr di verdura per soffritto (carota, sedano, cipolla e uno spicchio d’aglio) – 30 gr di vino rosso – 20 gr d’olio. Preparazione: Preparare il ragù e bollire le foglie di cavolo nel brodo di carne per 20 min circa. Tagliare il pane in fette alte circa un dito (si deve calcolare che dovranno rimanere due strati). Fare gli strati in una teglia di 33×23 circa; saranno costituiti come segue: poco ragù; pane; metà ragù e metà brodo con cavolo; formaggio; pane; rimanente brodo e rimanente ragù; terminare con il formaggio. Cuocere in forno 180/200° per 45 min/un’ora fino a gratinatura. Il ragù può essere preparato solo con salsiccia oppure con un misto di carne tritata e salsiccia.

Ricetta di Corio

Ingredienti: – Foglie di cavolo – Grissini – 2 bistecche con osso di maiale o capocollo – Salsiccia in pezzi – Formaggio – Brodo di carne. Preparazione: Far sbollentare in acqua le foglie di cavolo e scolarle. In una padella soffriggere la carne (due bistecche di maiale con l’osso, o in alternativa il capocollo, anche se la carne rimane meno asciutta, e della salsiccia a pezzi) in olio o burro e poca cipolla (o uno spicchio d’aglio) e fare rosolare a fuoco lento. Poi aggiungere il passato di pomodoro e terminare la cottura. Stendere in una teglia (precedentemente imburrata) dai bordi belli alti uno strato di grissini, uno di sugo e uno di cavolo, poi spolverare col parmigiano grattugiato. Fare in questo modo più strati, poi irrorare tutto con il brodo del cavolo. Guarnire con della toma vecchia a scaglie e fare cuocere sul “putagè” (stufa a legna) o in forno lentamente per un’oretta, continuando a irrorare di tanto in tanto con il brodo.

Le Ragazze del Servizio Civile, Arianna e Maria Teresa

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.