Per dire della gravità del momento basterebbe far riferimento al rinvio sine die della Milano–Sanremo, cosa successa solo in tempo di guerre per fortuna lontane, oppure degli spalti desolatamente vuoti del massimo campionato di calcio, ma qui ci preme sottolineare la gravità del momento del nostro sport, quello legato al territorio e che rischia assai di sparire.

Nulla da eccepire sulle misure adottate per cercare di contenere il contagio: evitati gli assembramenti, imposto lo stop alle discipline che prevedono il contatto fisico, possibilità di condurre attività a porte chiuse col mantenimento garantito delle norme di sicurezza. In un regime di massimo rischio, è il minimo che possa accadere. Tuttavia, occorre pensare a qualcosa che vada più in là del semplice momento di emergenza, perché l’inattività o la ridotta attività coatta per molte società dilettantistiche può significare il preludio della fine.

Lo sport, il mondo nostrano composto da una moltitudine di dilettanti e amatori, si regge da noi e da sempre in una sorta di limbo, gestito dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano (C.O.N.I.) dalla sue emanate federazioni di riferimento (la F.I.G.C. per il calcio, la F.I.T. per il tennis e via discorrendo).

Le società a cui fanno capo i praticanti, pur avendo spese su spese per mantenere l’attività, devono mostrarsi, sfiorando l’ipocrisia, filantropiche, benefiche, unicamente ispirate dall’amore per lo sport, senza nulla pretendere se non l’aggrapparsi a ipotetica provvidenza. Come fare a mantenere in piedi un club di calcio, una scuola tennis, una scuola di atletica o di pattinaggio? Basandosi sul volontariato o poco più, giacché sconfinando in un profitto, che sarebbe pure chiaro e lecito, si perderebbe lo status di associazione dilettantistica per ricollocarsi in un ambito commerciale, con diverso regime e tassazioni, praticamente impossibili da reggere per le piccole, piccolissime società di provincia. Si vive così di avvitamenti e torsioni che però riescono a garantire a fine di ogni mese il pagamento delle bollette, dei balzelli federali, dei mutui dei finanziamenti accesi per migliorare o rinverdire le strutture esistenti, per cercare proposte più consone e appaganti che possano soddisfare le eventuali richieste dell’utenza.

Se già di solito l’impresa è difficile, in momenti di crisi la cosa si fa titanica. Veniamo da dodici anni di crisi economica profonda, che ci ha sfiancato e non solo impoverito, ed ora che intravedevamo l’opportunità di poter almeno riprendere fiato, ecco arrivarci sul groppone questa nuova mazzata che potrebbe piegarci definitivamente.

In questo momento il fatto che il Caselle Calcio stia malinconicamente assiso sulla terz’ultima poltrona del campionato di Promozione interessa ben poco, così come che il Tennis Club Caselle, contro mille e mille difficoltà, si sia ostinato a celebrare la memoria del grande “Messo” Messoriano mettendo in cartellone un altro bellissimo, straordinariamente partecipato, torneo Open che ha portato e porterà a Caselle ragazzi e ragazze da tante parti d’Italia. Conta poco, purtroppo.

In questo momento con gli impianti giustamente ma tristemente deserti ciò che conta è trovare una via che ci consenta di ripartire quando l’emergenza sarà finita.

Occorre che le istituzioni locali, che conoscono bene la situazione, che le federazioni sportive abbiamo la voglia e la forza per imporsi e dire che le società dilettantistiche devono essere aiutate equiparandole al mondo dell’imprenditoria, finanziandole direttamente mediante la creazione di progetti che abbiano ovvia ricaduta positiva sulla popolazione locale o aiutandole tramite moratorie e istituzione di fondi perduti.

Far perdere lo sport, farà perdere tutti e non dobbiamo che questo venga permesso.

In questo momento nel quale non possiamo neppure essere d’aiuto alla famiglie che devono fare i conti con la quotidiana ricollocazione dei figli (impossibile istituire corsi mattutini perché violerebbero le norme legate ad assembramento e possibili perniciose vicinanze), le società sportive nella loro totalità, sia essa casellese, piemontese o italiana, vivono da mutilati. Come del resto sono obbligati a farlo migliaia di sodalizi volontaristici in esercizio nel nostro Paese: associazioni culturali, filantropiche civili, religiose, di categoria, al pari di quelle dello sport, stanno soffrendo in attesa della fine. L’Italia, giova ricordarlo sempre, è retta e si regge sul volontariato: condurlo a morte significherebbe davvero la paralisi della nostra nazione

Per il bene di tutti, è bene che le amministrazioni locali se ne facciano latrici e carico perché il deserto davvero non conviene. E quando ricominceremo, perché ricominceremo, dovremo essere messi nella condizione di farci trovare tutti, nessuno escluso, al proprio posto. Per continuare a praticare e predicare sport. Lo sport è una delle vie privilegiate per recare benessere. Senza, tanto non avrebbe più senso.

Elis Calegari

Articolo precedenteFragilità
Articolo successivoAtmosfere primaverili
Elis Calegari
Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.