Giuro che è l’ultima cosa al mondo che vorrei fare in questo momento, perché francamente non ne posso proprio più, ma tant’è: e allora parliamone ancora un po’ di questo stramaledetto coronavirus che sta ammorbando e condizionando le nostre vite.

Intanto, riavvolgiamo il nastro degli eventi: da quando a gennaio s’è propagato il contagio e soprattutto la notizia del contagio, da allora non abbiamo più avuto pace. Fino ad arrivare alla deflagrazione delle ordinanze emesse nell’ultimo fine settimana di febbraio, che ça va sans dire, ha calato anche sulle nostre “quattro case” casellesi una pesante cortina di ferro.

Infatti, un tempestivo articolo di Paolo Ribaldone recava il 24 febbraio:

“La nuova settimana si apre fra un’apparente normalità e molta preoccupazione.

Pubblicata l’Ordinanza Regionale che prevede su tutto il territorio piemontese la “sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi, in luogo pubblico o privato, sia in luoghi chiusi che aperti al pubblico, anche di natura culturale, ludico, sportiva e religiosa”. È inoltre disposta la chiusura di tutte le scuole, di ogni ordine e grado.

Per le attività sportive, sospese quelle agonistiche, qualche dubbio di interpretazione è nato per le palestre. Qui a Caselle è prevalsa l’interpretazione più restrittiva, e la polizia municipale controlla che le palestre questa settimana restino chiuse.

Si è svolto regolarmente il mercato del lunedì con una partecipazione leggermente inferiore alla media.

Per i prodotti alimentari si segnalano episodi di accaparramento.”

Cos’altro aggiungere?

Era dai tempi della Guerra del Golfo, quando la ggente venne convinta che si doveva assolutamente accaparrare tutto lo zucchero possibile, che non vedevo scene simili.

Ho visto cose che voi umani… Per dire: uno che conosco e che so abitare a non più di duecento metri dal distributore Smat, se ne è uscito con un carrello stracolmo, stracolmo all’inverosimile di confezioni di acqua minerale. Ne avrà avute almeno 9, il che fa 9×6=54 e 54×1,5 litri= 81 litri sani sani, roba da potergli permettere di resistere ad un assedio, o una delle sette piaghe d’Egitto. Follia.

Certo è che non siamo stati aiutati nell’evitare delle dissennatezze perché la gara a non creare allarmismi, con profluvi di parole sparsi a piene mani e ovunque, ha fatto sì che la gente fosse enormemente allarmata.

Confusi e tutt’altro che felici, siamo stati vittime di null’altro che pareri, punti di vista che andavano dall’incosciente “poco più d’una solita influenza”, all’altrettanto sconsiderato svelamento d’una pandemia letale.

Al di là di qualche eccesso, non credo che le norme emesse dal Governo siano state balorde; laddove si è senz’altro peccato è stato nel mancato controllo dell’informazione, che è stata stolta, debordante, approssimativa e non ha fatto altro che generare panico.

Checché se ne dica, il nostro sistema sanitario è di prim’ordine e in grado di reggere più d’un confronto. Quello che non può reggere è ciò che può venire cagionato dalla totale mancanza di buonsenso, quello che da troppo permea ogni tipo di media. La bulimia che accompagna l’attuale voglia di informazione può generare mostri e nelle scorse settimane se ne è avuta la riprova.

Paradossalmente il coronavirus c’entra in modo relativo, se non che è stato l’attore che ha prodotto azioni che a loro volta hanno prodotto reazioni inconsulte, portandoci verso una catastrofe economica che potrebbe non avere precedenti.

La “spagnola”, “l’asiatica” di quand’ero bimbo hanno avuto gradi di letalità che probabilmente, speriamo, il coronavirus non raggiungerà, ma le altre epidemie si muovevano in contesti meno “liquidi” e oggi ciò che può far male non è soltanto il morbo, quanto piuttosto gli allegati, ciò che da loro ne deriva.

Le illazioni si sprecano già: che sia un virus creato ad hoc; che il tutto è stato generato ad arte…

Di certo, questa sciagura rappresenta un’altra distrazione di massa e se da un lato ci ha liberato per un po’ dalla sempiterne esternazioni social di Salvini e dal desiderio costante di Renzi d’apparire sempre e comunque, dall’altro fa sì che la gente pensi meno a quello che sta capitando. Ciò che Erdogan ha creato ai confini con la Siria, ciò che sta creando e manipolando in Libia, ciò che capita nella guerra in Yemen che dura da otto lunghi anni e di cui nessuno parla mai rappresentano le vere grandi minacce del futuro prossimo: le condizioni in cui permettiamo che l’Africa e l’Asia Minore stentino a sopravvivere sono il ventre in cui possono crescere pandemie e flussi migratori incontrollabili e dagli effetti devastanti. Questa è la vera preoccupante realtà.

Tornando al coronavirus, a questo stramaledetto coronavirus, com’è proprio di ogni virus, anche questo ha saputo mutare nel decorso: sfugge, si modifica e solo attraverso studi, isolamento, norme igieniche comportamentali si può arginare. Onesto da parte dei virologi rispondere con un “non sappiamo”, piuttosto che entrare nel campo delle supposizioni dagli effetti portatori di panico. Supposizioni lanciate da tuttologhi d’accatto che poi invero hanno generato la psicosi dell’eccesso che ha colpito molti amministratori pubblici italici.

Per la carità, avere ruoli apicali nella nostra società, ruoli che richiedono la necessità di prendere delle decisioni in campo aperto, non è roba augurabile ed è sinceramente difficile, tuttavia troppe sono state le decisioni prese in ordine sparso nella Penisola, dettate più dal timore di non essere abbastanza cauti. Insomma, in molti luoghi e in molti laghi, è parso che in certe occasioni si siamo messe le mani avanti più per pararsi il didietro che per altro: per senso di responsabilità…meglio non prendersi delle responsabilità, ché non si sa mai.

E così via all’interpretazione di ogni ordinanza e delle sue pieghe, in un sovrapporsi pericoloso, dove il non detto, l’intuibile, ha lasciato spazio a comiche elucubrazioni e insulse negazioni. In un esempio che mi è molto vicino, via all’attività di ristorazione con la libertà di aspergere eventuali virus nei piatti altrui dislocati a un palmo, ma divieto iniziale di giocare a tennis, con l’avversario piazzato a quasi trenta metri di distanza, per poi dargli il contentino di poter giocare: giocare sì, ma senza poi poter far la doccia. Come dire, ti proteggiamo dal virus, ma ti lasciamo libero d’ammalarti di bronchite. Mah…

Non è piaciuto neppure lo scarso freno posto alla crescita esponenziale dei prezzi di amuchina, disinfettanti e mascherine, tanto che grassatori bastardi hanno potuto aver facile gioco sulla dabbenaggine e l’ignoranza vendendo a 200 ciò che normalmente viene venduto a 1: mettere un limite alle quantità acquistabili, calmierare i prezzi poteva essere scambiato come un sintomo di mancanza d’umanità e un tarpare le ali alla ben conosciuta intraprendenza italica?

Siccome da noi, storicamente, ogni tragedia finisce in farsa, a solleticarmi mi è venuta ulteriormente in dote la storia delle povere penne lisce. Sempre nel primo lunedì fatale, oppresso dalle ordinanze, la gente, temendo l’apocalisse, ha dato l’assalto ad ogni genere alimentare e nei carrelli dei supermercati è finito di tutto, non solo le tonnellate di acqua minerale di cui sopra. La pasta, in particolar modo. Spariti in men che non si dica spaghetti, maccheroni, fusilli e tortiglioni, risparmiate solo le penne lisce, forse perché incapaci di catturare il ragù comme il faut nell’ultima cena prima dell’ineluttabile dipartita.

Sarà che sono del Toro, che evidentemente amo le cause perse, ma qui vorrei lanciare l’hashtag #iostoconlepennelisce e le vorrei difendere come in passato ho strenuamente difeso i panda, il glutine, i tajarin dall’assalto dell’insopportabile cucina etnica, come ho combattuto ogni possibile slancio talebano che tende a negare identità e libertà.

Quindi, #iostoconlepennelisce, in attesa che ciò che rimane dell’epidemia “manzoniana” resti vittima del buonsenso.

Quello sì che l’abbiamo ucciso, dicendo di non voler allarmare e poi presentandoci in tv con tanto di mascherina; dicendo “niente panico, non è il caso” e inondando poi ogni ambito, ogni ora, ogni minuto con fiumi di parole. Manco fossimo i Jalisse.

Articolo precedenteAtmosfere primaverili
Articolo successivoCaselle, borgata Francia non è zona franca!
Elis Calegari
Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.