L’altro giorno stavo annotandomi un appuntamento sull’agenda quando gli occhi si sono posati su quella data, 16 settembre, con una vaga sensazione di dispiacere, quasi calasse improvvisa l’ombra triste di un ricordo. Mi ci è voluto del tempo per  capire, e rivedermi – tanti anni fa – mentre sguazzavo allegramente nel mare cristallino delle Cinque Terre e intanto da riva un’amica mi gridava: “Hai sentito?” Uscita di corsa dall’acqua, la radiolina a transistor mi confermò l’imprevedibile notizia: era morta Maria Callas.

Quella che fu chiamata “la divina” fu divina anche per me. Negli anni  in cui, adolescente, mi innamoravo della musica, vale a dire di tutta la musica – sinfonica, da camera, lirica – essa mi si rivelò come un fenomeno unico e irripetibile. Io ero impreparata, ignorante, priva di maestri, e arraffavo qua e là dalla radio ciò che per puro caso mi piaceva, a volte deliziandomi, altre volte battendo sonore nasate.  Incapace di distinguere una voce dall’altra, c’era però “quella” voce che spesso mi folgorava come cosa unica per suono, intensità, introspezione, potenza di immedesimazione, approfondimento della parola; non “una voce”, ma “l’unica voce” che sentissi in grado di ribaltare vezzi e stilemi, che sapesse trasformare il virtuosismo in espressività. Fu come scoprire il passaggio a Nord-Ovest. La forza del suo canto, reale ed onirico insieme, divenne per me un manifesto rivoluzionario. Da quel momento essa fu la mia “pietra di paragone”, il mio “nume tutelare”, la sola persona che nel corso della mia alfabetizzazione musicale abbia rivestito un ruolo formativo di guru a distanza. Ascoltavo, ascoltavo… e mi impadronivo delle sue inarrivabili Amina, Imogene, Medea, Giulia, Norma, Elvira, Lucia, Paolina, Anna Bolena, Leonora, Violetta, Amelia… (o forse erano loro a impadronirsi di me). Da una parte vedevo Lei, dall’altra tutto il resto. In effetti essa poté avere, al massimo, delle imitatrici. Nessuno seppe proseguire per la strada da lei indicata.

Questo giudizio non sembri troppo esclusivo. Chi abbia avuto la ventura di scoprirla in giovane età (io ero quasi una bambina) e  abbia fatto di lei il proprio riferimento stabile, col tempo giunge a considerarla una specie di forza della Natura che si è incarnata nell’arte lirica allo scopo di reinventarla. C’è da dire che al momento in cui io la “scoprii” il suo magico decennio 1949-1959 era agli sgoccioli ed essa, pur restando ciò che era, una “scultrice della parola”, una “voce che viene dal futuro”, stava già imboccando la triste china da cui non sarebbe risalita. Conta poco conoscere i dettagli fisici del suo miracolo vocale, sapere che possedeva tre ottave, constatare che ti poteva sfornare come se niente fosse un mi naturale sopra il rigo; ciò che ancor oggi davvero sorprende è che malgrado l’abisso tecnologico che ci separa da lei e la sostanziale mediocrità delle registrazioni che ci ha lasciato, la sua eredità interpretativa non abbia nulla di datato. Tutti passano, tutti muoiono, solo lei resta. È come se più di quarant’anni fa, quel 16 settembre 1977, al Nr. 36 di Avenue Georges Mandel a Parigi non avesse mai cessato di respirare. Non un Soprano, non una Voce, non un’Interprete, forse nemmeno un’Artista: ma semplicemente la Musica.

Eppure questa donna che in un certo senso ha dato la vita per l’Arte (il macerarsi sulla voce perduta non essendo estraneo alla sua precoce scomparsa), questa donna la cui puntigliosità, la cui accanita ricerca della perfezione era quasi diventata un’ossessione, sapeva anche vedere i limiti di ogni suo raggiungimento interpretativo: “la verità non esiste” disse, “e forse, per fortuna, non è nemmeno necessaria.”

Incredibile! Oggi Maria avrebbe quasi cento anni.

Ma ancor più incredibile è che col tempo la sua lezione non si sia smagliata o dissolta. Buon per lei non avere mai patito il secondo declino (quello inevitabilmente legato con la senescenza) dopo di avere già patito il primo (la perdita della voce). Di molte cose aveva  bisogno Maria Cecilia Sofia Anna Kalogheropoulou, ma la vecchiaia non era di sicuro una di queste! Patti Smith una volta confessò d’avere imparato a cantare il rock grazie alla Callas, alla sua potenza espressiva: “In lei vedevo qualcuno che era capace di rendere leggero ciò che cantava, di innalzarlo ed insieme renderlo profondo; mi arrivava tutta la sua fragilità ma anche tutta la sua potenza.”

Maria seppe imboccare, non so fino a che punto consapevolmente, la strada per essere il mito che in effetti fu, ed ancora da viva provò sulla sua pelle ciò che questo comporta in termine di fatiche, dolori, rinunce e solitudine. Ma da grande tragédienne qual era, sapeva per istinto agire in funzione di quel mito. Come disse Charle Chaplin”, “il tempo è un gran maestro, trova sempre i finali perfetti”; e lei il finale perfetto lo trovò.

 

 

 

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Luisa Forlano
Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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