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mercoledì, Febbraio 28, 2024

Puccini, amori e… rondini

Il prossimo anno saranno cento anni dalla morte di Giacomo Puccini e a tale riguardo il Teatro Regio sta preparando una ricca rentrée di tutte le sue opere, anche di quelle che si ascoltano di rado. Fra queste la più interessante, in quanto appartenente alla sua maturità, è “La Rondine”, un singolare scampolo nato proprio quando la Belle Epoque andava a schiantarsi contro la Grande Guerra

Il prossimo anno saranno cento anni dalla morte di Giacomo Puccini e a tale riguardo il Teatro Regio sta preparando una ricca rentrée di tutte le sue opere, anche di quelle che si ascoltano di rado. Fra queste la più interessante, in quanto appartenente alla sua maturità, è “La Rondine”, un singolare scampolo nato proprio quando la Belle Epoque andava a schiantarsi contro la Grande Guerra, e che, dopo alcune modifiche e ripensamenti, si svestì del suo iniziale abito da operetta per diventare un’opera vera e propria.
Ora, parlare della “Rondine” significa parlare di quel momento di crisi professionale e sentimentale che in Puccini coincise con l’arrivo della mezza età. Professionalmente non riusciva più a trovare soggetti musicabili che lo coinvolgessero, mentre sempre più aggressive si facevano le avanguardie musicali. Sentimentalmente visse la sua ultima grande passione, quella per la baronessa Josephine von Stängel, relazione su cui i biografi tendono a sorvolare perché tenuta segretissima. È noto che Puccini – l’infedele per antonomasia – costellò l’intera sua vita di avventure amorose vissute con focosità, ma anche con paura, a causa delle reazioni della moglie Elvira; il che creava un clima di perpetui sotterfugi, spiate e gelosie che rendeva pesante la vita famigliare. Nel caso di Josephine sembra che la cosa sia iniziata nel 1911, quando l’incontrò sulla spiaggia di Viareggio dove la signora, divorziata dal marito, villeggiava con le due figlie bambine, ma è quasi certo che il colpo di fulmine fosse già avvenuto prima, in Baviera, durante i tanti spostamenti artistici del compositore. Molti furono i loro incontri in Svizzera, Germania, Italia; persino la condusse nella propria casa di Torre del Lago (dove avvenne un furente alterco con Elvira, che addirittura passò alle mani), per non dire della casina nella pineta di Viareggio che aveva attrezzato per i loro tête-à-tête. I documenti rimasti sono scarsi perché Josephine, che morì ancor giovane qualche anno dopo il Maestro, fece giurare alle figlie che alla sua morte avrebbero distrutto il consistente carteggio intercorso col suo “Giacomucci”, e le figlie, purtroppo, ubbidirono. Il poco che ci rimane parla di una forte attrazione e di una rara intesa intellettuale, che Puccini visse non più nella maniera passionale degli anni giovani, ma con una tenerezza affettuosa e straordinariamente musicale, visto che “Josi” lo adorava come uomo ma anche (cosa non scontata) come artista. “Il tuo amore è per me la più santa poesia, la tua bontà così dolce mi fa schiava” lei gli scrisse in una lettera che si è salvata dalla distruzione. Sollecitava le corde intime di Puccini, il quale avrebbe forse fatto per lei ciò che mai aveva fatto per altre, spezzare le convenzioni. Ma la loro storia si bloccò allo scoppio della guerra, e con l’entrata dell’Italia nel 1915, ai due, diventati ufficialmente “nemici”, non fu più possibile vedersi o trovarsi. Per un certo periodo Puccini, accusato di germanofilia, si vide addirittura togliere il passaporto. E qualcuno ha ipotizzato che la sua fiera posizione anti-interventista fosse causata dal non poter più scorrazzare sui treni di tutt’Europa per incontrarsi con Josi; ma è una sciocchezza, Puccini detestava la guerra in modo sincero e viscerale; era un pacifista avanti lettera.
Tutto ciò che precede fece da cornice alla composizione di una commedia musicale, “La Rondine”, di origine viennese ma ambientata in Francia – un’operetta, proprio nel momento in cui Franz Léhar, dopo “La Vedova Allegra”, spopolava. A Puccini non spiacque  mettersi alla prova in un genere così diverso, voleva qualcosa di leggero, di frivolo, di disimpegnato, ma presto capì che il pubblico italiano non avrebbe accettato la brusca virata operettistica. Fece perciò modificare il testo da Giuseppe Adami così che i recitativi (in prosa) fossero musicabili per dare continuità operistica al testo. Ne uscì un libretto non certo dei più belli, banale, senza esprit, e la trama, che tratta di un démi-monde abitato da ragazze di facili costumi fra cui c’è la protagonista, Magda, rimase a metà strada fra una “Traviata” senza camelie e una “Bohème” senza poeti. Puccini accettò il pesante moralismo sotteso e non ebbe il coraggio di andare controcorrente. Ben tre finali sono stati pensati per alleggerirne la barbosità conformistica, ma nessuno dei tre riesce a produrre la giusta sterzata. Questo fu notato fin dalla prima esecuzione avvenuta a Montecarlo il 27 marzo 1917, dove l’opera fu accolta con buon successo e qualche riserva. Non entrò mai nel giro delle opere pucciniane di repertorio. Un passo falso, da cui peraltro il compositore si riprese presto coi tre capolavori del veniente “Trittico”. Ma stupisce che una trama così esile abbia ispirato una musica così espansivamente lirica.È il regno del valzer, della polca, del fox-trot lento, è il lavoro di un armonista smaliziato che col suo stile sa raggiungere “une légèreté exquise” e non c’è un solo momento in cui l’ascoltatore possa dimenticare di essere pur sempre di fronte al mago dei sentimenti, al re dell’amore… a lui, Puccini!

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Luisa Forlano
Luisa Forlano
Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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