Qualche giorno fa vengo per caso a conoscenza di un articolo pubblicato su “il Carmagnolese” che annuncia la notizia che la Giunta Regionale del Piemonte ha approvato il 13 novembre scorso il nuovo regolamento sull’individuazione, la costituzione, il riconoscimento e il funzionamento dei futuri “Distretti del cibo”.

Pensando ai Comuni del Carmagnolese, che da tempo sono conosciuti, grazie ad alcuni prodotti di grande qualità come il peperone, l’asparago o il topinambur (per citarne solo alcuni) e riconosciuti illustri membri del “Paniere dei Prodotti Tipici della Provincia di Torino”, immagino che la notizia sia molto attesa;  effettivamente, il mio pensiero trova immediatamente riscontro in una nota dell’assessore all’agricoltura della Giunta Regionale del Piemonte, Marco  Prototappa – a cui pare si faccia risalire la paternità di questa proposta – il quale conferma che la costituzione dei “Distretti del Cibo” è stata molto importante per i comuni piemontesi in quanto mette in comunicazione il mondo produttivo agroalimentare e offerta turistica, culturale e paesaggistica e può rappresentare un volano economico per la ripresa post-Covid.

Ma cosa sono esattamente questi “Distretti del Cibo” e perché ci riguardano? Si tratta di un accordo tra enti pubblici, istituzioni e imprese medio-piccole del settore agricolo e agroalimentare, hanno lo scopo di valorizzare le produzioni e il paesaggio rurale, favorendo interesse anche a livello turistico, rispettando la sostenibilità, riducendo lo spreco alimentare e salvaguardando il territorio. Partecipare a questi accordi è molto importante anche perché si può beneficiare degli interventi di sostegno previsti dalla normativa per investire e rilanciando il settore anche all’estero.

Ma se questo vale per i comuni del Carmagnolese o del Chierese, perché non potrebbe valere anche per la nostra zona? Quale comunità non pensa già ora ad un rilancio post-pandemia della propria economia locale e perché allora, non puntare sulle prelibatezze nostrane?

Il salame di Turgia merita da tempo un posto in primo piano nel “Paniere dei Prodotti tipici della Provincia di Torino”.

Per chi non lo sapesse, il salame di Turgia, di cui noi Casellesi andiamo molto fieri, tanto da dare vita ad una vera e propria associazione a tutela di questo prelibato alimento, l’Associazione Produttori del Salame di Turgia, rientra a pieno titolo nell’elenco dei prodotti a tutela del “Paniere dei Prodotti tipici della Provincia di Torino”, un’importante associazione che protegge, garantisce e promuove i prodotti tipici del territorio, che vengono definiti tali perché legati a tecnologie di produzione precise e nascono da una lunga tradizione che utilizza solo materie prime locali.

Questo salume è uno dei cavalli di battaglia della secolare tradizione alimentare contadina delle Valli di Lanzo e di tutto il suo territorio pedemontano. Si tratta di un prodotto “povero” perché ottenuto con le carni di vacche non più produttive, e quindi destinate alla macellazione, a cui vengono aggiunti alcuni ingredienti come lardo, sale, pepe, noce moscata, aglio e altre spezie, e talvolta vino rosso locale, che gli conferiscono un sapore unico e inimitabile. Oggi questo saporito alimento è diventato una ricercata ghiottoneria da riscoprire e gustare cruda o cotta, fresca o stagionata, come prelibato antipasto.

Crediamo che sia un’opportunità da non perdere? Approfondiremo presto con Andrea Fontana, presidente dell’Associazione Produttori del Salame di Turgia, e con Paolo Gremo, assessore alle politiche agricole del nostro Comune. Andremo alla scoperta delle eccellenze del nostro territorio, delle potenzialità del prodotto locale e delle sinergie che si possono creare con i comuni dell’area canavesana; scopriremo quanto sia importante la qualità della produzione di latte delle nostre aziende agricole e di tutte le eccellenze casearie che gravitano intorno ad essa. Sappiamo oramai che se vogliamo competere con la globalizzazione della produzione dobbiamo puntare sulla ricerca della qualità e il nostro paese ha grandi potenzialità ancora inespresse che devono essere valorizzate.

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