Chi si diletta a fare sondaggi e statistiche ci assicura che, benché l’anno appena archiviato sia stato, a parte gli anni di guerra, il più disgraziato di un intero secolo, almeno una cosa buona ce l’ha portata: pare infatti che molta gente, costretta a virare verso abitudini di vita meno fatue e superficiali, abbia ritrovato il piacere più antico e domestico, il piacere della lettura. Questo è stato senz’altro vero anche a casa mia, dove ho avuto la fortuna di ricevere come regali natalizi un bel numero di libri, tutti benemeriti.
Scegliendo fra questi, vorrei condividere con voi l’interessante “Le sorelle di Mozart” di Beatrice Venezi, una giovane e già affermata direttrice d’orchestra che ci propone le storie e i destini di alcune donne che, vissute in tempi grami, ebbero in sorte l’ambigua dote di sentire dentro di sé l’estro compositivo. Mi sono già occupata di queste coraggiose e quasi sempre sfortunate creature, per cui dal testo della Venezi, più che le vicende esistenziali, ho estrapolato il succo, che è poi questo: se oggi esistono compositrici e direttrici d’orchestra, dobbiamo dire grazie alla perseveranza e al coraggio di tutte quelle donne che, nel corso dei secoli, furono imbavagliate o stritolate dalla forza ineluttabile della morale tradizionale.
Come ogni professione liberale anche quella della musica fu a lungo vietata alla donna: se proprio voleva  suonare, che lo facesse fra le quattro mura di casa! Ma non appena superava il livello dilettantesco, non appena mostrava di avere talento o addirittura ingegno, ogni via le era preclusa, con sdegno, o peggio, con beffarda ironia. Un solo esempio, per capirci: Barbara Strozzi osò comporre e pubblicare i suoi libri di madrigali facendo “più di quello che a profession donnesca conviensi” e col rischio di essere considerata una cortigiana di lusso; lei stessa sul frontespizio della sua prima opera dovette ammettere che “come donna, troppo arditamente la mando in luce”.  Infatti sembra proprio che il mestiere di esecutrice o compositrice sia stato, almeno fino alla metà del secolo XVIII, sinonimo di donna di malaffare,  e tutte quelle che esibendosi vi si cimentavano, parificate a prostitute. Del resto sia le Università che i Conservatori erano proibiti agli esseri umani di sesso femminile: il loro ruolo, ancillare, subordinato, doveva restare circoscritto nell’ambiente famigliare. Antico pregiudizio che tardò a spegnersi, visto che ancora nel 1920, quindi non proprio in epoca medievale “non ci sono donne compositrici, non ci sono state e non ci saranno mai!” pontificò Sir Thomas Beecham, direttore e fondatore della London Philarmonic Orchestra. Questo giudizio di parte laica combaciava perfettamente con quello ecclesiastico, che per tanti secoli alle donne negò persino la possibilità di cantare in chiesa,  favorendo, pur di non vedere gonnelle girare nelle cantorie, la pratica raccapricciante dei castrati. Sembra che il suono della voce femminile fosse considerato istigatore di pensieri peccaminosi nell’uomo che ascoltava (cosa provocasse la voce maschile nelle donne che ascoltavano non fu mai valutato). A molte belle voci fu dunque impedito di cantare, ad altre di suonare, ad altre ancora, benché dotate di fantasia inventiva, di comporre; alcune fra queste si ingegnarono a pubblicare i propri lavori dietro il nome del padre o del fratello, ma anche le più note di loro, come nell’800 Fanny Mendelssohn o Clara Schumann, alla fine furono costrette ad accettare il ruolo prestabilito di “sorella di…” “figlia di…” “moglie di…”  Ci si può stupire se, per secoli, la storiografia ufficiale le ha ignorate? Se i loro nomi non risultano in nessun trattato? Non più di vent’anni or sono, ancora ricordo lo scandalo provocato dall’Orchestra dei Wiener Philarmoniker (quella del Concerto di Capodanno) i cui membri, tutti maschi, continuavano a interdire ingressi femminili in orchestra…
Il libro della Venezi spazia con mano leggera in molti campi musicali. Non mi sentirei di attribuire alle musiciste dei tempi nostri la stessa dose di coraggio e determinazione di cui ebbero bisogno per affermarsi le loro antenate del ‘500, visto che prodigi dell’interpretazione vocale come Maria Callas, o virtuose di violoncello come Jacqueline du Pré, o eclettiche cantautrici come Byörg, rientrano nella fisiologica genialità femminile, non certo timorosa, oggi, di mostrarsi sotto il sole. Ma le pagine che descrivono il lento avanzare della luce ed il lento rifluire nella coscienza femminile dei suoi diritti  calpestati sono molto belle. Alcuni capitoli, come quello su Nadia Boulanger, la prima compositrice e direttrice d’orchestra di cui la storia si sia ufficialmente occupata a inizio ‘900; o su Sofija Gubajdulina, perseguitata dal regime sovietico perché voleva comporre pur essendo donna, sono scritti con agile scorrevolezza.  Peraltro Sofija ha avuto la fortuna di trovare sulla sua strada un sostenitore che ben conosceva sulla propria pelle cosa significasse l’ostracismo sovietico, Dmitrij Shostakovic, il quale non si tirò indietro e ne protesse il talento; un uomo senza pregiudizi, finalmente!

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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