“Crisi” è una parola strana, di quelle che gli esperti di linguistica chiamano invariabili, tipo “città”, “cacatua”, “maragià” o l’aggettivo “arrosto”, ovvero che non cambiano passando dal singolare al plurale. Se abitualmente non viviamo con difficoltà l’invariabilità di questi lemmi, nel caso della parola “crisi” è limitante. Infatti, dicendo che siamo in crisi, non si allude ad una crisi sola: stiamo osservando le avvisaglie di una devastante crisi climatica, viviamo nel mezzo di una crisi sanitaria, che ha a sua volta generato una profonda crisi economica, e secondo le statistiche ISTAT buona parte di noi sta affrontando anche una non semplice crisi emotiva interiore. In tutto ciò, ad alcune brillanti menti romane  – di origine toscano-saudita – è venuta l’idea di aprire la crisi nella crisi nella crisi della crisi nella crisi: la crisi di governo. Nonostante la comprovata esperienza che abbiamo accumulato collezionando  67 crisi di governo in 75 anni, i nostri professionisti della politica inspiegabilmente non sono stati in grado di gestire la situazione né da signori né a cazzotti, chi restando fermo a ripetere come un pappagallo le solite due parole, chi non smuovendosi dalle proprie posizioni, chi mettendo reciproci  veti, senza alcuno spirito collaborativo. Alla fine è dovuto scendere dal Colle Olimpo il presidente della Repubblica a tirare le orecchie a tutti e minacciare fuoco e fiamme, o meglio,… draghi. L’obiettivo di queste poche semplicistiche righe non è fornire una lucida ed esaustiva analisi della situazione, quando evidenziare l’aberrante cancan ballato nei palazzi di Roma mentre fuori siamo in crisi (plur.): è stato il fallimento più alto della politica, che ancora una volta ha saputo presentarsi come l’agglomerazione di più o meno consistenti partitucoli mossi da interessi parrocchiali se non meramente personalistici. Quale cittadino sarebbe così matto da avvicinarsi a questa “cosa”, quando basta accendere Netflix per vedere trame altrettanto assurde, ma avendo la certezza che lì sia tutto finto? Eppure, non dobbiamo pensare che la politica sia tutta così, tutta magheggi, barbatrucchi e inciuci. Un grande economista del secolo scorso, tale Mancur Olson, sviluppava un ragionamento interessante. Premesso che, da liberista qual era, considerava lo Stato come un bandito che si arricchisce lucrando attraverso la tassazione sul lavoro dei poveri cittadini, egli affermava che più i politici sono vicini ad un livello vicino alla popolazione, più da quest’ultima sono controllati, più si creano dei legami di interdipendenza tra i due soggetti che hanno la possibilità di ripercuotersi a livello elettorale, più essi si comportano in modo virtuoso (ovvero “rubando “ poco e spendendo al meglio quello che “rubano”). Per intenderci, un politico che ha la certezza di non essere rieletto è incentivato a assumere comportamenti più rischiosi, mentre uno che ha la possibilità di essere rieletto cerca di comportarsi bene. Un politico poco gradito sarà anche meno soggetto al controllo della sua comunità (in quanto quest’ultima è molto ridotta e probabilmente composta esclusivamente dai suoi devotissimi) rispetto ad un politico più gradito e quindi più inserito in gruppi partitici e sociali potenzialmente pronti a metterlo in discussione. Chiudiamo un momento un occhio sulla componente  “banditesca”,  di modo che nessun consigliere né tantomeno sindaco e assessori dell’orbe terracqueo si sentano accusati di  peculato, malversazione, concussione, ricettazione o indebita appropriazione da questo articolo: osserveremo che la ratio di Mancur Olson si applica spesso bene dal più umile consigliere comunale di Roccasecca fino al presidente del Consiglio dei Ministri. Olson era un economista, ma tra le righe possiamo trovare anche un insegnamento di tipo sociale: è anche perché guardiamo troppo Netflix che la politica sembra una soap-opera. La responsabilità non ricade quindi esclusivamente su uomini politici brutti e cattivi, ma è anche un po’ nostra. Da anni siamo stati risucchiati in un vorticoso circolo vizioso, di cui raccogliamo i frutti. Però ognuno di noi, nel suo piccolo, può invertire questa tendenza: seguire l’attualità, interagire con i propri amministratori locali, prendere posizioni consapevoli, vagliare le notizie che leggiamo, votare consapevolmente. Perchè più ci interesseremo della politica più la politica si interesserà di noi.

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