In questa nuova clausura mi concedo, talvolta, di girovagare sui vari canali multimediali, oppure di sfogliare svogliatamente vecchi libri e ho scoperto, ma molti di voi già lo sapranno, che uno dei più grandi pittori del rinascimento veneto, Paolo Caliari, detto il Veronese (Verona 1528 – Venezia 1588), subì un bel processo da parte dell’Inquisizione.
Nel 1571 i frati del convento domenicano dei santi Giovanni e Paolo di Venezia commissionarono a al Veronese, una grande tela che doveva sostituire un’Ultima cena di Tiziano, collocata sulla parete di fondo del refettorio andato completamente distrutto da un incendio. Malgrado il modesto compenso offerto dai frati, l’artista onorò l’incarico realizzando un’”Ultima cena” di notevoli dimensioni (12,80 x 5,5 m) in cui l’impalcato prospettico propone come sfondo un’ariosa architettura palladiana suddivisa da tre arcate che ricordano una quinta teatrale.
Il banchetto era probabilmente la tematica preferita dall’artista perché qui poteva esprimere la sua attenzione per i particolari, come per i preziosi abiti dei personaggi, per i colori intensi, contrastanti e luminosi (la sua tavolozza comprendeva colori vivaci e un particolare verde brillante detto “veronese”), adatti forse a celebrare la mondana e raffinata società veneziana, ma che, in questo caso, allontanano la narrazione da quello che doveva essere un soggetto evangelico.
L’elegante banchetto del nostro quadro è allestito secondo i canoni cerimoniali rinascimentali e la presenza di numerosi servitori sottolinea l’importanza dell’evento, organizzato dal signorotto Levi detto il fariseo. La scena è ricca di personaggi e di gustosi particolari: un servo stringe fra le mani il fazzoletto usato per tamponare un’epistassi; un uomo, celandosi tra le imponenti marmoree colonne corinzie, si pulisce i denti con una forchetta! E non mancano bambini, saltimbanchi, alabardieri che mangiano e bevono vino, paggi di colore che servono ben quindici commensali e non tredici (come la tradizione vorrebbe), un nano con un pappagallo, cani e gatti. Sì, perché gli animali erano ben ammessi nelle sontuose sale da pranzo del rinascimento.
In questo festoso evento l’immagine del Cristo è offuscata dallo sfarzo, malgrado sia stata collocata come punto focale dell’intera scena, in corrispondenza dell’immaginario asse verticale di simmetria dell’impaginazione. Quest’Ultima Cena, poco osservante l’iconografia stabilita dal Concilio di Trento, attirò gli strali della santa Inquisizione. Tant’è che il quadro, concluso il 20 aprile 1573, fu esposto al pubblico in occasione della festa dell’Ascensione e già il 18 luglio il Veronese fu convocato dal Tribunale del Santo Uffizio col sospetto di eresia per aver rappresentato una scena eucaristica senza rispettarne la sacralità. Il verbale del processo, letto ai giorni nostri, è piuttosto divertente:

“Inquisizione: – Sapete la causa perché siete stato costituito…potete immaginarla?-

Veronese: – Immaginarla posso ben …il Priore…mi disse…che Vostre Signorie Illustrissime gli avevano dato commission ch’el dovesse far far la Maddalena in luogo del can. E mi ghe risposi che volentieri avria fatto..ma ghe non sentivo che tal figura della Maddalena potesse giacer che la stesse bene….-

Inquisizione: -In questa cena…che significa la pittura di colui che gli esce il sangue dal naso? –
Veronese: – L’ho fatto per un servo, che per qualche accidente li possa esser venuto il sangue dal naso.-

Inquisizione: – Che significa quelli armati alla todesca vestiti, con una alabarda…?-

Veronese: – Nui pittori si pigliamo licenza che si pigliano i poeti e i matti; e ho messo quelli dui alabardieri…che possino far qualche officio… –

Inquisizione: – Chi credete voi veramente che si trovasse in quella cena?-

Veronese: – Credo che si trovassero Cristo con i suoi apostoli. Ma se ne quadro ci avanza spazio, io l’adorno di figure…la commission fu di ornare il quadro secondo mi paresse…io faccio le pitture con quella considerazion che è conveniente, che il mio intelletto può capire…”.

Grazie alle disarmanti risposte, il Veronese venne solo condannato a modificare l’opera, ma apportò pochissime modifiche e trasformò il titolo nel laico “Convito a casa di Levi”.

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