Per un vezzo subentrato fra i musicologi, si è tentato di far credere che, sulle orme di Beethoven, anche Schubert abbia scritto Nove Sinfonie: nove, numero fatale, glorioso e iellato! In realtà la catalogazione schubertiana, che include almeno tre o quattro sinfonie non terminate, è molto più complessa, per cui assegnare il Nr. 7 a una sinfonia inesistente solo perché poi in totale risultino Nove è alquanto futile.
Anno cardine nella biografia di Schubert fu il 1822: lo spartiacque tra il ragazzo e l’uomo, tra la persona gaia e spensierata e quella in preda alla disperazione. “Mi sento il più sfortunato degli esseri umani.” scrisse all’amico Kupelwieser “Pensa ad un giovane le cui più luminose speranze sono giunte a un totale annullamento ed a cui l’amore e l’amicizia non offrono nulla, a parte tormenti e acuti dolori.” In quei giorni, dopo un ricovero in ospedale, aveva scoperto di avere contratto la sifilide. Su questo fatto, tenuto sempre segreto dai famigliari, si sarebbero tristemente abbarbicati i suoi restanti anni di vita. Tempo prima aveva iniziato una sinfonia in mi maggiore per un organico di ottoni, ancora in abbozzo, ma il nuovo stato d’animo lo spinse ad accantonarla e a iniziare a scriverne un’altra in cui tutti i “tormenti e acuti dolori” potessero prendere il sopravvento. La tonalità di si minore, fino ad allora poco impiegata, la presenza dei tromboni, il ruolo predominante di violoncelli e contrabbassi, i salti tremendi tra pianissimo e fortissimo, lo straziante dissidio tra temi tragici e temi lirici, tutto donò a questa sinfonia (rimasta incompiuta; anzi, divenendo la “Incompiuta” per antonomasia) un climax drammatico assolutamente mai visto né sentito fino ad allora. Gli esiti più perfetti del Romantismo vennero toccati, qui, ancor prima che il Romanticismo fosse realmente iniziato!
In una soffitta viennese un disgraziato ignoto compositore, dopo d’aver aggiunto al terribile 1° Tempo un velato “Andante con moto” dai toni morbidi e fiochi che sembrano riportare un filo di speranza, disse “no, basta” e non ne volle più sapere. Prese il materiale cartaceo, ne fece un pacchetto e lo regalò a un amico, Joseph Hüttenbrenner, il quale l’avrebbe poi regalato al fratello Anselm, che lo conservò per decenni senza pensare di far eseguire il contenuto. Solo nel 1865 la Sinfonia Incompiuta avrebbe ottenuto l’onore della sua prima esecuzione.
In molti tentarono di ricostruire le due parti mancanti usando certi appunti per il 3° Tempo e il Finale, ma i risultati non sono mai stati convincenti. L’Incompiuta deve rimanere tale. La stessa cosa può dirsi del materiale schubertiano relativo ad almeno altre tre sinfonie non completate, di cui si è occupato Brian Newbold per la BBC, senza troppo successo. Un caso diverso è invece costituito dalla sinfonia in re maggiore D936a (si tratta di un abbozzo scritto da Schubert nei suoi ultimi giorni) di cui si occupò Luciano Berio nel 1990, che ha ottenuto una buona affermazione col titolo ”Rendering”.
Ma il compositore che lasciava dietro di sé una così larga scia di opere incomplete, in fondo all’anima aspirava a scrivere una sinfonia ben tornita e perfettamente finita. E alla fine ci riuscì, fra il 1825 e il 1827, producendo il suo capolavoro in do maggiore, la sinfonia detta la “Grande” per differenziarla dalla Sesta, che è la “Piccola”.
La qualità tipicamente viennese di questa musica, l’esuberanza delle forme, il fascino dell’invenzione melodica illimitata e perfettamente individuabile (un tema di Schubert non lo puoi confondere con un tema di nessun altro) hanno portato questo suo estremo lavoro sinfonico a toccare la perfezione. Anche se si è spesso parlato di “grandiosità statiche” o di “divine lunghezze”, non c’è nessun altro che, come Schubert, se le possa permettere. A partire dall’inizio, col memorabile tema che pare un richiamo da lontananze infinite, procedendo con l’ “Allegro non troppo” che plana “en plein air” su incantate visioni naturalistiche, poi con la marcia malinconica e un po’ ferrigna dell’ “Andante con moto”, con lo Scherzo che si allarga ad ali spiegate mentre il suo trio sembra far parte di un sogno, e infine col galoppante ed estroverso Finale mai stanco di correre, mai stanco di ricominciare a giocare, ci rendiamo conto di essere di fronte alla fucina del processo creativo schubertiano, una fucina innovativa quant’altre mai. L’Incompiuta e la Grande: il suo doppio testamento.
E due furono gli apostoli della sua “scoperta”, Schumann, che la ritrovò in manoscritto, e Mendelssohn, che si precipitò a farla eseguire a Dresda e a Berlino. “Questa sinfonia” scrisse Schumann della Grande “ha agito su di noi come nessun’altra sinfonia, dopo quelle di Beethoven”. Nulla da eccepire; se non che fu un’influenza del tutto inconsapevole, avvenuta praticamente all’insaputa dell’autore.
Il duplice testamento sinfonico di Schubert
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