Li Cunti di Vittorio

Francesco era arrivato a Torino da qualche settimana. Era ospite di una famiglia amica a Caselle.
Stava preparando i documenti necessari all’assunzione in uno stabilimento della zona: la Singer di Leini.
Tra qualche giorno avrebbe iniziato a lavorare.
Aveva trovato una stanza a pensione. Avrebbe vissuto lì in attesa dell’arrivo della sua famiglia dal Sud.
Non poteva certo stare stabilmente presso la famiglia che lo ospitava: questa aveva già fatto tanto.
Decise che bisognava cominciare a conoscere la sua nuova città: Torino. Distava appena qualche decina di chilometri.

Prima di partire per il Nord, i “reduci” gli avevano detto: – Sai, Torino, a parte il lavoro, non ha granché da offrire. C’è sempre la nebbia. C’è solo il lavoro, tutto finisce lì. –

L’innata curiosità di Francesco Armeno lo spingeva sempre a bighellonare per i luoghi dove si trovava. Anche ora lo avrebbe fatto.

Del resto la città ha avuto ed un ruolo importante nella storia dell’Italia: non poteva essere banale.
Non bisogna mai lasciarsi condizionare dai pregiudizi.
Il giorno dopo sarebbe stata domenica: il giorno ideale.
Col trenino della Torino-Ceres giunse alla stazione di corso Giulio Cesare. Era un bell’ edificio della seconda metà del XIX sec.  Nel caratteristico stile rosso pompeiano, ripreso in tutti gli edifici delle stazioni della linea.
Nei ricoveri che si trovavano in fondo alla stazione intravide la sagoma di una locomotiva a vapore. Si avvicinò: il fascino di queste macchine è senza tempo. Ammirava con stupore i complessi meccanismi e pensava: con gli attrezzi e strumenti che avevano, questi operai facevano capolavori e veri miracoli.
Uscì dalla stazione e si avviò verso il centro città. Dopo pochi metri si trovò proiettato in un mondo straordinario e magico: il mercato di Porta Palazzo. Enorme, vastissimo. Gli dissero che era il mercato all’aria aperta più grande d’Europa.

Si inoltrò tra le bancarelle, c’era di tutto: frutta, verdura, ortaggi, pentolame, pesce, carne, formaggi, vestiti di ogni colore e foggia. Mica soltanto di origine locale. Di ogni dove. Il vociare era assordante. Ogni commerciante si affannava ad offrire la propria merce ai clienti con frasi pittoresche, spesso allusive e dal significato ammiccante.

Un vero spaccato del multiculturalismo che animava la città rendendola viva e dinamica.

Un edificio attrasse la sua attenzione. Era realizzato tutto in ferro battuto e ghisa, aveva un bell’ orologio sul frontone. Era un padiglione in stile liberty, ospitava i banchi dei formaggi e della carne. Era davvero bello.

Il mercato invitava a perdersi nei suoi interminabili meandri. Era bello curiosare tra la merce variopinta esposta sulle bancarelle. Sembrava di essere in un suk arabo.

Francesco aveva sempre pensato che i mercati sono il vero cuore pulsante di una città: un crocevia di gente, chi va e chi viene… Sono una tappa obbligata. Se vuoi conoscere l’essenza di una città che non conosci devi andare nei suoi mercati. Trasmettono il senso della vita e della varietà dell’umanità. Sono i luoghi della vita della città.

Mentre girava tra i banchi muovendo continuamente la testa attratto da sempre nuove scene, la sua attenzione si fissò su un assembramento di persone che sostavano nei pressi dell’incrocio al centro della piazza. Si avvicinò. Al centro del crocchio di persone c’era un uomo alto e muscoloso, a torso nudo. Agghindato come una sorta di gladiatore romano. Si esibiva in una specie di numero circense. Per terra c’era una grossa pietra dall’aspetto poco rassicurante: certamente era molto pesante. L’uomo si agitava, gesticolava e con voce tonante annunciava: “Signore e signori vedrete tra un po’ solleverò questo macigno come se fosse un fuscello. Io sono l’uomo più forte del mondo.” Nonostante i proclami il grosso masso restava sempre a terra e intanto l’uomo invitava gli astanti a gettare monete nel cestino. La pantomima continuava ma il macigno restava incollato a terra. I grandi mercati sono anche questo.

Indubbiamente Porta Palazzo, il cui vero nome è Piazza della Repubblica ma per i torinesi è Porta Pila, è un luogo affascinante. Col tempo avrebbe imparato che è anche, e soprattutto, il centro geometrico di una serie di monumenti e istituzione che determinano il carattere peculiare della città di Torino: Maria Ausiliatrice fondata da don Bosco, Il Cottolengo il luogo della misericordia verso chi è stato sfortunato, il Duomo, le porte Palatine, l’Arsenale della Pace, la Consolata.

Dopo Porta Palazzo si incamminò verso il centro per via Milano. Passò davanti all’unica chiesa gotica esistente in Torino perché era l’unica che sopravvissuta alle trasformazioni urbanistiche della citta nel XVII sec: San Domenico. Attraverso una strada laterale intravide la sagoma di un edificio religioso importante. L’aspetto era inconfondibile: Il Duomo della città. Lo raggiunse. Subito fu attratto dalla vista della bellissima cupola di Guarino Guarini, elegantissima. Aveva un aspetto vagamente orientaleggiante. Anche la facciata era molto bella ed elegante nel suo classicismo rinascimentale. Il nome scolpito sulla fascia, posta al di sopra delle porte, non lasciava dubbi su chi aveva dato la moderna impronta all’edificio: Vescovo Domenico Della Rovere. L’architetto che aveva costruito il duomo era stato Il grande Meo del Caprino che si era abbeverato presso Leon Battista Alberti. Mica uno qualsiasi.

Entrò.

La prima cappella, dedicata alla Vergine, era fastosamente decorata con un profluvio di intagli barocchi ricoperti di lamine d’oro.

Fu la seconda cappella che gli riservò una bellissima sorpresa: ospitava un bellissimo polittico di impostazione ancora gotico ma in cui erano presenti chiaramente elementi rinascimentali. Il cartiglio affisso alla cancellata recitava: Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari, polittico dei Calzolai. Al centro c’era dipinta una bellissima Madonna che allatta, ai lati raffigurati i santi Crispino, Crispiniano, Orso e Teobaldo. Santi cui era dedicata la Cappella. Straordinarie  le 18 tavolette che contornano l’opera (in origine formavano un tutt’uno col polittico),  con su scene della vita dei santi raccontate nel contesto della Torino cinquecentesca: preziosi documenti della vita del tempo.

Nella cappella della Sacra Sindone si soffermò in meditazione davanti alla teca che ospitava la preziosa reliquia. Le suggestive trame di luce che piovevano dalla cupola, formata da una serie di archi sovrapposti che conferivano leggerezza ed eleganza al manufatto, rendevano il luogo particolarmente mistico.

Uscito dal Duomo si avviò verso una specie di portico.

Improvvisamente si trovò proiettato in una piazza enorme, scenografica: bellissima. Il grande edificio alla sua sinistra era il Palazzo Reale, il grande cortile che lo precedeva era pieno di auto in sosta. Ma non toglievano nulla alla maestosità dell’edificio. Il centro della piazza era occupato da una specie di castello medievale con una facciata di stampo classico. Era Palazzo Madama, la facciata era stata realizzata dal grande architetto Juvarra che lasciò un’impronta inconfondibile alla città di Torino. Mutandola da medievale a barocca. Un signore presso cui chiese informazioni gli disse: ”Ospita il museo d’arte antica”. Bisognava entrare.

Attraversò una sala che ospitava un bel coro ligneo intagliato proveniente da qualche abazia. Ed ecco che entrò in un vasto salone pieno di opere di pittura. Molte erano state realizzate da un certo Defendente Ferrari, poi ecco un Barnaba da Modena, poi Macrino D’Alba, Gandolfino da Roreto… Tra gli altri dipinti c’era un bellissimo quadro di Giulio Campi: Il gioco degli scacchi. Un’opera dai contenuti aneddotici. Molti nomi gli erano ignoti. Avrebbe approfondito.

Un cavalletto attirò la sua attenzione, era posto al centro del salone. Vi era appoggiato un dipinto su tavola di piccole dimensioni, sui 35 x 45. Arrivava da dietro, si pose davanti e…trattenne il fiato: Antonello da Messina, “Ritratto d’uomo”. Come, un Antonello da Messina qui, come c’è arrivato? Come si può lasciare un simile capolavoro così, senza protezione? Bellissimo, troppo bello. E quello sguardo che ti scruta, chiedendoti come sorpreso: chi sei, cosa vuoi? I ritratti di Antonello sono tutti dei capolavori assoluti. Per Francesco il più grande di tutti.

Avrebbe scoperto che a Torino ci sono molte opere e musei importanti, tra cui: l’Egizio, il museo del cinema, i disegni rinascimentali e di Leonardo, un Jan Van Eyck e un Hans Memling strepitosi. La collezione dei fiamminghi della Galleria Sabauda e molto altro ancora.

Uscì dal museo. Ormai era convinto che c’era tutto un mondo da scoprire. Continuò il suo giro per la città senza una meta precisa. Scoprì i bar storici, le chiese, i palazzi barocchi, bellissime piazze e luoghi suggestivi come il borgo medievale del parco del Valentino. I lunghissimi e dritti viali.

Poi…”Lui”: Il grande fiume, il Po. Il grande padre Eridano. Tagliava in due la città. Scorreva alla base delle colline, sul lato destro del fiume. Belle e scenografiche e, su in cima, la grande basilica di Superga. Ricca di molte storie e testimonianze, anche dolorose: Il Grande Torino. Una tragedia che ha reso immortali quegli atleti e fieramente orgoglioso il popolo granata. Alcuni anni dopo, grazie ad amici granata, avrebbe scoperto il museo di Grugliasco del Toro. Un museo che è un vero spaccato dell’Italia degli Anni Cinquanta. Questo sì imperdibile.

Ormai era sera. Era ora di tornare. Era l’inizio di una nuova vita.

Col tempo avrebbe imparato ad amare e conoscere angoli nascosti: dal fascino senza tempo come via Maddalene vicino al tabacchificio, il meraviglioso quartiere Campidoglio. Lo struggente Martinetto: il sacrario della resistenza.

No, Torino non era una città grigia e nebbiosa.

Dopo la città bisognava conoscere gli uomini e donne che la abitvano.

Ma questa è un’altra storia.

Rispondi