Li Cunti di VittorioGennarino è un ciabattino. Un mestiere dal sapore antico, umile ma ancora necessario, Un lavoro che, a dispetto del progresso tecnologico, non è cambiato granché. Sono necessarie abilità manuali, pazienza e senso estetico.

Gennarino è un uomo umile e tranquillo. Sempre educato e gentile nei modi. Sotto il suo aspetto si nasconde un individuo di grande dignità nei modi e rispettoso degli altri. I suoi abiti di taglio comune sono indossati secondo un sobrio stile antico. L’aspetto conta molto, come insegnavano le donne e uomini di una volta. Dicevano: “Il tuo aspetto parla di te”.

Tutte le mattine Gennarino si reca nel suo laboratorio: puntuale come un orologio. Attraversa a piedi la strada principale del paese. In realtà è anche l’unica vera strada che c’è. Si tratta di un’antica strada di comunicazione tra due cittadine di maggior importanza. Col tempo, naturalmente, lungo i margini di questo asse viario sorsero case di contadini ed artigiani. In questo modo col tempo nacque questo centro dall’aspetto tranquillo e un po’ sonnolento in cui il tempo sembra si sia fermato. La sua caratteristica di centro tradizionalmente costituito da gente umile, laboriosa e semplice è sottolineato dall’assenza di edifici di un qualche pregio.

Gennarino si reca al laboratorio a piedi, con qualsiasi tempo, non ha mai posseduto l’auto né, probabilmente, è mai stato titolare della patente di guida.

Ha sempre con sé una vecchia e robusta borsa di cuoio. Contiene il necessario al suo lavoro di cui era privo in bottega e, inoltre, la colazione da consumare a mezzodì: la “marenna”. Questa è un’antica usanza dei lavoratori meridionali, portare con sé, per il pranzo, un bel pezzo di pane che viene farcito, la sera prima, dalla mamma o moglie: con quello che c’è in casa. Tutto va bene: verdura cotta, fagioli, ortaggi, olive ed a volte anche con i maccheroni avanzati dalla cena della sera precedente. “La marenna” più ambita è quella con friarielli e salsiccia. Nonostante il maggior benessere raggiunto nel nostro tempo, questa tradizione è rimasta sostanzialmente immutata.

Puntuale verso le nove del mattino Gennarino alza la serranda del suo laboratorio.

Il laboratorio è costituito da una stanza ricavata al pianterreno di una casa popolare. Nonostante che sia ospitato in un edificio moderno, il laboratorio di Gennarino ha il fascino e gli odori dei vecchi laboratori.

Al centro troneggia come un altare il desco da lavoro, costantemente ingombro di attrezzi da lavoro buttati alla rinfusa. Per gli altri. Ma non per Gennarino. Se venisse bendato riuscirebbe a individuare e a prendere, anche senza vedere, qualsiasi utensile dal desco. Molti attrezzi da lavoro denunciano un’età veneranda, ci sono: coltelli per tranciare il cuoio, suglie o lesine, forbici, i tipici martelli, chiodi da calzolaio, colle, spaghi incerati, forme per scarpe di varie dimensioni, allarga scarpe e tanti altri attrezzi.

Per terra, in un angolo, ci sono lastre di cuoio, ritagli di pelle di vari colori. L’unica concessione alla modernità è una mola da banco elettrica con spazzole per lucidare.

I muri sono ingombri di ritagli di giornale, immaginette dei santi della zona, foto di cantanti. Quelli che sono in numero maggiore sono le foto dei famigliari e dei defunti, davanti alle quali c’è una lucettina accesa.

Due piccoli tavoli sono costantemente ingombri di scarpe da riparare o riconsegnare.

Quando si entra nella “puteca” di Gennarino è sempre lui a salutare per primo. Sicuramente un gesto di cortesia che fa parte di antiche abitudini. Subito arriva il consueto invito: “Sedetevi con comodo e poi mi dite.” Così dice sempre il nostro calzolaio smettendo di lavorare. Il cliente si sente subito a suo agio.

Esamina con cura le scarpe da riparare e prontamente rassicura il cliente: “Non vi preoccupate, anche se sono malmesse si possono riparare. È un lavoro un po’ costoso, ma ne vale la pena.”

Costoso? Abituati a certe richieste il cliente si preoccupa e si chiede: “Non è che facevo prima a comprarle nuove?…”

La sentenza lo tranquillizza: “Ci vogliono tra i cinque e sette euro…”, dice Gennarino, per una riparazione che, oramai, tutti gli altri calzolai rifiutano. Troppe rogne.

L’uomo è così: dalle pretese modeste. Le riparazioni, anche le più difficili, raramente superano i dieci euro.

Mette anche molto impegno nel suo lavoro. Di fronte a certe riparazioni particolarmente impegnative dice: “Sono calzature molto belle vale la pena aggiustarle e poi perché sprecare cose ancora valide?”

Ecco, questa è la parte migliore di Gennarino: una saggezza e sapienza che deriva da uno stile di vita rispettoso per tutti e tutto. È una vera filosofia di vita che conosce solo chi ha conosciuto le difficoltà della vita. Solo chi ha dovuto costruire, giorno per giorno, con fatica un appena sufficiente benessere.

Questo atteggiamento dà valore a tutto: ogni cosa e degna di rispetto e attenzione perché frutto dell’intelligenza dell’uomo e del rapporto simbiotico con la natura.

Una necessità che, era ora, comincia a farsi strada in sempre più numerose persone. Dopo decenni di bulimia consumistica, in cui l’uomo è stato degradato a semplice ingranaggio al servizio di una logica che prevede il soddisfare  bisogni costruiti con l’imposizione di modelli funzionali ad un consumo compulsivo fine a se stesso, che rapidamente deve diventare obsoleto; finalmente ci si comincia a rendere conto che è necessario riscoprire valori antichi che ci permettano di riallacciare il nostro cordone ombelicale con la nostra madre Terra che, in nome di una crescita infinita, è stato frettolosamente tagliato.

Andare a trovare Gennarino, quando si torna al paese, è un appuntamento a cui non si può rinunciare. Stare a chiacchierare con il nostro ciabattino è cosa gratificante perché il dialogo è calmo e pacato.

Il linguaggio rude ed aggressivo, per non dire sfrontato, rimane fuori da questo rifugio.

Vedere le sue abili mani che con destrezza adoperano gli antichi attrezzi, l’odore delle colle e del lucido da scarpe, il filo incerato con cui cuce le scarpe e che compie ampie giravolte per poi infilarsi nei buchi praticati con la lesina, è un vero spettacolo. In breve le scarpe tornano come nuove. Durante il lavoro di riparazione rimango con Gennarino ad osservare come lavora e scambiare confidenze.  Ne approfittiamo per far arrivare dal vicino bar due caffè profumati e, se è mattino, anche qualche bel cornetto artigianale. Qui, nel mio paese natio le brioche surgelate non si usano. Troppo scadenti. Vengono prodotte giorno per giorno.

Nell’uscire dal laboratorio di Gennarino mi lascio dietro le spalle un mondo che è un’isola che c’è.

Mi pongo una domanda cui non è possibile sfuggire: uomini e donne come Gennarino sono una rarità? No.

No, non è un’eccezione. Persone così c’è ne sono molte: un po’ dovunque. Sono più numerose di quanto si pensi. Persone che vivono nell’ombra e nel silenzio, come nelle antiche abazie che con la loro umile e silenziosa vita, nel corso dei secoli hanno permesso alle comunità di superare periodi tenebrosi.

È proprio questo stile di vita a far sì che queste isole di tranquillità diffondano un’aura che dona dignità a questo mondo. E speranza.

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