Il salone è grande: enorme, dipinto di bianco. Tutto intorno ci sono molte persone della più varia umanità. Evidentemente aspettano qualcuno: chi?
Al centro del salone sono collocate due sedie una di fronte all’altra.
All’improvviso dalla porta in fondo appare una donna statuaria, è fasciata in un lungo e ampio abito bianco come la neve. Deve tenere la gonna sollevata con le mani per non inciampare. Incede come una sacerdotessa, i capelli, bellissimi lunghi e neri, sono raccolti in una treccia che cade sulla spalla sinistra.
Il suo volto è bello, con tratti marcati, zigomi sporgenti. Lo sguardo è profondo, gli occhi emettono dardi che sembrano venire dalle profondità dell’anima.
I tratti somatici sembrano quelli di una donna greca antica. Un volto arcaicamente mediterraneo.
La bocca è sigillata in un sorriso levissimo ed enigmatico.
Si siede. Gli occhi si chiudono come se sognasse.
Assume una posa regale, sembra una sibilla, come quella di Delfi dove sull’architrave del suo antro c’è scritta una massima che ti inchioda e ti spinge ad interrogarti senza infingimenti: conosci te stesso.

Ad un cenno di un addetto una persona si stacca dalla folla e va a sedersi di fronte alla donna, fissa il suo sguardo su di lei. La misteriosa donna in bianco solleva la testa, apre gli occhi e li fissa profondamente sulla persona che le sta di fronte.
Come per magia la persona è come turbata, trema, osserva con gli occhi sbarrati.
Dopo alcuni minuti, ad un cenno degli addetti, si alza e va via.
Altre persone a turno si avvicendano sulla sedia: ragazzi e ragazze, uomini maturi e di mezza età, donne, anche bimbi e della più varia estrazione sociale e etnica.

Le reazioni sono le più diverse: chi rimane impassibile, chi dopo qualche istante piange, chi sorride, chi viene preso da tremore, chi non riesce a trattenere le mani e se le porta al volto, chi bacia la donna sulle guance.

É evidente che l’apparente immobilità della donna con la treccia e in abito bianco e dallo sguardo impenetrabile, nonostante l’apparenza, interagisce con le persone che si siedono davanti a lei.
Questa donna pur restando immobile entra in contatto con l’altra, attraverso misteriose forze empatiche e l’energia vitale che promana da sé stessa, inizia a vibrare sulle stesse lunghezze d’onda di chi gli sta di fronte.
Ha la capacità di toccare le profondità dell’anima in cui dimorano i nostri sentimenti ancestrali che anelano all’amore e di entrare in sintonia con gli altri. Questo è possibile solo attraverso la bellezza di uno sguardo che subito ti dice: io non sono tuo nemico, sono come te; dobbiamo soltanto trovare il coraggio di essere noi stessi: uomini e donne che vogliono incontrarsi, capirsi, dialogare ma non con la parola.

No non serve la parola, serve la potenza dello sguardo che ti interroga e ti cerca, ti vuole calmare dagli affanni e aiutarti a liberarti da servitù e forme subalterne che umiliano la tua essenza.
Devi solo fare una cosa: conoscere te stesso: sarai te stesso.
Quella donna si chiama: Marina Abramovich.

Vittorio Mosca

P.S. La Abramovich è un’artista che attraverso le sue performance opera una costante denuncia contro le guerre e le sofferenze del corpo inflitte da una società sorda. La performance descritta nell’articolo si intitola: innamorata del mondo.

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