Zio Sebastiano e il suo “casone”

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Zio Sebastiano era un uomo pacioso di statura media e un po’ corpulento. Il volto era largo e bonario, il collo taurino, da uomo forte e deciso.

Era sposato con la signora Lucia che tutti chiamavano donna Luciella. Una donna di casa, come si diceva una volta e, all’occorrenza, un po’ decisa. Per la qualcosa zio Sebastiano, quando tirava mala aria, se ne stava nel suo buen retiro: il casone.

Era un buon “ funtanaro” (idraulico). Un mestiere di famiglia. Ereditato da altri famigliari così come si usava allora.

Era il responsabile della manutenzione della rete acquedottistica del comune, per cui, data la sua posizione, molti lo chiamavano anche don Sebastiano.

Zio Sebastiano spesso diventava protagonista, involontariamente, di situazioni paradossali venate di comicità e create dal suo stesso carattere, non certamente scontroso, ma istintivo, che lo costringeva a reagire con gesti non calcolati. Il risultato era che creava episodi curiosi e ironici da raccontare nelle cantine dove gli uomini si recavano a bere un bicchiere e giocare a carte. Oggi, che non ci sono più cantine, qualche episodio della vita di zio Sebastiano viene raccontato durante gli… apericena.

Nella sua città, Lattaro ai Monti; era un’istituzione. Era, soprattutto, una presenza costante e caratteristica della strada dove viveva “ ‘O Cricifisso”. Così chiamata anche se il nome ufficiale era diverso.

Zio Sebastiano amava sostare, quando non stava a faticare, nel suo amato casone, locale che si trovava presso la sua abitazione. Il casone era una sorta di antro lungo, vasto e semibuio che prospettava sulla strada, tipo un grande garage. Lo usava come magazzino degli attrezzi, officina ma, più di tutto, luogo dove rifugiarsi e stare tranquillo.

Stava seduto sulla soglia del casone ad osservare la “camminata” della gente. Aveva sempre la sua amata pipa in bocca: quasi sempre spenta. La accendeva dopo un caffè o dopo aver mangiato.

Tutti coloro che passavano lo salutavano rispettosamente e, molti, gli domandavano che ora fosse. Allora zio Sebastiano tirava fuori con gesti solenni la sua amata “cipolla” e declamava l’ora.

Un giorno capitò, come tutte le cose di ‘sto mondo, che l’orologio di zio Sebastiano cessò di funzionare. Fu necessario portarlo dall’orologiaio, don Catello. Costui lavorava in un bugigattolo che sembrava il laboratorio di un alchimista, pieno com’era di cose strane e misteriose.

Durante il periodo in cui la cipolla era a riparare tutti, ma proprio tutti, gli chiedevano l’ora:  – Che ora è don Sebastià ? -, dicevano. “ Non lo saccio, l’orologio è da don Catello” rispondeva.

Dopo un po’ di giorni l’orologio tornò bello come nuovo. “È’ proprio ‘nu vero maestro quel don Catello” disse orgoglioso.

Ma, ahimè, nessuno, ma proprio nessuno, gli domandava più l’ora. Fremeva per la cosa. Spazientito per l’affronto, bloccò il primo che passava e gli disse: “ Senti cumpare Giovanni, quando l’orologio era rotto tutti volevano sapere l’ora. Ora che è riparato nessuno me lo chiede,: per favore chiedimi che ora è”.

Questa dell’orologio è solo una delle tante vicende di cui fu protagonista. Mitica fu quella del sale.

Era l’ora di cena. Bisognava buttare i maccheroni nell’acqua che bolliva. Il sale, si sa, va messo prima. Donna Luciella provvide alla cosa. Dopo un po’ arrivò “La Macchiona”; costei era una sorella di donna Luciella e si chiamava Nannina. Chissà perché era chiamata La Macchiona. Era zitella e viveva con loro. Era una che faceva a modo suo e anche lei decise di mettere il sale nell’acqua dei maccheroni. Così fecero anche i figli. Zio Sebastiano chiese: “Avete messo il sale?”  Tutti risposero:” L’ho messo io,.. l’ho messo io,… io,… io!” Allora il nostro eroe proruppe: “ E che sono il più fesso io che non devo metterlo?” Prese il barattolo del sale e lo vuotò nella pentola.

Misero una campanella per ovviare a futuri equivoci.

A causa di questo sua vena comica e per la sua bravura, gli altri idraulici facevano a gara per andare a lavorare con lui. La giornata sarebbe stata più interessante e meno pesante.

Una volta stava, con il suo aiutante, in una certa strada del centro per effettuare una riparazione. D’improvviso cominciò a piovere. Si ripararono sotto l’arco di un portone. Per ingannare il tempo zio Sebastiano accese la pipa. Una goccia d’acqua malandrina cadde esattamente nel fornello della pipa, spegnendola. Zio Sebastiano non si scompose: vuotò il fornello, lo pulì con cura, caricò di nuovo la pipa e l’accese. Cominciò a cercare di far cadere volontariamente, muovendosi, di nuovo una goccia nel fornello della pipa. Dopo un po’ non riuscendoci, preso dalla rabbia scaraventò la pipa a terra fracassandola in mille pezzi.

Questi episodi, assieme a numerosi altri, potevano tranquillamente far parte del copione di un avanspettacolo.

Le scenette migliori, tuttavia, andavano in onda quanto andava a trovarlo al casone suo fratello don Gaetano, pure lui “funtanaro”. Questi era un comunista duro e puro, ammogliato con zia Antonietta, donna tosta e decisa, per cui, quando c’erano discussioni un p’ vivaci, don Gaetano si rifugiava da suo fratello nel casone.

Zio Sebastiano lo accoglieva con la solita battuta: “Ué’ Gaetà, hai chiesto il permesso a Togliatti e Stalin?”. Anche don Gaetano aveva pronta la battuta: “Sebastià’, stai zitto perché tu sei diventato democristiano perché ti hanno assunto in comune”.

Da lì cominciavano a fare discussioni su tutto ciò che capitava a tiro. Le discussioni erano animate e ricche di battute anche salaci. I due fratelli, pur essendo caratterialmente diversi, erano d’accordo sulle cose più importanti: rettitudine, onestà e amore per la famiglia. Non portavano mai rancore.

Inevitabilmente si faceva tardi. Arrivava l’ora di cena. Allora zio Sebastiano diceva: “ Resta qui, faccio portare giù i maccheroni, mangiamo assieme”. Si sporgeva fuori dal casone e dava la voce alla sua mogliera: “ Luciella, porta giù i maccheroni, con me c’è Gaetano mangiamo assieme qui.”

Preferivano rimanere nell’amato casone perché era il loro territorio. Stavano tranquilli e a loro agio, potevano bere qualche bicchiere in santa pace senza sentire i continui rimbrotti delle mogliere. Approfittavano anche di qualche salame o caciocavallo che stavano lì appesi a stagionare.

Tornavano a casa un po’ barcollanti.

Zio Sebastiano, che era il maggiore, congedandosi diceva a suo fratello: “ Bona notte Gaetà, ricordati che io sto sempre qua: lo sai sono un po’ “pazzariello”. Il Padreterno così mi ha fatto. Ma il rispetto ci va sempre. Se le nostre mogliere a volte ci fanno arrabbiare, ricordiamoci che abbiamo vissuto con loro un’intera vita e abbiamo messo al mondo dei figli.”

Erano uomini e donne che, come tutti gli altri, vivevano quei tempi duri con il senso del rispetto per tutti.

“ Buona notte, Sebastià’” rispondeva don Gaetano.

Vittorio Mosca

 

 

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