Quelli della mia età sono cresciuti con l’idea che l’agricoltore fosse colui che era esperto nel far crescere dal terreno ogni ben di Dio: frutta e verdure, grano e mais. ecc.. Tutto sano, naturale, gustoso, da ingerire senza problemi. Insomma tutta salute, un piacere per gli occhi e soprattutto per il palato, come si vedeva in quella famosa pubblicità del “mulino bianco”. Ora, però tutti si sono resi conto che il quadretto idilliaco è stato offuscato, non solo per causa di un ambiente inquinato da cento fattori, ma anche dall’ingordigia dei preposti. Con l’aiuto di sostanze di varia origine, alcune dichiaratamente dannose per l’essere umano, si sono raggiunti quantitativi di raccolto per unità di superficie molto superiori rispetto al passato, a spese della salubrità del prodotto. I contadini attuali sono diventati imprenditori agricoli, e come tali hanno una visione tendente soprattutto al profitto; di avvelenare la terra e il prodotto della stessa, e poi chi se ne ciba, è diventato di secondaria importanza. Ammetto che, non essendo del mestiere, non ho una competenza specifica sull’argomento fertilizzanti e pesticidi, e stento a capire che siano indispensabili, ma sono curioso e cerco d’informarmi. Ad esempio ho letto, da diverse fonti attendibili, che il glifosato, il diserbante più diffuso nelle coltivazioni agricole di tutto il mondo, prodotto dalla Monsanto, è tutt’altro che una bontà. Questo erbicida è da tempo al centro di una disputa a livello scientifico, in quanto sostanza potenzialmente cancerogena. Al momento della sua immissione sul mercato, ricorda l’ematologa Patrizia Gentilini, il glifosato era stato propagandato come sostanza assolutamente sicura, nociva solo per le erbacce, immediatamente degradabile, che non comportava rischi di alcun tipo, né per l’ambiente né per le persone. In realtà, seri studi di enti competenti, hanno riconosciuto che provoca seri danni agli occhi, ed è tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici.  Non può essere considerato rassicurante il fatto che il glifosato non induca il cancro o mutazioni genetiche, senza che sia stata valutata l’esposizione prolungata “a piccole dosi” quale quella cui sono sottoposti non solo gli agricoltori, ma soprattutto i consumatori; dal momento che il glifosato si ritrova ormai comunemente in molti alimenti. Oggi la battaglia contro questo prodotto è diventata il simbolo di una lotta più ampia contro l’agricoltura industriale di cui tutti dovremmo occuparci, a cominciare dalla nostra spesa quotidiana. La salute è il bene più prezioso che abbiamo, ed è opportuno conoscere i pericoli del cibo industriale. Non vorrei innescare polemiche, che poi, si sa, finiscono sempre in caciara sterile, ma ci terrei a rispondere a quell’imprenditore agricolo di Caselle, che non gradisce quello che scrivo su questo giornale. Lui ha fatto pubblicare, sul numero di aprile, un pezzo, dal mio punto di vista, più che condivisibile: “Sempre solo cemento, la morte dell’agricoltura” dove fa alcune osservazioni interessanti sull’espansione edilizia nel nostro Comune. Poi però, ha pensato di chiamarmi in causa, applicando l’aggettivo di “perla” su parte del contenuto di un mio pezzo dal titolo: “Cambiamenti climatici, c’interessano?” Si direbbe non gli sia piaciuta la frase: “si dovrebbe fermare subito la produzione e vendita di armi, fertilizzanti e pesticidi sintetici”. Quindi, tiene a puntualizzare che ce ne sono alcuni che curano le malattie delle piante, perciò sono benefici. La sua competenza sarà sicuramente superiore alla mia in materia, però spero sia conscio che nella massa di prodotti ci sono moltissimi veleni. Non soddisfatto, ha pensato bene di produrre una sua “perla”, con la battuta: “conversione ecologica, grossa parola che va bene per chi ha la pancia piena e magari butta anche il cibo avanzato”. Vorrei rassicurarlo che in casa mia siamo molto attenti a contenere la produzione di rifiuti, e cibo avanzato se ne butta in misura molto ridotta. Piuttosto ho l’impressione che questo signore, con tutto il rispetto, non conosca il significato del termine: conversione ecologica. Proverei ad aiutarlo a capire. È un termine introdotto nel lessico socio-politico da Alex Langer, morto nel 1995, ma risulta sempre più attuale, per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Ci rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Da qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono tutti gli aspetti di questo impoverimento dal cosiddetto benessere. Quasi non si sta più a sentire quando si recita la litania delle catastrofi ambientali. La «conversione» è ecologica quando tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui viviamo: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare dopo di noi; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Proprio su quest’ultimo punto vorrei invitare gli imprenditori agricoli a meditare.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.