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giovedì, Aprile 18, 2024

    Codici identificativi per le forze di polizia


    Il 23 febbraio si sono svolte a Pisa e Firenze, ma anche in molte altre città italiane, manifestazioni pacifiche di studenti, contro le guerre in corso, in Ucraina e Gaza, ma, come tutti han potuto vedere, in quelle due città, sono state accolte dalla polizia a suon di sonore manganellate. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è sentito costretto a intervenire, facendo presente al Ministro dell’Interno che l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura coi manganelli, ma sulla capacità di assicurare sicurezza, tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente e pacificamente. “Con i ragazzi i manganelli esprimono soltanto un fallimento”. Purtroppo, i partiti di governo si sono permessi di dissentire persino contro il Capo dello Stato, difendendo, come sempre, l’operato della polizia. Da tempo si discute della responsabilità degli agenti, in caso di uso sproporzionato della forza, e dell’opportunità di introdurre un codice identificativo personale. Amnesty International Italia ha chiesto più volte l’utilizzo di codici identificativi, possibilmente ben visibili, sulle uniformi e sui caschi degli agenti, impegnati in attività di ordine pubblico. Nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, Amnesty ha promosso la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva al Governo di esprimere pubblicamente delle scuse verso le vittime, per le violazioni dei diritti umani e per le pesanti percosse, perpetrate dalle forze di polizia; inoltre di garantire indagini accurate e processi equi nei confronti degli esecutori. Benché le violenze gravi, compiute in quella occasione, siano state accertate in sede di giudizio, molti fra gli agenti coinvolti sono rimasti impuniti; in parte per effetto della prescrizione e in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti. Purtroppo, nemmeno i loro superiori, facilmente individuabili, sono stati puniti, anzi, a quanto pare, hanno persino fatto carriera. Nel 2012, il Parlamento Europeo esortava gli stati membri “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Da allora, diversi Paesi hanno dato seguito a questa richiesta, ma, purtroppo, l’Italia non si è adeguata. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea, identificare gli agenti di polizia che si occupano di ordine pubblico è già una regola diffusa. Sono già 20 – Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Spagna – quelli che hanno introdotto misure di identificazione per gli agenti impegnati in attività di ordine pubblico. Episodi di uso ingiustificato della forza, come accaduto in passato, possono innescare pericolose generalizzazioni, specie se si riscontrano difficoltà rispetto all’accertamento delle responsabilità e delle relative sanzioni. L’introduzione dei codici identificativi sarebbe non solo uno strumento di garanzia per il cittadino, ma anche una maggior tutela per gli agenti che svolgono il proprio lavoro senza eccedere con la violenza. Questi codici non permetterebbero assolutamente l’identificazione del poliziotto da parte dei manifestanti, perché soltanto i loro dirigenti disporrebbero dell’elenco nominativo abbinato agli stessi. Prima e dopo Genova 2001, si sono verificati altri casi di persone che hanno subìto un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche, chiamando in causa la responsabilità di appartenenti alle forze dell’ordine. È evidente che diventa difficile identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria. Il 27/01/2022, una delegazione di Amnesty International Italia, ci ha riprovato; ha incontrato il Capo della Polizia, Prefetto Lamberto Giannini, per consegnare le oltre 155.000 firme raccolte in calce alla petizione della campagna che chiedeva l’introduzione dei codici identificativi per le forze di polizia, impegnate in operazioni di ordine pubblico. Amnesty ritiene che il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza, che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini. Questo avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e, come già detto, a garanzia degli agenti delle forze dell’ordine che vorrebbero svolgere coscienziosamente il loro servizio, senza eccessi violenti.

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    Ernesto Scalco
    Ernesto Scalco
    Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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