Lunghe file di persone con la mascherina davanti al supermercato: questo è uno dei ricordi che ci lascia il lockdown. Un solo membro per famiglia con la lista della spesa per rifornimenti di almeno una settimana. Si fanno scorte di cibi nutrienti, calorici, a lunga conservazione lasciando gli scaffali vuoti, a discapito della spesa di chi arriverà un po’ più tardi. Farina e lievito sono improvvisamente diventati beni preziosi, introvabili, a poco sono serviti gli avvisi con gli inviti a limitarne l’acquisto. Ma cosa ci è successo? In una società dove il cibo è garantito a tutti si è avuto paura di non averne abbastanza, l’ansia ci ha portato ad esagerare con le scorte, dimenticandoci che il vero pericolo era il virus, non la carestia alimentare. Perché una reazione così assurda? Invasi da ogni tipo di informazioni, spesso assai allarmanti, siamo caduti nel panico e nella confusione.
I supermercati si sono svuotati, ma le dispense delle case si sono trovate ben fornite. Sono stati acquistati circa il 18% in più di generi alimentari rispetto all’anno precedente, per la maggior parte farina, pasta e carboidrati in generale, ovvero cibi calorici e a lunga conservazione. L’improvviso cambiamento della routine, l’impossibilità di fuggire alla noia, l’isolamento, l’abbondanza in casa di cibo ha portato le persone a mangiare di più. Nei primi studi a disposizione si stima che mediamente gli italiani siano aumentati di 2 chili durante la quarantena. Questo aumento ponderale potrebbe essere considerato “normale” se pensiamo che è stato impossibile fare sport e che per passare il tempo abbiamo iniziato a sperimentare ricette in cucina. Non è certo una buona notizia in un paese dove si stima che un terzo della popolazione sia sovrappeso. Si rischia di entrare in un circolo vizioso, in quanto il consumo di cibi calorici aumenta il rischio di obesità e diabete, fattori che sono stati associati ad un maggior rischio di complicazione nel caso si contragga il Covid 19. Infatti, questi cibi ostacolano l’attivazione del sistema immunitario, compromettendo l’attivazione delle difese contro il virus. Per la maggior parte di noi, dopo poche settimane di uscita dalla fase 1, il peso potrebbe essere già tornato quello di partenza, ma la situazione è assai diversa per chi soffre di disturbi alimentari: il loro aggrapparsi al cibo come unica, o comunque migliore, fonte di rassicurazione potrebbe essersi aggravato. Le persone con un disturbo del comportamento alimentare sono ossessionate dal cibo, pensano ad esso tutto il giorno, pianificando di rifiutarlo come fanno gli anoressici, di consumarne di nascosto per poi eliminarlo, come fanno i bulimici, oppure di assumerne in abbondanza incuranti della forma fisica come fanno i “binge” (disturbo da alimentazione incontrollata). Le persone che soffrono di disturbo del comportamento alimentare, per via della loro patologia, hanno delle difficoltà nelle relazioni con gli altri: pensano di essere giudicati e non accettati a causa della loro forma fisica, per questo tendono ad isolarsi ed evitano di mostrare il loro corpo. Sono convinti che se solo avessero un bel fisico la loro vita sarebbe assai migliore. Per fuggire alla quotidianità gli adolescenti, e non solo, si rifugiano nel mondo dei social, dove spopolano immagini di bellezza irrealistiche e anche fake news su come dimagrire senza fare troppa fatica, ma, dall’altro, anche informazioni su come passare del tempo cucinando. L’ansia del contagio, le critiche e i controlli sull’alimentazione da parte dei famigliari, insieme alla noia ha reso queste persone ancora più vulnerabili. A volte i famigliari non conoscono le problematiche dei figli, che sono in continua tensione per il dover nascondere il loro disagio. La presenza dei famigliari durante i pasti può diventare motivo di discussione: si evidenzia che il figlio mangia troppo, o troppo poco, oppure in modo inadeguato. Aumentando le discussioni c’è maggiore rischio di rabbia e quindi di abbuffate, specie se la postazione del computer è vicina al frigorifero e lontana dalla vista di altri. Il disturbo alimentare colpisce anche gli adulti che durante la quarantena, specie se hanno vissuto da soli, hanno avuto grandi difficoltà a regolare la loro alimentazione. Ad aggravare il tutto, vi è anche stata la complessità ad accedere a servizi di cura dato che molti centri sono rimasti chiusi e l’unico aiuto a disposizione è stato un sostegno telefonico, per molti non sufficiente o non adeguato per mancanza di privacy in casa. Dopo ogni ricaduta, per un paziente con un disturbo alimentare è difficile rimettersi in carreggiata perché si sente scoraggiato dai suoi insuccessi. Nella fase 3 per molti di loro non sarà semplice riprendere le cure, oppure accedervi per la prima volta, perché la sensazione di non farcela e l’imbarazzo nel tornare in mezzo agli altri potrebbe essere grande.
Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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