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venerdì, Giugno 14, 2024

    Una spremuta di…Armi

    L’articolo 11 della Costituzione italiana recita così… ma proprio così, senza ombra di dubbio:

    “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

    Considerando che oggi nel mondo sono attive e devastanti ben 59 guerre tra cui, ovviamente, quella tra Ucraina e Russia e il massacro tra Palestinesi e Israeliani, il poter vantare una così onorevole vocazione alla pace e una così ferrea repulsione per ogni forma di offesa alla libertà dei popoli, non è poca cosa per noi Italiani, eppure…

    Eppure… questo nostro pacifico Stato, che ha avuto Padri Costituenti così savi e lungimiranti, ( purtroppo…) vanta in campo militare record e riconoscimenti veramente importanti e significativi.

    Oltre 20 miliardi di euro di fatturato e due società italiane nei primi posti nella classifica dei principali produttori di armi al mondo.
    L’Italia è il sesto Paese mondiale nel settore della difesa (ultimo rapporto Sipri).
    L’Italia produce armi da sempre. Si tratta di fucili mitragliatori, fucili classici, pistole da difesa personale. Ma anche e sempre più di elicotteri, bombe, siluri, razzi, missili ed accessori. Un mercato da decine di miliardi di euro di fatturato concentrato, guardando al fatturato, in poche aziende.
    Dominano tra le aziende nazionali Leonardo e Fincantieri. Nel 2022 hanno superato i 15 miliardi di dollari (pari al 12% del giro d’affari in Europa e il 2,6% di quello mondiale). Insieme rappresentano circa l’80% del fatturato dell’industria militare italiana. Leonardo a livello globale ha 51.391 occupati (2022) distribuiti il 63% in Italia, il 15% nel Regno Unito, il 14% negli Stati Uniti, lo 0,5% in Israele e il 2,5% nel resto del mondo. La parte militare rappresenta ormai l’83% del fatturato dell’azienda. Fincantieri che ha una forte attività nelle navi da crociera, ma negli ultimi due anni la quota che riguarda la produzione di navi da guerra, è passata dal 20 al 36% del fatturato totale. Conta 20 mila addetti nel mondo, di cui 10.445 in Italia (52%) e 9.640 all’estero.
    E oltre a Leonardo e Fincantieri? Ci sono, per fatturato ed export: Avio Aero, Thales Alenia Space Italia, Avio Space Propulsion, MBDA Italia, Iveco Defence Vehicles, ELT Elettronica, Rheinmetall, Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. Unite a Leonardo e Fincantieri rappresentano il 90% del fatturato complessivo in campo militare.
    Secondo i dati di The Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei, negli ultimi sei anni sono state 212 le imprese in italiane che hanno avuto l’autorizzazione a esportare armamenti fatturando 22,5 miliardi di euro nel 2019, 20,1 miliardi di euro nel 2020 e 22,9 miliardi di euro nel 2021.
    È italiana la prima azienda nella classifica europea, Leonardo, che “vanta” la tredicesima posizione mondiale, con 12,4 miliardi di ricavi.
    Solo nel 2023 l’Italia ha venduto armi in Ucraina per 417 milioni di euro.
    Senza dimenticare che sino alla fine degli anni Novanta, prima della moratoria internazionale e della legge italiana n. 374 del 1997 contro la produzione di mine, insieme agli Stati Uniti, la Cina e l’ex URSS, l’Italia è stata tra i maggiori paesi produttori ed esportatori nel mondo di questi micidiali ordigni, soprattutto anti-uomo. Secondo un rapporto del dipartimento di Stato americano, il nostro paese produceva in quegli anni ben 36 modelli di mina ( 37 gli USA, 31 gli URSS e 21 la Svezia).
    Qualcuno potrà ovviamente obiettare che con un simile fatturato e migliaia di occupati, come mai si potrebbe porre un freno a un così “florido” settore economico? In fondo, in un mondo tanto turbolento e guerrafondaio, perché mai lasciare a altri una fetta così importante di mercato? Suvvia, siamo pragmatici e realisti…

    In realtà esiste da sempre, in ambito industriale, una parolina semplice ma profondamente importante che da sempre, soprattutto al termine di immani conflitti, ha guidato le sorti economiche delle nazioni: riconversione.

    Le aziende non devono chiudere o fallire, ma possono riconvertire la loro produzione militare in settori produttivi civili, soprattutto di alto livello innovativo, rispettando così i dettami costituzionali.

    Gli esempi ci sono e significativi.

    Con la fine della Guerra fredda, negli Anni Novanta, il calo della spesa militare pone il problema della riconversione in termini concreti. La Commissione Europea lancia i programmi Konver 1 e 2, e l’uso dei fondi strutturali per intervenire nelle regioni più dipendenti dalle vecchie produzioni di armi. In Italia è il caso della Liguria, dove la cantieristica navale si riorienta verso navi civili e le politiche territoriali sostengono le aree di crisi.

    Di rilievo è stata la vicenda Aermacchi, negli Anni Novanta, dove un gruppo di lavoratori aveva denunciato la violazione dell’embargo alla vendita di aerei al Sudafrica e lanciato l’obiezione professionale alla produzione di armi, chiedendo il trasferimento ad attività civili e progetti di riconversione. Le produzioni civili così si allargano e il Comitato dei cassaintegrati Aermacchi lancia nuove iniziative e ottiene nel 1993 la creazione di un’Agenzia regionale lombarda per la riconversione.

    E poi le mine della Valsella Meccanotecnica di Brescia, un tempo controllata dalla Borletti, a sua volta appartenente al Gruppo Fiat. Dopo la legge del 1997 si è avviata la riconversione ed oggi la nuova Valsella Meccanotecnica Spa è un’azienda di engineering e di servizi nel settore auto con 100 progettisti tra Brescia e Torino.

    Altri esempi positivi non mancano: la più importante impresa eolica in Italia – con oltre 700 occupati, controllata dalla danese Vestas – è nata da un progetto di riconversione di Aeritalia. La Oerlikon Graziano di Bari, che produce sistemi di cambio per auto e trattori, è una diversificazione nel civile della Oto-Melara. La Sirio Electronics in provincia di Firenze ha diversificato buona parte della produzione militare.

    Cambiare si può, ma soprattutto si deve, se non si vuole morire soffocati dalla più becera ipocrisia di chi crede di poter sostenere la pace con le armi.

    Anni fa, “statisti” pettoruti ed urlanti portarono a morte 70 milioni di persone cavalcando simili teorie… Repetita non juvant!

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