Veniva da lontano, da molto lontano: la sua terra si chiamava Fantasia. Portava con sé paure antiche, tremori recenti e tanta speranza nel cuore. Il nostro protagonista passava per le vie della città col fare incerto, frutto di continue sconfitte, di tremende nasate. Nel suo comportamento e nel suo vestire vi era qualcosa di donchisciottesco, ma non perché rifiutasse il suo tempo; era solo un disarmato piccolo eroe che forse come personaggio sarebbe piaciuto a Chaplin, oppure alla matita di Gianolio.

Naturalmente il nostro amico non aveva una lira, ma in compenso non possedeva niente. E il niente lo divideva sempre: a volte con un amico ancora più povero, a volte con un cane o un gatto. Viveva in una stanzetta così piccola che per aprire da dentro la porta doveva spostare il tavolo contro la parete, e per aprire la finestra occorreva fare alcune operazioni tutt’altro che agevoli. Ma in compenso la cameretta era dotata di ogni confort. Si fa per dire, perché oltre al lettino c’era anche una sedia e dentro ad un piccolo armadio – se messi bene – anche alcuni vestiti. Questo fatto gli faceva particolarmente piacere perché non avendone molti poteva così dire a chi veniva a trovarlo che il suo armadio era spazioso.

Ma non è che “ricevesse” molto, qualche volta veniva a trovarlo la Realtà, ma si fermava poco. Ma tant’è – si diceva sempre – per sognare tutto questo è più che sufficiente! E il nostro quasi eroe sognava spesso (ma questo era facile da capire) ma nel suo genere era uno specialista perché riusciva a farlo a colori. Era solo, e naturalmente cercava compagnia. C’era una ragazza, che ogni tanto incontrava per la strada, che gli piaceva. E forse anche lei non era del tutto indifferente al fatto perché accompagnava sempre il suo saluto con un bel sorriso; ma il difficile per lui era trovare una scusa per fermarla. E così tutto finiva sempre in un buongiorno o in una buonasera, con tanti saluti al suo desiderio di “cominciare a vivere”.

Ma siccome era un buon amico di sé stesso, confidandosi si domandava: “Ma io cosa posso offrirle? Non ho che la mia solitudine, la mia libertà, il mio bisogno d’amore” si rispondeva impietosamente. Tutto quello che ho non sono altro che sentimenti, cioè parole astratte, e invece quello che conta nella vita sono soltanto i soldi, tanti soldi. Però tutto questo lo pensava con la speranza segreta di esserne smentito.

Intanto tra un buongiorno e una buonasera arriviamo alla vigilia di Natale. Nella tarda serata decise di uscire a fare quattro passi; spostò il tavolo contro la parete per aprire la porta, la rinchiuse per bene e s’incamminò verso il centro. Camminava tra un viavai di gente. E questa gente che gli passava vicino lui la immaginava felice perché sapeva cosa comprare, cosa vendere, quale canale tv scegliere, cosa dire, ecc. ecc. E sempre senza incertezze. Lui invece…

E pensa bene e pensa male, intanto arrivò davanti alla chiesa di San Giovanni mentre molte persone entravano nel tempio per assistere alla messa di mezzanotte. “Se entrano loro, posso entrare anch’io!” – si disse. Il timore era dovuto al fatto che lui non è che avesse molta dimestichezza con la Chiesa. Comunque entrò. Era piena, e anche perché sospinto si trovò vicino all’acquasantiera, dalla parte della scala del coro. Stette lì, tranquillo. La scena madre stava per avvicinarsi. Fu esattamente quando il celebrante invitò i fedeli a scambiarsi il segno di pace. Si sentì toccare una spalla, si volse e vide la sua “lei “che tendendogli la mano le diceva:” pace e bene”. In un soffio lui le rispose “pace e bene”. Stettero con la mano nella mano per un po’. Lui si ricorda ancora perfettamente che pur sentendosi il cuore che voleva uscire a fare quattro passi per non scoppiare dalla gioia, nella sua mente scorreva come una fervente preghiera questo verso di Ungaretti: “Tra le dita incerte il loro lume è chiaro, e lontano”. Un maestoso “Agnus Dei” dell’organo lo distolse dai suoi pensieri e lo fece posare lo sguardo sul Bambino Gesù nel presepe. Ebbe la netta impressione che Egli guardasse con simpatia a loro due. Ma d’altra parte era la notte di Natale e pertanto avevano tutto il diritto di fare un pieno di speranza. Uscirono insieme e si lasciarono augurandosi a vicenda un Buon Natale, con la promessa di rivedersi.

Il nostro giovane s’incamminò verso casa. La strada era bagnata di pioggia mista a neve, e purtroppo non è che le sue scarpe fossero a prova di profondità. Anzi! Però l’acqua dentro le scarpe vi si trovava abbastanza bene perché poteva andare e venire a piacimento. Ma anche a lui non è che questa situazione desse molto fastidio, perché andava con le nuvole per mano e così poteva sognare di essere sul bagnasciuga di qualche spiaggia dei mari del Sud con la sua bella per mano e insieme correvano felici incontro al sole, pensando a nuovi giorni, mentre il fruscio del vento sul palmeto pareva un’armonia di violini che suonassero una canzone d’amore solo per loro. Proprio come in qualche sceneggiato romantico e un po’ strappalacrime della tv, ma sul televisore a colori.

E camminava sognando e sognando camminava. Intanto arrivò a casa. Aprì la porta, spostò il tavolo e si mise a dormire. E nel sonno sentiva mille organi di mille cattedrali suonare Bach, solo per lui. E fuori continuava a piovere, e da una grondaia l’acqua sgocciolava rumorosamente, mentre dalla finestra uno spiffero portava un gelido vento di tramontana. A un tratto, nel sonno, gli parve di sentire bussare. Si alzò, spostò il tavolo ed aprì la porta. Non vide nessuno. Trasognato com’era non si era accorto che la Realtà – cioè la macchina che stritola i sogni – era già entrata in casa, pronta ad intaccare il suo pieno di speranza.

(Questo racconto è già stato

pubblicato su Cose Nostre nel

dicembre del 1983).

Gianni Rigodanza è un giornalista e scrittore. Maestro del lavoro, Casellese dell’Anno, premio regionale di giornalismo; tra i fondatori, redattore e direttore di Cose Nostre per 32 anni. Finalista del 3°concorso letterario Marello. Autore di diversi libri di storia locale. Ha scritto per il Risveglio, Oltre e Canavèis.

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