Riprendiamo questo mese il viaggio settecentesco nei paesi confinanti con Caselle così come descritti nella relazione settecentesca dell’intendente Sicco, sempre con l’intento di inquadrare e confrontare la storia del nostro paese, con quella del territorio circostante.

Come negli articoli scorsi, per una migliore e più facile lettura la relazione viene in parte riscritta in forma più moderna, accompagnata tra parentesi da alcune mie annotazioni di chiarimento ed in alcune parti riassunte.

Stemma del comune di Venaria Reale che richiama le sue origini venatorie

Sede dell’imponente residenza reale di caccia dei Savoia, Venaria Reale era all’epoca un comune relativamente nuovo, nato dalla divisione dei due borghi formanti Altessano, denominati uno superiore e l’altro inferiore.

Nella seconda metà del XVII secolo il duca Carlo Emanuele II decise di acquistare il feudo di Altessano superiore per costruire una nuova residenza reale destinata prevalentemente per la caccia.

Questo luogo lasciò così l’antica sua denominazione di Altessano Superiore, e come scrive il Sicco “da che fu dai Reali Sovrani eletto, e riservato per luogo di loro delizie, e per esser prossimo al gran Paese (Torino), o sia ai vasti Tenimenti a bosco propri, e riservati per le Regie Caccie, fu titolato Venaria Reale dal verbo Venor Venaris” (Altessano inferiore, rimasto in appannaggio alla potente famiglia dei Marchesi di Barolo, venne invece staccato e aggregato al Comune di Borgaro, per poi tornare nel XIX secolo riunito in parte a Venaria Reale).

Il castello della Venaria Reale

Il vecchio borgo venne completamente rifatto su progetto dell’architetto di corte Amedeo di Castellamonte, che realizzò una via “Maestra” per dare una nuova e grande scenografia d’ingresso al nuovo castello, che così viene descritto nella relazione: “E dopo il corso di soli tre miglia di strada dalla Metropoli, vedesi situato in tutta Pianura, unito assieme con una nobile spaziosa contrada colle sue fabbriche lateralmente in retta continuazione tutte civili, ed uniformi nell’esterna loro struttura, ed in finimento d’essa contrada compare il Real sontuoso Castello di Sua Maestà, a cui trovasi annessa la Regia Cappella (dedicata a Sant’Uberto), della quale è presentemente Vicario il Sig. Don Giovanni Battista Maffej”.

La cappella del castello dedicata a Sant’Uberto
La scenografica volta della cappella di Sant’Uberto

– Chiesa parrocchiale, Parroco e Diocesi

La chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria sulla piazza centrale

La Chiesa Parrocchiale del luogo è sotto il titolo di Santa Maria e di libera collazione (cioè dipendente direttamente dalla Curia Arcivescovile), e resta provvista in oggi del Sig. Teologo Don Giuseppe Antonio Ferreri, torinese col titolo di Prevosto.

La parrocchia possiede circa giornate cinquanta di beni per Dote, e la rendita della parrocchia, che si computa con gl’incerti dell’Altare (ossia le offerte), poter render l’annua somma di lire duemila circa, e tanto esso Parroco, quanto li suoi parrocchiani restano per lo spirituale soggetti alla Diocesi Arcivescovile di Torino.

 Ecclesiastici

Il Vice Curato dell’anzidetta Parrocchiale si chiama Don Luigi Muretto di Sciolze (To).

I Rettori della Scuola sono i Sig.ri Don Ariggio Folco e Don Pietro Giovanni Melani, ambedue Nizzardi (la città di Nizza, oggi francese, era allora annessa alla Savoia), eletti e pagati dalla Comunità; approvati dal Magistrato della Riforma degli Studi, insegnano sino alla terza classe inclusa.

Tre altri Sacerdoti ecclesiastici vi risiedono, e sono Don Domenico Martini, Sig. Don Giuseppe Bernardi, e Don Giuseppe Buridano.

Vi è anche un Eremita con abito, che serve a detta Parrocchiale nominato Fra’ Morizio Richiardo di Caselle.

 Feudo

Questo Feudo spetta a Sua Maestà (che lo acquistò nel 1658), e la giurisdizione viene esercitata da un Giudice togato che attualmente è il Sig. Avvocato Antonio Domenico Fea della città di Susa.

Luogotenente, Segretario del Tribunale e anche Segretario della Comunità è il Sig. Notaio Francesco Antonio Catto di Caselle.

 Capi di casa e qualità d’essi

Gli altri abitanti (non parlando di quelli, che trovansi all’immediato Servizio di Sua Maestà) attendono alla campagna, ed agli edifici infradescritti, ben e vero che una quantità dei Terrieri fanno i Rivenditori di commestibili, e s’impiegano nelle Osterie che nel luogo attualmente se ne trovano circa trenta in esercizio (nella relazione non vengono tenute in conto tutte le numerose persone che risiedono nel grande castello a partire dai servitori, fino agli intendenti, che insieme al grande viavai di persone e militari che seguivano i frequenti spostamenti della Casa Reale, spiegano il grande numero di osterie presenti sul territorio).

Dei centoottanta circa Capi di Casa, che si contano nel luogo e territorio, ad esclusione sempre di quelli che restano quivi al Regio Servizio, se ne considerano per comodi (benestanti) ventotto circa, per meno comodi sessanta, e i restanti sono considerati Poveri (novantadue).

Vi abita pure il Sig. Avvocato Carlo Gaspare Catto (figlio del Segretario Comunale), quale è Cassiere dell’azienda della Direzione.

Due Medici vi sono, ed esercenti, che si chiamano il Sig. Carlo Giuseppe Rastello di Caselle (la famiglia Rastello a Caselle era all’epoca proprietaria di una cartiera al Caldano), ed il Sig. Carlo Emanuele Buridano patrizio.

Cerusici (dottori chirurghi) sono i Sig.ri Giuseppe Antonio Arnò, Domenico Corte, e Giò Antonio Roseti. Misuratore piazzato (geometra) è il Sig. Pietro Rochieti, mentre Speziale (farmacista) con bottega aperta è il Sig. Francesco Berta.

 Mercati, Commercio e Mulini

Non si fanno Fiere, né Mercati ( il mercato più vicino era quello di Caselle).

Vi è un Molino a tre Ruote proprio di Sua Maestà coll’uso dell’acqua della Bealera sotto riferita.

Il Forno, e la panetteria del luogo spettano pure a Sua Maestà (come praticamente in tutti i paesi il diritto di macinare il grano, cuocere e vendere il pane faceva parte degli antichi diritti medievali di appannaggio esclusivo del feudatario).

 Edifici industriali

Esistono sul territorio i seguenti opifici:

Un Filatore di fornelletti settanta circa (i cosiddetti “fornelletti” erano delle bacinelle piene di acqua, riscaldate dal fuoco sottostante, in cui venivano immersi i bozzoli dei bachi da seta per facilitare lo scioglimento del collante del bozzolo e permettere lo svolgimento dello stesso) con annessa Filatura nel luogo stesso, girante col beneficio d’essa Bealera, il tutto spettante al Sig. Domenico Gioanetti, torinese.

Un Filatore anche nel luogo proprio di M. Berglia di Torino, utente dell’anzidetta Bealera.

Altro Filatore spettante al Sig. Conte Galeani di Canelli e Barbaresco utente come sopra.

Altro Filatore con Fornelletti quaranta circa, con annessa Filatura girante questa a forza d’uomo, ed è propria del Sig. Giuseppe Vincenzo Sacarelli, mercante da seta in Torino.

Altro piccolo Filatore d’una sola Pianta (la cosiddetta “pianta”, vero e proprio cuore del filatoio, era in pratica una torre di legno alta come una casa di due piani, con una sorta di gabbia girevole composta da un’innumerevole serie di rotismi, ingranaggi, leve e tiranti che permettevano a centinaia di fusi ed aspi di arrotolare e ritorcere il filo di seta, ottenendo un filato più robusto e pronto per la tessitura; normalmente questa macchina era messa in moto da ruote idrauliche, ma non mancavano i casi in cui venivano fatte girare manualmente), girante pure a forza d’uomo, qual è proprio degli eredi del fu Sig. Gaspare Rossignolo del luogo.

Quel che resta dell’antica pesta del tabacco sulle rive del torrente Ceronda
Mappa settecentesca in cui è raffigurata la pesta del tabacco

Vi è anche in esercizio una Pista da Tabacco a quattro ruote d’acqua sempre servite dalla stessa bealera, e propria questa del Sig. Conte Galleani, tenuta in affitto presentemente dagli Accensatori Generali del Tabacco.

(Grazie alla politica sabauda volta a sviluppare la lavorazione della seta, in tutto il torinese iniziarono ad impiantarsi, a partire dalla fine del XVII secolo, numerose filature e filatoi con caratteristiche “industriali”, prima fra tutte proprio quella di Venaria Reale di proprietà del conte Galleani, già attiva nel 1670, mentre ricordiamo che a Caselle le prime filature vennero impiantate solo all’inizio del 1700).

 Consiglio e amministrazione comunale

Il Consiglio della Comunità è composto d’un Sindaco, e quattro Consiglieri, e li Terrieri Registranti (cioè gli abitanti possidenti), che sono reputati li più abili per essere ammessi in detto Consiglio sono gl’infra nominati:

– Sig. Andrea Maulandi – Sig. Medico Carlo Emanuel Buridano

– Pietro Antonio Negro – Domenico Conte

– Michele Bordone – Gioanni Bertoldo

– S.r misuratore Pietro Rochieti – Carlo Canavero

– Francesco Ugheto – Giovanni Battista Cantaluppo

– Giuseppe Rosetto – Bernardino Caligaris

– Fabrizio Berta – Michele Marcheto

E quelli tenuti in maggior considerazione nel luogo sono i primi cinque nominati.

Gli affari pubblici sono regolati a dovere, e non ha la Comunità liti attualmente vertenti, né ragioni da promuovere.

 Archivio

L’Archivio delle Scritture si ritrova nella Casa propria della Comunità in una stanza al secondo piano voltata a cotto, e sicura.

Visitatosi, si è rinvenuto in buon essere con le Scritture distribuite nelle sue caselle, ed in regola secondo l’ordine istruttivo dell’Uffizio del 22 Maggio 1733.

Vi è il suo inventario formato a dovere aggiornato delle scritture archiviate in seguito alla sua formazione, coerentemente all’altro ordine circolare 2 Aprile 1734.

Il Catasto è dell’anno 1727 ancora di servizio, col suo campagnolo e libro delle mutazioni, e per esservi quest’ultimo ritrovato di già compito, senza che più vi rimanga nelle rispettive colonne carta sufficiente per far nuovi trasporti di Registro, si è ordinata la formazione d’un altro (volume), giusta le regole prescritte nel Regolamento del 22 Settembre 1739.

Congregazione di Carità e ospedale

Sussiste in buon stato la Congregazione di Carità a norma dei Regi Stabilimenti, riportati nel libro della “mendicità sbandita” (una sorta di testo unico delle leggi per regolamentare l’assistenzialismo dei poveri, che all’epoca era considerato molto importante).

L’annuo reddito della Congregazione è di circa lire mille, prodotto dalle collette, dall’affitto della casa in proprietà, dall’imposto di £ 150 ricevuto dalla Comunità, e anche dal ricavato della vendita dei ceri, che viene somministrata ai poveri in occasione d’accompagnamento alle sepolture.

L’Ospedale di origine settecentesca

 Ospedale

Trovasi un Ospedale particolare sia per i sani, che per gli ammalati, situato in una casa donata alla Congregazione da Sua Maestà (nel 1724) per detto fine.

E tanto detto Prevosto, che gli altri Direttori sia della Congregazione che dell’Ospedale restano ben attenti al mantenimento di queste opere sia salutari che pie, avendo assicurato che non aumentandosi il numero dei poveri, e continuando pur anche le elemosine e le rendite suddette possono questi venir sufficientemente mantenuti, sia quelli sani, come quelli ammalati. Comunque confidando in difetto che ne avrebbero partecipato coi suggerimenti opportuni per averne le convenienti determinazioni per ogni miglior progresso delle opere stesse di carità, nel cuore del Real Sovrano, per godere dell’immediata sua Regia protezione (ancora oggi nella struttura ha sede l’attuale ospedale).

 Qualità del territorio

Estratto della carta delle cacce della fine del Settecento in cui è rappresentata Venaria e Altessano inferiore

Resta il territorio competentemente fornito di Piante, dove possono utilmente prodursi, e su questo si è ricordato alla Comunità l’osservanza della Regia Costituzione sotto li rispettivi titoli dei Boschi e Selve, dei Fiumi e Torrenti.

Discorrendo poi dei pochi beni di questo territorio, cioè della sola porzione spettante alla Comunità, e Particolari, la qual trovasi descritta nel pubblico catasto, ma non già della maggior porzione che appartiene a Sua Maestà, perchè delle sei parti della superficie del territorio, cinque circa d’esso sono totalmente proprie di Sua Maestà (praticamente tutto il territorio dell’attuale Parco della Mandria e del castello), si riferisce, che i beni coltivi restano bensì con diligenza tenuti, ed anche ragionevolmente fruttiferi, ma vengono soventi, prima che i frutti giungano a maturità, danneggiati dai cervi e altri animali selvatici destinati per le Regie Caccie.

Resta poi anche una parte dei beni d’un terreno “giaroso”, e di poco prodotto, salvo a forza d’ingrassi (concimazioni).

Consiste poi la maggior parte del presente territorio in tenimenti di bosco ceduo, che a luoghi più, ed a luoghi meno si produce, secondo la diversa qualità del fondo più o meno abile alla produzione d’esso.

Vi sono anche beni prativi d’un terreno per altro freddo, e cretoso, ed in parte anche ghiaioso.

Beni incolti abbandonati non se ne ritrovano salvo quelli, che vi sono detti nei tenimenti a bosco, che non si possono ridurre a coltura, perché stabiliti ad uso delle Regie Caccie, e anche i “giari” del Fiume Stura, e Torrente Ceronda, quali pure non si possono in parte alcuna render coltivi per consister in nuda giara ed arena.

Torrenti

A mezza notte del luogo medesimo scorre, ed intramedia il torrente Ceronda che provoca guasti notevoli ai beni contigui, tanto che la Comunità annualmente effettua diverse spese di riguardo nei ripari per impedire le maggiori corrosioni d’esso.

E qui sopra lo stesso torrente per dar l’accesso sulla strada pubblica ai luoghi superiori, ed anche a quelli della Valle di Lanzo, vi è un gran ponte a muro di tre arcate costruito e riparato a spese delle Regie Finanze.

Interseca pure il territorio verso mezza notte il fiume Stura, qual danneggia di molto li beni sia della Comunità, che dei Particolari, e per la situazione del suo alveo, per non aver ripe sode, ed aver anche corso variabile, non è alcun riparo sostenibile.

Transita una Bealera viva per questo territorio, la quale si dirama sul territorio di Pianezza dalla Dora Riparia, spettante questa a Sua Maestà coll’uso alla Comunità d’un terzo delle sue acque per irrigare il territorio, mentre gli altri due terzi vanno a beneficio del Giardino, Mulino, e Cascine di Sua Maestà, e degli Edifici idraulici sopraddetti, venendo l’acqua distribuita con particolar riparto in ragion d’ore dai conduttori deputati dal Direttore della Regia Azienda.

Boschi

I Boschi della Comunità sono cedui di rovere, verna (ontano in piemontese), e nocciola. In cadun anno per la concorrenza di giornate 24, secondo il permesso delle Regie Caccie, se ne fanno tanti lotti separati, e di questi colla riserva delle solite quinte, se ne fa la vendita del taglio all’asta pubblica, ed il ricavato si destina al pagamento dell’imposizione straordinaria, delle Opere pie, dei stipendiati, e altre debiture private.

Strade

Le Strade pubbliche, che intersecano il territorio sono le seguenti.

La Strada Reale di Torino, venendo per Altessano.

Altra, che da qui, passando su detto Ponte di Ceronda tende sulle fini di Robassomero, indi ai luoghi di superiori (verso Lanzo e le valli), e di questa se ne servono li terrieri stessi della Valle nel continuato loro commercio dei latticini per Torino.

Altra, che protende sulle fini di Collegno.

Altra tendente al luogo di Druent.

Altra che, passando sovra il Porto di Stura, protende ai luoghi di Borgaro, e Caselle.

E visitatesi esse strade si sono dati gli opportuni provvedimenti per la loro riparazione, come anche, colla ricognizione fattasi dello stato delle contrade del paese, si è ordinata la formazione di due ponti a cotto col suo lastrico di sopra, per rendere più comodo il passaggio a Sua Maestà e Real Casa.

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