Le ragazze camminavano incolonnate. Stavano rientrando al convitto al termine della faticosa giornata di lavoro. Le scortavano, come di norma, un paio di impiegati del lanificio.
All’ingresso del cortile la colonna delle ragazze incrociò un gruppo di ragazzi figli delle famiglie che abitavano nel Caldano. Istintivamente rallentarono il passo, iniziò un fitto scambio di sguardi: di più non si poteva.
Qualche ragazza si fermò addirittura, accennando a un sorriso subito ricambiato. Basta poco per stabilire un contatto, non serve parlare. A volte tra due persone, che non si conoscono, corre un fluido magico. Gli sguardi scambiati sono più eloquenti di mille parole. Lo scambio di sguardi fu insistito e breve come quello che scattò tra Anna e un ragazzo riccioluto e dal volto curioso. I volti si stamparono nella loro mente. Giovannina e Mariuccia se ne accorsero e diedero di gomito ad Anna.
Improvvisamente si spalancò una finestra del convitto. Suor Maddalena urlò alle ragazze di muoversi ed entrare immediatamente.
Seguì una lavata di testa alle ragazze; disse la suora:” Guai se succede ancora, non dovete fermarvi. I ragazzi non aspettano altro”. Giovannina, non si sa come, tirò fuori la voce e replicò a suor Maddalena:” Ma cosa abbiamo fatto di male? Ci siamo incontrati per caso. Non è successo niente.”
“Taci”, fu la secca risposta della madre superiora.
Da quel giorno le suore divennero ancora più attente. Suor Cristina guardava le ragazze in altro modo: comprendeva.
L’unica che era entrata in sintonia con le ragazze era lei. Forse perché era giovane. Quando poteva si fermava a parlare con loro, ascoltandole e raccontando la propria vita. Si era “monacata” perché orfana. Aveva voglia di aprire il suo cuore con ragazze giovani come lei, conoscere le loro storie, confidarsi emozioni e confidenze. Anche frivole, per sorridere. Erano diventate amiche e complici, Ma bisognava essere cauti. Suor Maddalena e le altre suore mal digerivano il cameratismo.
Intanto il lavoro procedeva bene. Le ragazze si erano ambientate e familiarizzavano con le altre donne di reparto. Nei pochi momenti liberi che il lavoro concedeva, o quando erano gomito a gomito, le donne sposate si confidavano con le ragazze. Forse le avevano scambiate per i loro confessori:” Quando torniamo a casa la sera, dicevano, per noi comincia un altro turno. Bisogna preparare da mangiare, pulire e accudire i bimbi piccoli, rassettare.” Ingenuamente Giovannina e le sue amiche replicavano:” I vostri mariti non vi aiutano in casa?”
“ Capirai, diceva Pia, quelli quando smettono di lavorare mica vengono a casa. Vanno all’osteria a bere qualche bicchiere, anche due. Giocano a carte e spesso ci scappa pure la rissa. Tocca a noi cercare di mettere le toppe.”
Il tempo scorreva e le giovani donne si muovevano tra le macchine con disinvoltura, erano diventate esperte. Bastava loro un colpo d’occhio per accorgersi delle anomalie. Quando potevano risolvevano loro la cosa, altrimenti chiamavano gli uomini della manutenzione che volentieri accorrevano.
La loro bravura non sfuggiva ai responsabili ma si guardavano bene dal fare loro elogi: potevano montarsi la testa. Le ragazze utilizzate dal Lanificio Bona erano numerose e provenivano da molte località del nord Italia. Apparentemente svolgevano un ruolo minore, in realtà essenziale per mantenere il ritmo produttivo.
Spesso i proprietari, Osvaldo e Alcide Bona, facevano giri di controllo nello stabilimento accompagnati dai capi reparto. Sotto la loro guida lo stabilimento si era ingrandito molto e impiegava molte maestranze. Davano continuità al progetto avviato dal loro padre Basilio.
Durante queste ispezioni si soffermavano a parlare con le ragazze e le operaie, volevano capire come procedeva secondo loro il lavoro, se si trovavano bene e se erano soddisfatte. Erano gentili ed educati. Pia e Antonio avevano istruite bene le ragazze su queste cose:” Rispondete in modo educato e dite con chiarezza la vostra opinione. Ci tengono a conoscerla, possono emergere indicazioni utili.”
Il tempo passava. Erano già un paio d’anni che lavoravano al lanificio. Non erano più tornate a casa. C’era troppa distanza. Giovannina e le sue amiche avvertivano una forte nostalgia delle loro famiglie.
La distanza impediva loro di rientrare anche durante le feste comandate.
Fortunatamente c’erano le lettere di don Luca che, con cadenza abbastanza regolare, le teneva informate sulle vicende delle loro famiglie. Giovannina leggeva con l’avidità dell’assetato le lettere e con il sorriso sulle labbra.
A mitigare questa lontananza c’erano gli inviti delle altre donne del reparto che, col permesso delle suore, ogni tanto, la domenica, le invitavano a casa loro. In quei momenti ritrovavano l’atmosfera familiare. Le suore, comunque, concedevano con parsimonia questi permessi.
Giovannina, Anna e Mariuccia erano diventate delle signorine. Erano già più di tre anni che lavoravano. Avevano superato i diciassette anni.
In questo periodo non erano cresciute solo fisicamente. Il lavoro in fabbrica le aveva fortificate. Avevano acquisito ottime capacità e una resistenza fisica che consentiva loro di reggere agevolmente i sostenuti ritmi del lavoro.
Non solo, il contatto con le altre donne e gli uomini, che erano impiegati nel lanificio, le aveva smaliziate. Avevano imparato a reggere il confronto con gli altri anche in presenza di controversie.
La presenza di persone provenienti da diverse regioni le aveva aiutate a comprendere che la diversità culturale e di abitudini non erano barriere alla reciproca comprensione.
Merito di questi progressi erano da ascrivere, le ragazze ne erano consapevoli, anche alle attività, promosse dalle suore, che si svolgevano la domenica nel convitto.
Era un giorno che aspettavano con impazienza perché potevano riposare un po di più. Dopo la messa le suore tenevano loro lezioni in diversi campi: istruzione, cucina, ricamo e cucito. Tutte cose che sarebbero loro tornate utili. Mariuccia si rivelò particolarmente portata per il cucito. Riusciva già a realizzare piccoli manufatti autonomamente.
Poi ci fu una novità che esplose come un lampo.
Un giorno arrivò una lettera indirizzata solo a Giovannina. La lettera la pose di fronte ad un dilemma non facile. Si verificò una di quelle situazioni che inducono gli individui a scelte che cambiano il futuro della vita.
Suor Maddalena nel porgerle la lettera, con fare materno le disse:” Giovannina è arrivata questa lettera indirizzata solo a te. Leggila con attenzione. Consultati anche con le tue amiche. Decidi con serenità.” Giovannina rimase meravigliata dal tono calmo e amorevole di Suor Maddalena. Comprese che il suo atteggiamento, a volte, era dovuto alla responsabilità che gravava sulle sue spalle.
Don Luca la informava che Mauro Gibin, un ragazzo di vent’anni di Palù, l’aveva chiesta in moglie ai suoi genitori. Nonostante gli anni di lontananza non aveva mai smesso di pensare a quella ragazza timida e dal volto dolce.
Rimase imbambolata, guardava la lettera come in trance. Anna, Mariuccia e le altre ragazze capirono subito, guardando Giovannina, che c’era qualcosa di importante in quella lettera. Le amiche si sedettero vicino a lei sul letto e chiesero:” Allora Giovannina che c’è, cosa è successo?” Le sue amiche e le altre ragazze esultarono e iniziarono a festeggiarla.
“ Calma – diceva Giovannina – devo riflettere bene.” Suor Cristina richiamata dagli schiamazzi accorse. Giovannina le chiese consiglio. La giovane suora era considerata la loro amica e mamma. Disse:” Giovannina devi decidere tu in piena libertà, ascolta il tuo cuore. Non pensare ad altro. C’è un ragazzo che nonostante gli anni di lontananza non ha smesso di pensarti. Vuol dire che ti ama. Io non avrei dubbi”. Anche le amiche erano d’accordo con Suor Cristina.
Anna le disse: ”Vai Giovannina non preoccuparti. Io resto qui. Ti ricordi quel ragazzo ricciolino che incontrammo? Bene. Mi è entrato subito nel cuore. Lui spesso aspetta sotto la finestra per vedermi e, grazie a Suor Cristina, ci siamo scambiati bigliettini. Ci sposeremo tra qualche anno. Non ho mai detto nulla per non creare problemi”. ”Anche io ho deciso cosa farò”: pure Mariuccia sarebbe rimasta ancora. Il suo sogno era quello di mettere da parte ancora un po’ di soldi per avviare un laboratorio da sarta, la sua passione che aveva scoperto nel convitto.
I suoi superiori non presero però bene la cosa. Avrebbero perso una brava operaia. La decisione era presa, però.
La festeggiarono e la salutarono con le lacrime agli occhi al momento della partenza.
Questa volta viaggiava da sola.
Sul treno che la portava a casa, dopo Milano, per la stanchezza si addormentò.
Uno scossone improvviso la svegliò: ”Come il treno è già arrivato a Mestre?” disse.
“Ma che Mestre e Mestre – disse suo nipote Primo – siamo a Palù. A casa.Nonna, hai dormito durante tutto il viaggio. “
“Allora ho fatto tutta una tirata. O Madonna mia, mentre dormivo ho rivisto come in un film, tutta la mia vita al Lanificio Bona. Grazie Primo.”
Tutta la famiglia le si fece intorno per festeggiarla. I più entusiasti erano i nipoti.
Rivide negli occhi il volto di quel ragazzo che non l’aveva mai dimenticata. “ Ciao Mauro” e gli inviò un bacio con il cuore.
Vittorio Mosca

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