Nell’antica storia del territorio più sud-occidentale del Basso Canavese, che va da Borgaro a Lanzo, nell’alto medioevo, prima dell’avvento dei Savoia, il territorio era per la maggior parte posto sotto le giurisdizioni di alcune potenti abazie.

Così vediamo che all’interno dei singoli Comuni, la maggior parte dei beni erano all’epoca alle dirette dipendenze dei vari ordini monastici, primo fra tutti quello dei benedettini dell’Abazia di San Giacomo di Stura, che si spartivano i terreni più fertili.

Non meno importanti erano i possedimenti dell’abazia di Fruttuaria di San Benigno, dell’abazia di San Solutore in Torino, quella di San Mauro di Pulcherada, o della Pieve San Martino di Liramo da cui dipendeva direttamente l’antichissima cappella di San Vittore di Caselle.

Ad esempio, sappiamo che Borgaro nell’XI secolo aveva la maggior parte del territorio suddiviso fra tre enti monastici che lo controllavano mediante l’istituzione di conventi con annessa la propria cappella: quella di San Marco del monastero di San Solutore, quella di San Benigno della grande abazia di Fruttuaria, e quella di San Bernardo dei monaci benedettini dell’abazia di San Giacomo di Stura.

A Caselle, invece troviamo l’antichissima cappella di San Vittore che dipendeva direttamente dalla Pieve San Martino di Liramo, e il monastero di Santa Maria di Briona delle monache Cistercensi che possedevano numerose proprietà, tra cui diverse “cellae” nel nucleo fortificato del castello, senza dimenticare il monastero di san Giacomo di Stura che controllava quasi tutto il territorio dell’attuale Mappano.

In pratica quasi tutto il territorio era posto sotto la giurisdizione dei vari ordini monastici, ed è quindi logica la loro influenza anche sulla fondazione delle chiese locali che rappresentavano anche il simbolo del loro dominio diretto.

In seguito, con l’avvento dei Savoia e il progressivo ridimensionamento del potere monastico, molte di queste chiese scomparvero o, passate alla gestione diretta della popolazione locale, vennero trasformate, anche per adeguarle alle mutate esigenze ecclesiastiche.

L’architettura, tipica del periodo che lasciava poco spazio all’estro del progettista, era ovviamente quella cosiddetta romanica, caratterizzata da un’unica navata per quelle più piccole, o da una navata centrale affiancata da altre laterali per le più grandi, in genere terminanti in absidi semicircolari in cui erano posti gli altari, il tutto rigorosamente orientato est-ovest, con l’altare rivolto verso oriente.

Dei massicci campanili venivano realizzati adiacenti alla chiesa, ed erano caratterizzati dalle tipiche finestre che salendo di piano passavano da monofore, a bifore, a trifore e così via a secondo della loro altezza.

La muratura era normalmente in pietra locale (le pietre di Stura), disposta a spina di pesce, con sull’esterno semplici decorazioni, in genere limitate a una cornice di cosiddetti archetti pensili.

L’interno invece era quasi sempre riccamente decorato con affreschi che avevano l’importantissimo compito di illustrare le sacre scritture, oltre che i santi e la loro vita, anche a chi non sapeva leggere (la cosiddetta “bibbia dei poveri”).

Nel nostro territorio, quello che da Borgaro arriva a Lanzo, la maggior parte di queste chiese sono scomparse o più spesso trasformate e ricostruite nei secoli successivi, ma alcune di esse sono giunte fino a noi ancora sufficientemente integre da poterle immaginare nella loro forma originale, e in particolare tre di esse hanno conservato in buona parte i loro importanti cicli pittorici che, nonostante siano poco conosciuti, non hanno nulla a che invidiare a molte altre chiese del mondo, che spesso sono più famose solo perché meglio pubblicizzate o perché poste in zone turistiche.

Queste chiese, che normalmente aprono solo in alcune giornate, il 27 giugno saranno tutte visitabili gratuitamente, insieme a molte altre, nell’ambito dell’iniziativa “Percorsi di Arte, Storia e Fede nel Canavese, Ciriacese e Valli di Lanzo”.

Vediamo ora una breve descrizione di queste tre chiese, tratte dal sito www.percorsiartestoriafede.it.

 

San Maurizio Canavese – antica chiesa plebana

La chiesa, con origini risalenti al secolo XI, e fu riplasmata nel secolo XII conservando, di fatto, soltanto l’abside ed il campanile originario.

Nei secoli successivi furono apportate modifiche interne, tra cui, dopo il Concilio di Trento, la costruzione degli altari laterali e lo spostamento dell’altare maggiore, oltre alla realizzazione della nuova sacrestia.

L’interno è diviso in tre navate con grandi arconi a sesto acuto. Nella parete sinistra della navata centrale sono affrescati un San Paolo eremita e un santo cavaliere, riconducibili all’inizio del ‘400, sopra tale pittura vi sono lacerti di un affresco, riconducibile al secolo XIV, che possono identificarsi in san Maurizio ed i suoi compagni della Legione Tebea. Sui due pilastri della stessa parete sono stati recuperati affreschi, databili alla seconda metà del ‘400, che rappresentano i Santi Pietro, Paolo, Biagio e Antonio nonché il pregevole martirio di sant’Agata.

Nella parte alta della parete sinistra ci troviamo invece di fronte all’imponente ciclo figurativo di 24 episodi della vita di Gesù, dall’annunciazione alla morte in croce.

L’opera è stata eseguita dai pittori pinerolesi Bartolomeo e Sebastiano Serra, come documentato dalla pergamena conservata nell’archivio storico di San Maurizio Canavese, in cui risulta che il 5 dicembre 1495 il maestro Sebastiano Serra, a nome suo e del padre Bartolomeo, riceveva dalla Comunità di San Maurizio la somma di 50 fiorini a saldo della realizzazione, in questa chiesa, delle pitture raffiguranti la Passione di Cristo.

Altri affreschi si trovano nella Cappella del Marchese, di fianco all’altare maggiore, in cui si ammirano scene del martirio S. Caterina d’Alessandria e di Santa Margherita.

Ad un’epoca più tarda (prima metà del sec. XVI) appartiene l’affresco della “Madonna della Misericordia”. Nell’abside sono stati riportati alla luce lacerti di affreschi risalenti al sec. XII nonché altri affreschi del XV secolo opera dei Serra e del maestro Domenico della Marca d’Ancona.

I recenti restauri hanno portato al completo recupero di una serie di splendidi ritratti di profeti, di autore anonimo risalenti alla fine del XV, inizi del XVI secolo, in un sottarco della navata di destra.

 

San Carlo Canavese – Santa Maria di Spinerano

La cappella di Santa Maria è situata nel borgo di Spinerano che si trova ai confini del comune di San Carlo Canavese con quello di Ciriè, attraversato il torrente Banna e, di probabile origine benedettina, venne edificata all’inizio del XI secolo,.

L’edificio, allora a tre navate terminanti con due abside e un campanile, è menzionato, col nome di chiesa di “San Solutore in Spinariano” (o Spinairano), per la prima volta nel 1118, tra i beni appartenenti all’abbazia di San Solutore in Torino.

Successivamente assunse il titolo di “San Maria di Spinariano” e nel 1349 venne annessa alla mensa dell’abbazia di San Mauro di Pulcherada, rimanendovi sino alla fine del Settecento.

Fino alla prima metà del Seicento venne utilizzata come chiesa dagli abitanti della Vauda (ora San Carlo), per poi essere sostituita da quella di San Carlo Borromeo.

Inizia così un lento e progressivo decadimento della chiesa che viene descritta nella visita del 1770 come “rusticum tugurium”.

Ridotta ad una sola navata terminante con abside e campanile incorporato sul fianco destro, e coperta da una volta a botte in sostituzione della vecchia copertura in legno, nel 1840 la cappella passa in proprietà alla parrocchia di San Carlo Borromeo.

L’esterno della suggestiva abside, di fattura romanica, è caratterizzata da cinque lesene, unite da archetti pensili delimitanti sei campate. Anche il campanile, con copertura a cuspide, ha conservato la sua originaria struttura romanica.

L’interno del catino absidale è coperto di affreschi eseguiti alla metà del Quattrocento dal pittore “Magistro Dominicus de la marcha d’Ancona”, come recita la firma.

Al centro della calotta è dipinta una Madonna in trono col Bambino circondata da sante, tra le quali, a destra, si riconoscono santa Elisabetta e santa Maria incinte.

Alle loro spalle sono sant’Anna, sant’Antonio Abate che pone la mano sulla spalla del committente (probabilmente lo stesso pittore). Alla sinistra è santa Caterina d’Alessandria, con santa Chiara e santa Maria Maddalena. La Vergine reca in capo una corona ed indossa un’ampia e ricca veste dai riflessi perlacei, con rosoni. Il trono su cui siede è in legno traforato, ornato di nicchie, secondo il modello bizantino; anche il Bambino ha un elegante abito, color mattone con risvolti in pelliccia.

Al di sotto, nel catino absidale, si ergono le figure dei dodici Apostoli, ciascuno con un cartiglio che riporta un versetto del Credo, scanditi da cornice geometrica.

In alto sul timpano centrale compare la scena dell’Annunciazione, con una rara rappresentazione della Trinità. Resti di affreschi romanici con richiami agli apostoli affiorano nel catino absidale e sull’arco sovrastante il semicatino. Qui compaiono anche tracce di una fascia affrescata a mattoni posti a dente di sega, simile a quello nella Chiesa di San Martino a Ciriè.

La cappella è stata restaurata completamente tra il 2016 e il 2017 sia nell’interno che all’esterno.

Grosso Canavese – San Ferreolo

Immersa nella verde campagna a est del paese, ai piedi della Vauda, la chiesa di San Ferreolo risalta per la sua semplice ed elegante struttura romanica, risaltata da una muratura realizzata con ciottoli di fiume disposti a spina di pesce con una cornice sottotetto di archetti pensili ingentiliti da mattoni pieni che creano un motivo decorativo.

Per quanto venga citata per la prima volta in un documento del 1386 come dipendente della Pieve San Martino di Liramo (Cirié), e unita poi alla parrocchia di Grosso, si ritiene che la sua origine, benedettina, risalga all’inizio dell’anno mille.

La costruzione, a navata unica con copertura a capanna, termina in un’abside fornita di tre strette feritoie a doppia strombatura.

L’interno sono presenti due bellissimi cicli di affreschi, di epoche diverse, fortemente simbolici.

Del XII secolo, al centro del catino absidale, racchiuso in una mandorla che rappresenta la luce divina, vi è un Cristo Pantocratore, nel caratteristico gesto benedicente con la mano destra, reggendo con la sinistra il Vangelo di San Giovanni. Richiamano ancora l’arte bizantina il trono, la foggia del cuscino, l’alta figura stagliata su uno sfondo blu, che rappresenta le ”Forze Celesti”, con appena visibili la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’alfa e l’omega, inizio e fine di ogni cosa.

Di fianco a lui, alla sua destra è la Madre di Dio, dall’aspetto longilineo, con accanto gli evangelisti San Giovanni e San Marco, riprodotti simbolicamente nell’aquila e leone. Dall’altro lato, sempre esterno alla mandorla, è San Giovanni Battista, accanto ai simboli di San Luca e San Matteo, il toro e l’Angelo; solo più parzialmente visibili vi sono, nella parte bassa, i dodici apostoli.

Particolarmente suggestiva sono invece le rappresentazioni della parete di sinistra, interessata da due ordini sovrapposti di affreschi del ‘400, ritraenti le allegorie delle virtù e dei vizi capitali, rappresentazione dell’eterna lotta tra bene e male, tema ricorrente nel medioevo.

Le virtù si riconoscono per essere inserite in una nicchia che ne esalta la moralità, per una corona in testa che indica la purezza e per un cilicio ai fianchi come simbolo di penitenza. Le sottostanti figure dei vizi si susseguono cavalcando ciascuna un animale diverso, tutte tormentate da un diavoletto, e tutte dirette verso l’inferno rappresentato da un orribile mostro, visibile in parte sulla parete d’entrata.

Guardando da sinistra, in alto si trovano le virtù: l’Umiltà, che sorregge un agnellino; la Carità che dona monete a due bambini; la Pazienza che prega incoronata da un angelo; la Castità con veste chiara e giglio in mano; l’Astinenza che reca in mano un piatto con verdure ed acqua in segno di frugalità; la Temperanza che versa acqua in una brocca di vino, simbolo di passione stemperata; la Provvidenza, che ha tre volti, da piccola, giovane e anziana, simbolo del tempo di ieri, oggi e domani, visto e governato da verità e ragione , racchiusa in un compasso.

In basso si contrappongono i vizi: la Superbia, su un leone che rappresenta la forza del male, incoronata come regina dei vizi; l’Avarizia, su una scimmia come copia malvagia dell’uomo, che stringe un sacco con monete; l’Ira, su un orso aggressivo, che si trafigge la gola con un pugnale; la Lussuria, su una capra, elegante, ma visibile solo a frammenti; la Gola, su un lupo famelico, che ha su un piatto un intero volatile; l’Invidia, su una volpe, con braccia aperte ed espressione assente; ed infine un’indolente Accidia su un asino.

 

 

 

foto 4 – San Ferreolo nella campagna di Grosso

foto 5 – Affreschi rappresentanti le virtù e i vizi capitali di San Ferreolo

PERCORSI DI ARTE STORIA E FEDE

Riprendono quest’anno, dopo le chiusure forzate causa Covid, i Percorsi di Arte, Storia e Fede nel Canavese, Ciriacese e Valli di Lanzo, che vedranno nella giornata di domenica 27 giugno la prima apertura dell’anno.

L’iniziativa, voluta e organizzata da un gruppo spontaneo, vedrà numerosi luoghi di culto cosiddetti minori, normalmente chiusi (o aperti solo in giornate particolari), aperti in contemporanea per permettere a tutti di visitarli nella stessa giornata, scegliendo liberamente il percorso preferito, accompagnati nella visita dai volontari del luogo che illustreranno il monumento.

Una proposta di turismo sostenibile e diffuso su un vasto territorio piemontese compreso tra la Dora Baltea e la Stura di Lanzo, accomunato da una storia millenaria che ha inizio con le popolazioni celtiche e prosegue nei secoli con la figura di Arduino – re d’Italia intorno all’anno Mille – e la dominazione sabauda.

Il paesaggio, costellato di borghi, abbazie, ponti e castelli, è un susseguirsi di pianure, colline corsi d’acqua fino alle prime pendici delle Alpi, e porta con se’ le testimonianze della storia e della sua cultura secolare.

Oggi il territorio si presenta come un insieme di monumenti da riscoprire, di centri storici, di chiese romaniche, gotiche, barocche, e di zone dalla notevole bellezza naturalistica. I Percorsi sono un’idea per un turismo finalmente a passo d’uomo, sostenibile, lento, rispettoso del territorio. Un viaggio libero alla scoperta delle bellezze del Canavese e delle Valli che lo circondano, in cui il visitatore possa scegliere il suo itinerario preferito.

Caselle anche quest’anno parteciperà all’evento con l’apertura straordinaria della cappella di Sant’Anna, che ha visto nell’Ottocento l’assidua frequenza di Don Bosco.

Alla data di stampa i monumenti visitabili, almeno una ventina, sono ancora in corso di definizione, e per il programma definitivo si invita a visitare il sito www.percorsiartestoriafede.it.

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