“Dai Jonathan, avvia tu il motore. Tocca a te, visto che ti sei dato da fare a sistemarlo”.
Queste furono le parole che nonno Giacomo rivolse a suo nipote, un bel giovanotto di quasi diciotto anni, invitandolo ad avviare il vecchio motore a due cilindri del loro tanto agognato gozzo.


Era una vecchia barca da pescatori che Giacomo aveva acquistato da Ciccio il Capitano, che aveva deciso di ritirarsi.
Jonathan, dopo qualche tentativo andato a vuoto, avviò il motore. Subito il rumore ritmato cominciò a battere. Sembrava il suono di un tamburino che dava il tempo a un plotone di soldati.
“Senti Jonathan, – disse il nonno – ora al timone sto io, ma appena usciti dal porto sarai tu a governarlo.”
Il gozzo di nonno Giacomo, tirato a lucido dal lungo lavoro di restauro portato avanti assieme a suo nipote, cominciò a muoversi spinto dall’elica che faceva ribollire l’acqua come dentro una pentola.
Sulla banchina c’erano Anna, la moglie di Giacomo e Valeria, la mamma di Jonathan.
Erano preoccupate ed imbronciate. Avrebbero voluto anche loro essere a bordo. Giacomo era stato irremovibile:”Questo è il collaudo del gozzo, dobbiamo capire come si comporta. Voi verrete alla prossima uscita.” Sbuffando le donne si rassegnarono, avrebbero atteso sul molo.
Finalmente nonno Giacomo (in realtà un uomo ancora vigoroso) realizzava il sogno di una vita: possedere una barca tutta sua. Non voleva una barca qualsiasi, voleva un gozzo di legno. Meglio se fosse stato di proprietà di un pescatore.
“ Il gozzo è una barca meravigliosa, – diceva – la sua forma è stata disegnata dall’esperienza dei pescatori. Si è affinata lungo il tempo. Il legno gli dona verità e fascino. Quelle in resina sono barche false anche se più facili e meno costose da gestire.
Aveva sempre vissuto nella città di mare dove era nato. A causa del suo lavoro che lo portava spesso lontano non aveva mai potuto realizzare il suo sogno.”
Ora che era andato in pensione era giunto il momento di concretizzare il suo antico sogno. In un primo tempo avrebbe voluto addirittura costruirne uno lui, nuovo di zecca. Diceva:” So lavorare il legno ho una buona manualità e posseggo gli attrezzi.” Subito però si rese conto delle notevoli difficoltà. Gli mancava l’esperienza che si acquisisce presso i costruttori di barche.
Conosceva diversi pescatori amici d’infanzia. Decise di rivolgersi a loro affinché lo aiutassero a trovare un gozzo da sistemare.
Rifletteva Giacomo: “Devo e voglio lavorarci su io. Rimetterlo a nuovo con le mie mani. Solo lavorandoci su diventerà veramente mio. Non ne voglio uno qualsiasi, voglio il “mio” gozzo.” Il problema era quello di trovare una barca adatta.
Era amico di un vecchio pescatore: Ciccio il Capitano. Andò a trovarlo al porto, lo trovò che stava sulla sua barca a sistemare le reti.
“Ciao Ciccio”, lo salutò.
“ Uè ci si rivede! Come va Giacomo? Ti vedo in forma. Mi hanno detto che sei andato in pensione. È vero?”
“Sì, Ciccio, è già qualche mese. Si sta bene e, soprattutto, diventi padrone del tuo tempo. Ora vorrei realizzare un mio vecchio sogno, cerco un gozzo come il tuo da sistemare per farne la mia barca. È da sempre che desidero questa cosa. Il momento giusto è arrivato. Sto cercando una barca, mi dai una mano?”
“Una barca si trova. – replicò Ciccio – Restaurare e gestire una barca come il mio gozzo non è proprio uno scherzo. Sei conscio delle difficoltà e dell’impegno necessario?”
“ Sì, so bene che è impegnativo. Io so lavorare il legno. Ho una buona manualità. Per il motore mi aiuterà mio nipote di diciotto anni, è appassionato ed è capace. È entusiasta di questa cosa. Per gestirla in mare mi insegni tu.”
“ Guarda Giacomo,- disse Ciccio – questa tua visita e desiderio mi aiuta a valutare e prendere seriamente una decisione. Anche io ho una certa età e sono stanco. Non ce la faccio più con questa vita faticosa. La vita del mare è difficile e ti fa invecchiare prima del tempo. Tra qualche mese posso andare in pensione: non prenderò granché, però va bene lo stesso. Voglio smettere. Farò qualche lavoretto per arrotondare. Se vuoi ti vendo il mio gozzo, è in buone condizioni. Verrà come nuovo. Mi dai quanto puoi. Almeno in questo modo la barca non farà una brutta fine. Ti chiedo solo una cosa: non cambiare il nome che è S. Maria di Porto Salvo. La nostra chiesetta. Mi ha sempre portato fortuna.”
Il gozzo passò nelle mani di Giacomo.
Quando Ciccio consegnò il gozzo a Giacomo gli vennero le lacrime agli occhi. La sua amica di una vita lo lasciava. Aveva trascorso più tempo su quel gozzo che a terra. Perché la vita del pescatore mica termina al mattino dopo la pesca notturna. Ci sono le reti da riparare e sistemare pronte per la prossima uscita. Controllare che tutto sia in ordine. Quando dopo una notte in mare lo stomaco brontola e, attendendo ai rammendi delle reti, in un angolo si fanno cuocere i rimasugli invendibili della pesca all’acqua pazza: con l’acqua di mare. Una ricetta povera diventata di gran moda. A casa si tornava sempre tardi, si andava a dormire e a sera di nuovo pronti a uscire in mare. Anche con mare mosso.
Queste cose non avrebbero più fatto parte della vita di Ciccio.
I pescatori consentirono a nonno Giacomo e Jonathan di lavorare sotto una tettoia che usavano per le riparazioni delle loro barche.
I lavori iniziarono subito. Di cose da fare ce ne erano molte. Era piacevole e bello lavorare sul fasciame: scegliere le tavole adatte per sostituire quelle marce, sagomarle, montarle. Era come accarezzare qualcosa di vivo. Il nipote Jonathan, dopo aver studiato, andava al molo e si occupava del motore che era un due cilindri raffreddato ad aria a due tempi. Un motore semplice ed affidabile. Il ragazzo dimostrò indubbie doti. Per la calafatura i consigli e l’intervento di Ciccio furono indispensabili. Andava spesso a dare un’occhiata e dispensava consigli. Era pur sempre la sua barca.
Un giorno mentre lavoravano Jonathan fece una domanda al nonno:” Nonno, ma quanti anni ha Ciccio? Dal suo volto sembra che ne abbia molti. Che tipo è?”
“Vedi Jonathan, in realtà ne ha grosso modo come me di anni. Il fatto è che la salsedine secca la pelle e fa sembrare le persone più vecchie. Inoltre la vita del mare è molto dura. La vita di Ciccio è stata problematica e difficile. In certi periodi per vivere ha fatto anche del contrabbando. Trasportava casse di sigarette dalle navi a terra, di notte. Non avrebbe voluto ma non c’erano alternative. La pesca da sola non bastava. Avrebbe potuto tentare di lavorare in fabbrica, non ha mai preso in considerazione la cosa. Chi nasce in mare è libero per definizione. Durante il fascismo suo padre, per poter vivere, era costretto a rubacchiare perché a causa delle sue idee nessuno gli dava lavoro. Detto ciò, posso dire che Ciccio ha un cuore grande perché quelli che hanno avuto una vita difficile hanno sempre un cuore grande perché conoscono la vita.”

Che soddisfazione quando i lavori furono finiti. I pescatori e Ciccio non lesinarono gli elogi. Il vecchio gozzo era ringiovanito e aveva assunto un aspetto elegante.
Giacomo e Jonathan si dettero pacche sulle spalle: erano orgogliosi del lavoro fatto.
E ora eccoli qui sul gozzo “Santa Maria di Porto Salvo” che punta verso l’uscita del porto.
Appena superata la diga foranea Jonathan si mise al timone. “Mi raccomando, – disse il nonno – la prora sempre al vento, bisogna tagliare le onde.”
Giacomo andò a prora e, in piedi a braccia aperte, si fece investire dal vento.
Era una vita che aspettava questo momento.

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