In una recente intervista sul Corriere della Sera, il noto dj Ringo di Virgin Radio ha affermato senza mezzi  termini, riguardo ai Maneskin, che sono soltanto un surrogato di un prodotto di marketing e che non hanno nulla di autentico, neppure i reggicalze. Per fare rock’n’ roll, in sintesi, non puoi essere un poser. Il rock’n’ roll è, secondo Ringo, prima di tutto uno stile di vita, un’attitudine, qualcosa che deve appartenerti nell’intimo. Di fondo – sia che piacciano o meno i Maneskin –  credo che Ringo abbia ragione. Lo spirito del rock – se questa definizione ha ancora senso oggi – è qualcos’altro. O almeno, per me è qualcos’altro.  E se mai dovessi scrivere una storia del rock, mi piacerebbe dedicarla non certo ai grandi acclamati personaggi, quelli straviziati che devasta(va)no gli alberghi e vivono vite stramiliardarie tra yacht e ville di lusso. Ma piuttosto vorrei raccontare dei tanti più o meno giovani rockers che devono conciliare la loro passione e la loro attitudine con le otto ore in fabbrica o in ufficio e tutte le esigenze della vita “normale”. Perché è proprio lì che le storie sono interessanti. Pensiamo anche alle biografie di musicisti diventati famosi. La parte che veramente val la pena leggere non è certo quella della loro vita di superstar arrivate, ma quelle che racconta gli anni della gavetta, quando il loro talento doveva fare i conti con la dura realtà del mondo circostante.
Come scriveva John Sinclair, leader fondatore delle White Panthers, alla fine degli anni Sessanta, il rock’n’ roll ha avuto un potere rivoluzionario enorme sulla società occidentale. E proprio per questo, chi teneva e tiene le fila del sistema, il grande potere economico, ha voluto impossessarsi della musica, comprando i musicisti e trasformandola in una semplice merce americana che può essere acquistata e venduta come tutto il resto. “Hanno tagliato le radici delle band che affondavano nella comunità dell’arcobaleno e hanno fatto di loro delle grandi popstar che possono essere manipolate secondo il volere dei proprietari, che hanno finalità contrarie a chi li ascolta e crede in loro.”
E se dovessi raccontare questa storia, quella dell’”Altro rock”, partirei dalle microstorie, come quella di Marco “Peppo” Comandone (Sergent Pepper su facebook, a sottolineare il suo grande amore per i Beatles). Se ne è andato pochi giorni fa a soli 59 anni, portato via da una malattia implacabile quanto, per fortuna sua, rapidissima. Con la sua vita libera, il suo stile e la sua attitudine autentica era, a suo modo, un’icona del mondo rock della provincia. A Ciriè, anche chi non lo conosceva direttamente non può non aver notato quel tipo alto un po’ allampanato, perennemente con il chiodo. Perché il giubbotto di pelle per lui era un simbolo. Un messaggio.
Peppo è stato la colonna portante di svariate formazioni, fra cui i Long Vehicles, i Freaky Dreams e in tempi relativamente recenti i Dig It, cover band dei Beatles guidata dalla straordinaria Nadia Facelli, una delle migliori interpreti rock della scena locale, al momento non più in attività proprio per ragioni di inconciliabilità con il lavoro. Ma oltre alle varie band in cui ha militato, erano le apparizioni estemporanee di Peppo sul palco che sono rimaste nella memoria di molti. Ricordo bene, ad esempio, il 23 dicembre 2011, quando a Ciriè organizzammo “Christmas Pop”, un evento musicale a cui parteciparono diversi musicisti del territorio. Peppo non era in programma, ma al termine del concerto intrattenne il pubblico rimasto fino a tarda notte con la chitarra elettrica e la sua voce cavernosa, interpretando vari brani di artisti che amava, da Bowie a Iggy Pop e con l’immancabile Psycho Killer dei Talking Heads. Era un personaggio anacronistico? Sicuramente sì. Ma non è mai stato il “Vecchio punk”, di cui ci hanno cantato i Fucktotum, sperso “in mezzo ai punk adolescenti, che lo sopportano indulgenti”. Al contrario, come ha rilevato Antonello Micali sulle pagine del Risveglio, era il naturale punto di collegamento tra diverse generazioni.
Marco “Peppo” Comandone  era bassista, anzi era “Il” vero bassista. Basta guardare il video allegato a questo articolo. Fisico da bassista. Che se è pure alto va anche meglio. In quanto compensa. Giustamente dinoccolato, per poter seguire il tempo con accenni di ondeggiamento e lievi flessioni delle ginocchia.  Faccia da bassista con espressioni flemmatiche da bassista, Niente di scomposto. Posizione delle mani da manuale. Il braccio appoggiato  come si dovrebbe. La giusta piega del polso. Discreto. Non invadente. Equilibrato e ben consapevole del ruolo (fondamentale ma poco appariscente) che il bassista riveste all’interno di una band.  Niente manie di protagonismo o velleità di lanciarsi in insopportabili assoli. Niente slap. Niente basso a cinque corde. O peggio a sei. Niente chorus. Rigorosamente con le dita. Niente plettro. E pure col Rickenbacker. Rosso. Resterai sempre “Il” bassista!
Il giorno della sua scomparsa, su Facebook, sono stati  i suoi ex compagni dei Dig It i primi a ricordarlo: “Il nostro amato bassista Peppo è partito per il lungo viaggio nell’Universo, dove continuerà ad essere libero come ha sempre fatto in questa vita.”  “https://www.facebook.com/erminio.polato/videos/10212449028694068”

Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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